La morte maestra di vita?

Quando sono stata vicina alla morte in prima persona, dopo un cancro e soprattutto dopo un’infezione da sala operatoria, hanno preso forma nella mia vita fenomeni imprevisti e insperati: mi è passata la paura di morire; mi sono sentita fragile e preziosa, eppure al contempo mortale e sostituibile; ho pensato che, poiché sarei un giorno comunque morta, tanto valeva godere la vita attimo dopo attimo. Sono diventata più coraggiosa, più lieve, più indulgente con me stessa, più sensibile alla bellezza, all’armonia, all’amore.

Pertanto, tendo a comprendere gli operatori di cure palliative quando raccontano che la loro quotidiana presenza accanto a chi muore non li priva della voglia di vivere, anzi affina in loro la capacità di provare semplici gioie. Sono emozioni di cui ho spesso sentito parlare, da quando ho letto la famosa psicologa francese Marie de Hennezel, col suo libro La morte amica, o la dottoressa Kübler-Ross e il suo La morte e il morire, fino a oggi, ascoltando quello che mi narrano molti amici, infermieri, medici e psicologi che lavorano in cure palliative, o semplicemente persone che hanno accompagnato i loro cari nell’ultima tappa della vita. Questo tema è stato da poco affrontato in Québec da Eve Gaudreau, un’educatrice specializzata in cure palliative (la prima nel suo paese), che ha scritto Qui suis-je pour t’accompagner vers la mort? (Chi sono io per accompagnarti verso la morte? http://www.abcdeledition.com/livre-detail/livre-59.html).

Eve dice che accompagnare una persona in fin di vita ci destabilizza perché ci mette di fronte alla nostra finitezza. Come in uno specchio, ci vediamo mortali. Ci fa paura, ma riusciamo anche a fare un bilancio della nostra esistenza, a darle un significato, e a verificare se stiamo procedendo nella direzione voluta.

La morte può essere davvero maestra di vita? A volte, quando rifletto su quest’idea, mi pare che ci sia in essa troppo “buonismo”, e che io mi stia facendo delle illusioni. Allora temo che possa accadermi di perdere la bussola di fronte alla morte di chi amo, o di fronte alla mia stessa morte. E che anche aver passato molti anni a studiare il morire possa non servire a molto…
Altre volte sento che essere passata vicino al baratro del nulla faccia di me una persona più consapevole.
Com’è la vostra esperienza? Avete voglia di raccontare come vi è parsa la vita, come congiunti o come operatori sanitari, stando vicini a qualcuno che si avvicinava alla morte? Migliore e più intensa? O vuota e incomprensibile?

17 Risposte a " La morte maestra di vita? "

  1. Nicola scrive:

    Io insisto su un concetto che mi è molto caro: la festa di morte. Fino ad oggi la morte è stata vissuta in due modi: la cultura religiosa l’ha indicata come trapasso dal peccato alla purificazione, quindi è sempre è stata concepita come terribile e dolorosa. Il morente doveva passare “Le pene dell’inferno”. Oggi, in epoca laica competitiva, il morente è il debole, e morire significa compiere un atto disprezzabile. Gli ospedali ci trattano malissimo, soprattutto qui in Italia (mia esperienza) dove siamo saturi di cultura cattolica penitenziale (dobbiamo soffrire!) e laica competitiva (siamo delle nullità da ignorare). Il morire dovrebbe essere invece occasione di una festa di morte: il morente dovrebbe poter invitare i cari e gioire con loro di ciò che ha fatto, di ciò che è stato e consegnarlo a una buona memoria. In fondo separarsi dalla vita è anche separarsi dalla fatica del lavoro incessante di dare senso. Ovvio, che in certi casi ciò è possibile solo con l’uso di farmaci adeguati e il permesso legale di fare di quel momento ciò che liberamente vogliamo.

