La morte dal buco della serratura, di Davide Sisto

Depositphotos_46032899_s-2015Da qualche mese l’opinione pubblica mondiale si interroga sul “Blue Whale”, un terribile gioco a tappe che si articola in cinquanta giorni. I partecipanti devono affrontare una serie di prove, dal guardare film horror per una giornata intera al tatuarsi sulla propria pelle con un coltello una balena blu (appunto, “Blue Whale”). Il loro superamento va documentato con foto e video. Giunti al cinquantesimo giorno, occorre affrontare la prova definitiva: buttarsi dall’ultimo piano di un edificio, facendo in modo che il suicidio venga filmato e, quindi, rigorosamente condiviso sul web. In Russia si contano 130 suicidi legati a questo orribile gioco. Ma diversi casi sono stati segnalati anche nel Regno Unito, in Francia e in Romania.

I suicidi online sembrano essersi molto diffusi, soprattutto da quando i social network hanno dato la possibilità agli utenti di fare video in diretta. Un caso recente che ha destato particolare scalpore è quello della dodicenne Katelyn Nicole Davis di Polk County, in Georgia. La ragazzina, tramite l’app Live.me, usata per gli streaming video, ha girato un filmato in diretta di quaranta minuti che termina con il suo suicidio. Il filmato si è diffuso a macchia d’olio sul web, anche su Facebook e su Youtube, è stato visualizzato da milioni di persone e rimosso a fatica: su Facebook è rimasto per oltre due settimane e tutt’ora è possibile trovarlo online.

Non solo suicidi, anche omicidi in diretta, diffusi in Rete. Terribili sono, per esempio, le immagini in diretta in cui Vester Lee Flanagan uccide a colpi di pistola Alison Parker, giornalista ventiquattrenne dell’emittente Wdbj7, e Adam Ward, il cameraman ventisettenne che era con lei, i quali stavano realizzando un servizio televisivo in un centro commerciale di Smith Mountain Lake in Virginia (Usa). Immagini pubblicate – e ancora visibili, a distanza di oltre un anno – su quasi tutti i quotidiani online del mondo, per cui qualunque individuo di qualunque età ha potuto (e può) vedere e rivedere un omicidio in diretta, sentendo le urla delle vittime. È di questi giorni, infine, la notizia dell’omicidio di un passante scelto a caso, nella zona nord-orientale di Cleveland (Ohio), da parte del trentasettenne Steve Stephens, il quale ha – prima – scritto su Facebook che avrebbe commesso un crimine da imputare alla sua ex fidanzata, colpevole di averlo lasciato. Poi, ha commesso il reato, documentato con il cellulare e diffuso online, pertanto visualizzato da migliaia di persone e rimosso solo tre ore dopo.

Come sostiene Eran Alfonta, il creatore di If I Die (http://ifidie.net/), un’applicazione per Facebook che ci dà la possibilità di preparare videomessaggi di commiato, i quali verranno condivisi una volta morti, noi oggi siamo su Facebook prima di nascere, nelle immagini delle ecografie prenatali, e durante tutte le fasi della vita. Quindi, non c’è niente di strano nel morire su Facebook e sui social network in generale.

Un conto, però, è essere coscienti che l’attuale integrazione tra reale e virtuale implichi che la morte – soprattutto, per quanto concerne la memoria e il ricordo – sia un evento che riguarda necessariamente anche la dimensione digitale della nostra esistenza. Pertanto, operazioni come If I Die possono essere d’aiuto per comprendere quanto morire sia un normale, naturale evento presente nella vita.

Un conto è, invece, documentare e rendere pubblica la morte, confondendo drammaticamente la realtà che le appartiene con la sua rappresentazione teatrale o cinematografica. Questa confusione, già ampiamente evidente nell’orribile pratica degli snuff film, chiama in causa moltissimi fattori psicologici ed emotivi, tra cui il carattere eclatante di un decesso violento. Eclatante perché la società occidentale, per nostra fortuna, non è più abituata a vedere quotidianamente persone uccise o, semplicemente, decedute. L’omicida e il suicida, rendendo pubblico il proprio gesto estremo, paiono così voler evidenziare e dunque consacrare la propria “eccezionalità”: il loro gesto è “eccezionale”, vale a dire è ciò che costituisce un’eccezione rispetto alla norma. “Non è da tutti, dunque il mio gesto e la mia persona diventano memorabili”.

Ma se è chiara la presenza di seri disturbi della personalità nell’omicida e nel suicida, lascia invece basito il bisogno da parte di milioni di utenti di vedere (a volte, addirittura di condividere e commentare) i video che mostrano “senza veli” la morte in diretta di una persona. A mio avviso, tale bisogno è strettamente collegato alla rimozione sociale e culturale della morte e, quindi, alla sua trasformazione progressiva in un tabù, complice – come detto – il periodo di pace che ha segnato il Dopoguerra in Occidente. Aprire questi videoclip equivale al gesto – divenuto un cliché nella cinematografia trash nostrana degli anni ’70 – di osservare dal buco della serratura la ragazza nuda che si fa la doccia. È il proibito a spingere molte persone a interessarsi a simili videoclip, con un rischio oggettivo piuttosto evidente: non cogliere la differenza tra l’attore suicida in un film drammatico che, finito di girare la scena, si rialza da terra e riprende la sua vita quotidiana e l’individuo suicida nella realtà. Abituati alla rappresentazione del morire, la quale ha cominciato a imperversare non appena abbiamo allontanato il fine vita dalla nostra quotidianità, rischiamo di associare mentalmente i filmati che vediamo nei social network allo spettacolo, alla dimensione mediatica. Rischiamo di rimanere intorpiditi e, al tempo stesso, affascinati, senza cogliere realmente il senso autentico, doloroso di ciò che è stato filmato.

