La morte è uno scandalo o un evento naturale? di Davide Sisto

1 Adriaen van Utrecht (1599 - 1652) - Vanitas Still-Life with a Bouquet and a Skull -Due delle principali obiezioni filosofiche mosse alla Death Education, quindi al tentativo di spiegare il ruolo imprescindibile e naturale della morte per lo sviluppo della vita, sono le seguenti: innanzitutto, la morte è uno scandalo, un evento che di per sé è terribile e non ha nulla di naturale. In secondo luogo, ciò che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi è proprio quella coscienza della propria mortalità che lo spinge a non accettarla, utilizzando la propria ragione per tentare di sconfiggerla una volta per tutte.

L’idea della morte come scandalo, quindi come evento o processo innaturale, è strettamente legata alla nostra tradizione cristiana: la morte, infatti, non prevista dal progetto originario di Dio, è la conseguenza prima del peccato originale, quindi di un uso deleterio della libertà da parte dell’uomo. Da qui deriva il carattere negativo e angoscioso del morire, il quale permane a tempo indeterminato nonostante il sacrificio di Cristo renda il morire un passaggio obbligato per la salvezza e la resurrezione. Il carattere scandaloso della morte è, pertanto, dovuto al fatto che essa non è il frutto della volontà divina.

L’idea, invece, che l’uomo si distingua da tutti gli esseri viventi in quanto l’unico a essere cosciente della morte e, dunque, da sempre impegnato a sconfiggerla attraverso le sue attività razionali e spirituali è un retaggio filosofico tipicamente occidentale, figlio tanto della cultura che separa la mente dal corpo quanto della convinzione che la ragione sia una nostra esclusiva prerogativa. Pertanto, consapevoli razionalmente di essere mortali, cerchiamo ogni giorno di non pensarci, svolgendo attività lavorative, culturali, artistiche, ecc. per mezzo delle quali proviamo a renderci – in un modo o nell’altro – immortali.

Queste sono due obiezioni che mi è capitato di ricevere più volte durante convegni o incontri pubblici in cui ho parlato di Death Education. Ora, se, da una parte, non sono convinto che l’uomo disponga di un’esclusiva coscienza della propria mortalità, semmai ogni essere vivente ne ha consapevolezza secondo le sue irripetibili caratteristiche specifiche, dall’altra non credo che lo scandalo cristiano della morte non possa collimare con l’idea della sua naturalità.

Siamo abituati a tener conto del celeberrimo sillogismo in base al quale tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, dunque Socrate è mortale. La mortalità è, in altre parole, una cifra che definisce – nel qui e ora – non solo la nostra condizione di esistenza, ma la vita stessa nel suo fluire. Qualche giorno fa, Emanuele Severino, durante un convegno, sottolineava una cosa tanto banale quanto fondamentale: se la giornata di ieri non fosse terminata, la giornata di oggi non sarebbe mai iniziata. Tutto quello che facciamo e che siamo segue un percorso preciso, segnato da un inizio, da un suo svolgimento e dalla sua fine. La gioia del primo giorno di vacanza e la malinconia dell’ultimo giorno; l’angoscia nel momento in cui comincia un’operazione chirurgica e il sollievo, anche solo momentaneo, per la sua conclusione. L’emozione per l’inizio della scrittura di un libro e la sensazione agrodolce quando è terminato. Non c’è azione quotidiana che non segua naturalmente questo percorso. E se tale percorso venisse meno? La dilatazione radicale dei ritmi temporali renderebbe la nostra vita simile a un film al rallentatore. Il mutamento perde di significato, il pulsare eccitato delle emozioni si inaridisce lentamente, tutta l’energia che mettiamo in ciò che facciamo, consapevoli del rapporto dialettico tra l’inizio e la fine, si spegne. Non è un caso che, secondo uno psicopatologo come Minkowski, l’idea dell’immortalità terrena si manifesta puntualmente nel delirio melanconico.

Ora, considerare come naturale l’integrazione tra la vita e la morte, evidenziandone il cospicuo valore pedagogico, non necessariamente contraddice lo scandalo cristiano del morire: possiamo, infatti, riconoscere questa integrazione come un dato di fatto, a cui avremmo voluto volentieri fare a meno ma che rappresenta, nel mondo in cui viviamo, il punto di partenza basilare per costruire giorno dopo giorno le nostre attività e per sviluppare il nostro modo di essere. Pertanto, la nostra ragione, il nostro spirito non hanno senso se le utilizziamo come fossimo dei novelli Gilgamesh alla ricerca ossessiva di un antidoto contro la mortalità; piuttosto, diventano prerogative irrinunciabili se messe al servizio della fragilità che ci costituisce, di modo da rendere qualitativamente luminoso lo spazio temporale che si distribuisce tra l’istante dell’inizio e il momento della fine.

E voi cosa ne pensate? Interpretate la morte come scandalo o piuttosto come evento naturale, o come entrambe le cose al contempo? Attendiamo, come sempre, le vostre risposte.

3 Risposte a " La morte è uno scandalo o un evento naturale? di Davide Sisto "

  1. Anna scrive:

    Nel corso della vita la morte è sorella o nemica, evento naturale o scandalo. In base al momento prevale il cuore o la ragione, il desiderio o la paura, la fede o la sfiducia. O uno o l’altro e soffro, discuto, non comprendo chi reagisce in maniera differente. Gesù – figlio dell’uomo – pianse alla morte del suo amico Lazzaro, fu angosciato per il modo in cui sarebbe dovuto morire, fu tradito, abbandonato, torturato. Gesù – figlio di Dio – divenne il Cristo e vinse la morte. Dove c’è divisione trovo sofferenza, dove c’è unità trovo ciò che lei definisce “la naturale integrazione tra la vita e la morte”.