    • laura corsaro scrive:

      Mentre leggevo il tuo commento, mi sono chiesta: ma che cattolici conosci?!…trapasso dal peccato alla purificazione…concepita come terribile e dolorosa…soloe soltanto un approccio superficiale e sicuramente non esperenziale con il cattolicsimo ti potrebbe portare e definire in modo così sterile la morte!
      Io ho perso diverse persone care, non ultimo mio padre investito mentre attraversava la strada, e ti assicuro che un cattolico non vive la morte come terribile e dolorosa, con sofferenza si, ma non con la disperazione che lasciano trapelare le tue parole. E’ stato importante, molto importante avere lal possibilità di accudire mio padre nei giorni di coma che hanno preceduto la sua morte…pregare con lui, bacialo, accarezzarlo, sentire il suo profumo, sperare ogni giorno in un miglioramente e poi…”festeggiare” il suo ritorno al Padre, insieme ai miei fratelli, a mia madre e alle centinaia di persone che hanno condiviso gli anni straordinari anni della sua vita. Oggi più che mai, sono felice di aver ricevuto in dono un padre per 38 anni e con lui la ricchezza immensa dei suoi insegnamenti, dei suoi errori… Avere accanto delle persone che ci vogliono bene non è scontato e soprattutto il loro volerci bene coninua a vivere anche se fisicamente non sono con noi!!

  2. Paola scrive:

    Sono una convinta assertrice di quanto scrive Marina, e quanto fatico a comunicare a mia madre che leggere e sentir pare di morte non mi rattrista, mi sento come fortificata. E’ la sofferenza che mi fa sentire male. Grazie per esserci.

  3. Sandro scrive:

    Le occasioni di recepire “lezioni di vita” non mancano,poco ma sicuro. Quante volte nei miei quasi sessanta anni mi è successo! Ovviamente un lutto e’ una lezione magistrale,quando poi il lutto e’ stato quello che ,per un pelo (0,2 mm……!) ,non mi riguardava in prima persona la lezione e’ stata tale da modificarmi il carattere,indurmi ad una radicale trasformazione della vita professionale etc… Il film che la mia mente proiettava,quello del mio trapasso , mi ha ossessionato per mesi,ancora oggi,dopo nove anni dallo scampato pericolo,la vigilia della visita di controllo mi trova insonne e nervoso. Di me tutti dicono che sono migliorato,e’ certo che ho appreso il concetto di mia “finitudine”. Quanto sia un bene non so dire, sicuramente non sciupo più il mio tempo. Cerco ,in ogni minuto,di estrarre il massimo del buono che la vita mi può dare, e anche lo stare nella stessa stanza con la persona che amo mi è sufficiente per avere senso di completezza. E quando sarà il mio momento….beh,la bussola mi servirà a poco!

  4. Fernando scrive:

    Proprio ieri un amico prete mi chiedeva se io, dato la mia lunga esperienza a contatto con la morte (in ospedale come infermiere, in sala autoptica, volontario in hospice) io ne avessi meno paura. Non è questione di avere paura o meno della morte, ma di aver imparato che possiamo vivere più profondamente l’esistenza – soprattutto nelle cose semplici – con una maggior consapevolezza della morte, della nostra (e degli altri) finitudine, insomma: morire vivendo si puo!
    Proprio iniziando a parlarne coi giovani, possiamo constatare che la morte è maestra di vita, come evidenziano in Preludi o in: Chi sono io per accompagnarti verso la morte?

  5. Francesca scrive:

    Confrontarsi con la morte…vederla attraverso l’esperienza altrui…ci destabilizza…ci pone di fronte ad una realtà impensabile…vorremmo relegarla agli spazi del silenzio…ma se ci soffermiamo a riflettere ad essa…alla sua possibilità così unica ma propria…potremmo ridarle un nuovo significato…io lavoro con bambini e famiglie che si confrontano con una perdita…ed è fondamentale ridare spazio alla morte all’interno della nostra esistenza…connotarla…accoglierla…

    • Anna scrive:

      La morte non mi ha mai fatto paura (in particolare la mia) ma essere stata vicina fino al trapasso prima di mia madre e poi di mio marito mi ha permesso di avere una consapevolezza dibversa nei confronti della vita. Soprattutto essere stata vicina a mio marito nei suoi ultimi giorni quandoanche lui era consapevole di quello che gli stava accadendo e sono stati momenti in cui ci siamo detti molte delle cose che nei quarant’anni di vita insieme non ci eravomo mai detti mi ha dato la forza di affrontare il dopo l’assenza e il dolore con una consapevolezza diversa e anche se è duro dover affrontare la vita da sola quegli ultimi giorni così intimi e intensi mi hanno insegnato a dare il vero peso agli accadimenti della vita quotidiana

  6. Mauro scrive:

    Ho perso mio padre a marzo, gli ultimi 12/18 mesi insieme ci hanno fanno conversare spesso sulla morte. Nel corso delle settimane, poi degli ultimi giorni e infine nell’imminenza del trapasso ho sentito un’energia nuova sorgere, una chiarezza maggiore, come se si fossero assottigliate le membrane (le illusioni?) che sovente si frappongono tra noi e la realta’. Esco da questo episodio piu’ forte. Due riflessioni:
    – Succede che la nostra vita scorra “mascherata” da consetudini o convenzioni che ne corrompono l’autenticita’. La
    morte antica ed eterna sconpagina queste maschere, restituisce verita’, il senso del viaggiare, la misura del tempo.
    – Morire avvicina gli esseri umani: si rivedono persone distanti, per geografia o dal cuore; le relazioni umane tendono
    a migliorare, ci scopriamo importanti per la comunita’ dei nostri parenti, amici e conoscenti, la comunicazione con
    gli altri guadagna valore.
    E dunque si’, la morte e’ senz’altro maestra di vita. Ci prende per mano e rende piu’ ricchi, rammentandoci della nostra splendida unicita’ invididuale, del destino universale che ci accomuna.

  7. Cristina scrive:

    io ho assistito un sacco di parenti, dai bisnonni in poi, anche perché quando si avvicina la morte tutti tendono a sottrarsi alle visite, e devo ammettere che mi è sempre parsa meno peggio del temuto.
    a Milano è da tempo che, praticamente in ogni ospedale (o, comunque nei centri di terapie del dolore), si ottiene un’ottima copertura per la sedazione del dolore e, se necessario, anche per quella della depressione o dell’ansia.
    per questo mi sento di dire che, personalmente, ho potuto attutire lo strazio del distacco non avendo niente da recriminare rispetto sofferenze inutili e quindi, al di là del “normale” dolore per le perdite ho potuto apprezzare lo scambio tra il morente e chi lo assiste, che nel mio caso è consistito nel donare vicinanza fisica ed emotiva e ricevere riconoscenza (che è un grandissimo tonico).
    forse mi esprimerei diversamente se avessi subito la perdita di un congiunto giovane o malamente assistito analgesicamente.

  8. Daniela Dall'Oro scrive:

    Accompagnare le persone vicine e’ stato per me nelle varie età di crescita un tema formante.A volte penso che i loro cammini che volgevano al termine siano stati un solco al mio cammino spirituale e ciò mi riempie di gratitudine.
    Credo che parlare del morire sia un modo per incrementare la fratellanza e il senso civico .

  9. Stefano scrive:

    La morte maestra di vita? (Ma vale anche l’inverso: La vita maestra di morte?)
    Domande antiche, profonde, le cui risposte possibili sono altrettanto vaste e diverse che la vita stessa: ma non solo la mia di vita, la tua, la vita in generale… piuttosto la somma di tutte le vite vissute da ogni singolo essere umano che è apparso su questa Terra e (perché no?) di ogni animale. “La risposta”, le risposte, si trovano lì, in questo magma di vita vissuta che dal primo essere, dai primi, scorre fino a noi, ancora, ora, oggi, fino al nostro presente, fino al respiro di questo momento… Se immaginarlo può essere facile, se abbracciare dentro di noi, intimamente, come fossero nostre, questo universo di vite vissute dall’umanità fin dalla notte dei tempi è possibile, qual’è allora la risposta o le risposte che ne discendono?

    Mia moglie ed io abbiamo accompagnato nostra figlia che è morta all’età di 3 anni per via di un male incurabile. La morte evoca la fine. E’ così evidente. Eppure, se dietro il pericolo di morte, se dietro la morte di un essere amato si nasconde un segreto, un insegnamento, non è forse proprio nell’immensità della vita e della coscienza cui accenno sopra che va cercato? Poiché in realtà nulla finisce! I morti vivono dentro e al di fuori di noi, ci abitano, li abitiamo. La nostra propria morte vive dentro e al di fuori di noi: ci abita, l’abitiamo, la evochiamo a volte, l’invitiamo, la scongiuriamo, la preghiamo, la manipoliamo. L’esperienza della morte ci mette di fronte alla vita. Ma non solo alla nostra, piuttosto a quella, più vasta, di cui parlo sopra. L’esperienza della morte ci scuote, ci apre gli occhi, ci rende migliori, più umani, più fragili e più forti, a volte può anche farci divenire folli.
    Ad ogni essere umano è data la possibilità di morire, ma a quanti quella di rinascere in questa stessa vita? A pochi, a pochissimi… eppure è una possibilità anch’essa; la morte, le malattie gravi, per quanto possa apparire paradossale, ne sono le più grandi maestre.