  2. D.D. scrive:

    La naturalità di un evento non lo rende più piacevole o accettabile, anche se da un punto di vista biologico è chiaro che individui “nuovi” siano più convenienti alla specie di quelli vecchi e che non ci sia niente di scandaloso nella fine di un ciclo vitale. L’umanità come specie continua a rinnovarsi – anche troppo.

    Ma gli individui vivono la loro storia in maniera unica e irripetibile, così come i legami che creano. Del problema di una vita eterna (o molto prolungata nel tempo) è piena la letteratura. Ne Gli Immortali, Borges ce li descrive un po’ come li immaginerei io. Non mi pare invidiabile o auspicabile un percorso infinito, perché le tappe della vita non si possono ripetere con lo stesso entusiasmo.

    Lo ‘scandalo’ o il problema irrisolto sono i rapporti affettivi che ci legano tra noi e che si disfano quando uno muore e l’altro resta. A parte la propria dipartita, che può essere accettata con maggior o minore serenità, ma comunque inevitabile, la morte pone il problema – secondo me maggiore – della separazione.

    Non me ne ero resa conto fino alla morte di mia nonna, parecchi anni fa. Mi ritengo fortunata perché fino a pochi anni fa non avevo subito perdite, ma invecchiando gli amici cominciano ad ammalarsi, due sono morti di cancro, poi mia suocera, infine i miei genitori.

    Visto che il percorso della vita è difficile, uno comincia quasi ad apprezzare l’idea della propria estinzione quando i compagni di strada si fanno sempre più scarsi. Ma non si trova nessuna spiegazione al fatto che anche gli animali soffrono per la scomparsa di altri, come gli elefanti; che sin dalla preistoria i corpi dei defunti venivano trattati con cura; che la dipartita di qualcuno possa distruggere la voglia di vivere di un altro.

    L’evento è naturale, ma più improvvisa, violenta, prematura la scomparsa, più è difficile comprendere perché ci tocchi soffrire così- e anche quando non c’è niente di prematuro.

  3. Carlo scrive:

    Sottolineerei due frasi espresse nei due precedenti interventi:
    1) da Anna: perfino Gesù (l’uomo-Dio per i credenti) pianse per Lazzaro; aggiungo io: prima del supplizio finale chiese al Padre “allontana da me questo calice”e, sulla croce, chiese “perchè mi hai abbandonato?”
    2) da D.D. quello che fa più male è la “separazione” dai “rapporti affettivi che ci legano”. Direi che la questione centrale è questa. E il dolore.
    Ora, si potrebbero contestare molte delle affermazioni di Davide.
    1) secondo la sua interpretazione, per il Cristianesmo la morte NON sarebbe il frutto della volontà divina, ma causata dal peccato originale. Ma chi avrebbe deciso la pena della mortalità per gli esseri viventi se non Dio stesso? E quali colpe avrebbero commesso animali e vegetali? Non solo, ma Dio stesso avrebbe mandato a morire il proprio figlio – Cristo – per riscattare i peccati degli uomini. In quale modo Gesù abbia vissuto questa cosa abbiamo detto sopra. Non sono credente, ma in ogni caso non mi addentrerei superficialmente in queste questioni religiose, che pongono il problema del male e del dolore, sul quale si è scervellata per secoli la teodicea, senza mai venirne a capo veramente. Dio, onnisciente ed onnipotente, ha voluto il male, l’ha tollerato, oppure è impotente di fronte ad esso? The answer is blowing in the wind… Perchè, non c’è certo solo la morte di chi si spegne naturalmente per vecchiaia, ma ci sono le morti per malattia, per povertà, per innocenza violata, per catastrofi naturali, carestie, la violenza di guerre e genocidi: in poche parole c’è il male, spesso gratuito, e il dolore che ne deriva. Qui, nel male subìto e inflitto, sta la vera questione, il vero scandalo della condizione umana.
    2) Sono d’accordo sul fatto che animali e anche piante siano “diversamente” consapevoli del voler morire. Ma questo consola forse?
    3) Severino. Non lo somoderei su questo tema. Occorrerebbe aggiungere che per lui il “nulla” in cui si cade morendo, sarebbe un clamoroso errore filosofico dell’Occidente a partire da Parmenide. Secondo lui, passato, presente, futuro, tutto è salvo nel seno dell’Essere. Per chi ci crede, e può trarne consolazione, ovvio.
    Laciando perdere questo, la vera questione è un’altra. Davide stesso ammette – come ovvio – che “razionalmente” l’uomo sa di essere mortale, ma emotivamente – almeno in Occidente – preferisce rimuovere la questione. A parte che benedetta sia la forza vitale che ci spinge, Davide continua però a riproporre argomenti prettamente razionali. Si occupa solo della mortalità del singolo, quasi che l’uomo non fosse un essere sociale, immerso in una rete di mille legami affettivi e non. Il lutto, il dolore, il vissuto, i sentimenti, dai suoi interventi sono espunti.
    Allora io credo di poter dire: la “death education” non può basarsi solo su elementi razionali come fa lui, per dire quanto già razionalmente sappiamo. Dovrebbe saper educare ad accogliere l’emotività, i sentimenti, il dolore. Perchè, al di là di tutte le rimozioni, la separazione, l’abbandono, il lutto, sono il punto centrale della questione della morte. Il punto che ci manda k.o, che abbiamo disimparato a gestire: ammesso che storicamente e geograficamente ne siamo mai stati capaci fino in fondo.
    Non molto tempo fa, nel post “L’ossessione della perfezione”, un certo Uji invitava Davide ad andare “oltre”. Non vedo passi avanti in questo senso. Rinnoviamo questo invito?

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