  10. Astrid scrive:

    Condivido appieno il pensiero di Stefano. Personalmente mi sono trovata davanti e dentro la morte improvvisamente, soprattutto dopo il suicidio di mia figlia e la scomparsa di mia madre: entrambi i casi sono stati repentini. Per la prima volta in vita mia, 5 anni fa, mi è sembrato di avere condiviso con mia figlia questo passaggio nell’al di là. E’ stta un’esperienza indescrivibile, a cui non avevo mai pensato prima, a cui non ero pronta, che non avevo mai considerato prima. Ora però vivo la morte non più in modo tragico: sì, anche la fede mi accompagna, qui, in una vita più attenta e riflessiva e pensare all’al di là in una luce di rinascita. I nostri amati cari comunque ci vedono, ci seguono e ci guidano!

  11. Francesco scrive:

    Ho appena saputo che ad un mio caro amico operato con asportazione dello stomaco un anno fa sono stati dati due mesi di vita. Oggi vado a trovarlo che cosa gli dico, che è fortunato perché andrà al cospetto di Dio prima di me, Che è fortunato perché non vedrà più questo schifo, ma come si fa………… forse troverò per strada la risposta.

    • sipuodiremorte scrive:

      Francesco, spero che la strada le abbia portato consiglio…non dica nulla. Gli stia vicino. Provi semplicemente a stare, a essere senza fare…

  12. giuliz scrive:

    il post e le vostre riflessioni mi stanno facendo sentire meglio…anche se li avete scritti da tempo non importa.
    io non ho potuto accompagnare la persona che amavo alla morte.tutti quei piccoli passi sono parte di un processo importante per chi va e per chi resta. poi dipende dalle singole persone

  13. Giovanni scrive:

    Cara Marina, ho letto il tema e i tuoi progressi, giustamente accompagnati da dubbi e incertezze. Ho letto tutte le esperienze, umane e preziosissime, di chi ha voluto scrivere e testimoniare la propria esperienza. Che dire? Bisognerebbe poter dire non tanto che la morte è maestra di vita, quanto che la morte è parte della vita. Anche se, proprio perché siamo esseri umani e non infallibili supereroi, è lecito avere dubbi, farsi anche travolgere da paure e inadeguatezze, quando essa compare nel nostro orizzonte. Avanzo un’ipotesi più azzardata. Siamo, qui, in un club ristretto, fra chi è stato vicino alla morte propria o di una persona cara e ha il coraggio di parlarne. Ho proposto a molti amici/amiche (tutti toccati da un lutto o una malattia grave) questo sito, ma tutti o quasi hanno glissato, nessuno ha scritto. A volte mi chiedo sono un po’ fissato/ossessionato? Sto, scrivendo, esorcizzando la mia paura, la voragine del nulla della morte? Forse sì. Non nascondiamoci mai dietro certezze, ma tiriamo avanti con il coraggio che ci dà ANCHE la nostra paura. Se siamo consapevoli anche delle nostre fragilità saremo più forti, è una delle poche cose che ho imparato. Così come condividere. E’ quello che stiamo facendo qui. Sarebbe bello – se fosse mai possibile – avere l’opportunità – per chi volesse e potesse – d’incontrarci in gruppo e guardarci negli occhi, al di là dello schermo del pc. Pensaci, Marina, fra le mille idee che hai e di cui ti sono grato.

    • sipuodiremorte scrive:

      Caro Giovanni, è un’idea bellissima, e chissà che un giorno non si metta in pratica! Anche se siamo tutti un po’ sparsi per l’Italia…
      Intanto, Giovanni, come vedi, ho fondato un’associazione, proprio perché le persone possano essere vicine e collaborare. E facciamo diversi gruppi di sostegno. A gennaio ce ne saranno ancora di più.

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