La domanda che mi pongo e che vi pongo è questa: senza aver rimosso la morte, trasformandola in un tabù, ci sarebbe stato lo stesso questo interesse nel vedere i video che rappresentano le persone mentre uccidono se stessi o un altro individuo? Io credo che, all’interno di una società in cui è normale avere a che fare con il morire, tali filmati risulterebbero meno interessanti e molto meno richiesti. E voi, invece, cosa ne pensate? Attendiamo i vostri contributi.

20 Risposte a " La morte dal buco della serratura, di Davide Sisto "

  1. Luigia scrive:

    Effettivamente non sapevo di questi video on line di suicidi, ma penso che forse se ci incappassi e non fosse troppo macchinoso accedervi li guarderei con una certa curiosità,anche perché dopo aver visto tanti film che fingono omicidi e suicidi sento il bisogno di qualcosa di reale, visto che un giorno succederà pure a me di morire, e non so come, ovvero come potrebbe essere…giustamente essendo così tabuizzato il fattore morte e suicidio .

  2. Elena scrive:

    Io trovo tutto questo agghiacciante e la dimostrazione che la morte e il rispetto della persona ormai non sono affatto considerati. Tutto è solo spettacolo e apparenza, solo il mostrarsi conta. Che tristezza!

  3. emilia cerutti scrive:

    La nostra epoca è dominata dallo spettacolo, la cui caratteristica è di sganciarsi dall’esperienza diretta della vita proponendo immagini che richiedono o inducono una contemplazione passiva. Proporre quindi dei video con spettacoli di morte avrebbe la funzione illusoria di poter esperire la morte senza viverla, illudendo cioè che della morte (compresa la propria) si possa dare una rappresentazione. Con il risultato paradossale forse di negarla (e qui si ritorna al tabù). Perciò sono d’accordo con l’ipotesi proposta dall’autore dell’articolo: se della morte ci fosse esperienza diretta non sarebbe necessario lo spettacolo che se ne fa.

  4. D.D. scrive:

    Sono d’accordo anch’io. Mancando l’esperienza diretta, che di certo non è piacevole, la morte come spettacolo ne prende il posto.

    Sulla spiacevolezza della morte di una persona mi riferisco ai sentimenti di chi assiste – delle tre persone al cui decesso ho assistito, la causa era “semplicemente” l’anzianita’. Ho l’impressione che loro fossero già distanti dal nostro mondo anche prima di morire “del tutto”. Ancora fisicamente presenti, ma solo per via del respiro e del battito cardiaco. Non credo che soffrissero, ma erano già assenti, ancora prima di morire.

    Questo provoca un dolore acuto per il distacco ma anche una mancanza assoluta di “drammaticità” a cui ci ha abituato il mondo dello spettacolo odierno. Ogni sentimento deve essere gridato per “apparire” reale. I comportamenti dignitosi non fanno spettacolo. Inoltre, mi pare che le giovani generazioni siano sempre più “distaccate” dalla realtà – di cui hanno sempre più paura, in questi scenari politici inquietanti – e vivano in mondo “virtuale” in cui la popolarità (quindi l’amore) si misura con il numero di followers.

    Da qui non solo la spettacolarizzazione di ogni evento, ma anche la necessità di sapere che si ha un pubblico. Non basta suicidarsi saltando da un ponte con poche persone ad assistere, bisogna incrementare il numero degli spettatori.

    Finisco con due commenti: non ho mai capito perché i film dell’orrore abbiano così successo. Ne ho visti un paio molti anni fa, quando i livelli di violenza erano minori e mi è passata la voglia di vederne altri. Ma secondo me, stiamo andando verso un’epoca di “autismo emotivo”, in cui la risposta ad emozioni violente e continua sarà il distacco, l’indifferenza. Infine, la morte su schermo è ripulita da ogni connotazione fisica sgradevole (sangue, odori poco piacevoli, etc…) che conferiscono realtà agli eventi, oltre al distacco emotivo del non conoscere i morenti. Ma chiunque sia stato coinvolto in incidenti reali, sa che anche assistere alla morte accudentale di uno sconosciuto può essere traumatizzante, appunto perché tutti gli elementi tangibili sono presenti (lamenti, sangue, rumori, odori, etc….)

  5. Giovanni scrive:

    Scusate, ma vado in controtendenza: onestamente non credo che la fascinazione per l’horror della morte in diretta (sia pur filmata e quindi virtuale) sia un fenomeno soltanto dei nostri giorni, e quindi collegabile al fenomeno odierno della rimozione della morte.
    Il tabù della morte – soprattutto se violenta – appartiene, io credo, a tutte le epoche, anche se una volta era – diciamo così – “di casa”: e i tabù, per molti, costituiscono motivo di attrazione e curiosità. Basti ricordare le folle quasi festanti che attiravano le morti violente fra i gladiatori nelle arene, o soprattutto le esecuzioni dei condannati nelle piazze, per impiccagione, per ghigliottina, per linciaggio, ecc. Spesso gli impiccati restavano esposti per lunghi periodi, sia per ammonire, ma contando, celatamente, anche sull’attenzione morbosa dei curiosi. Tuttora – se non sbaglio – negli USA i parenti delle persone offese dal condannato sono ammesse all’esecuzione del cosidetto reo, per trarre (un’orrenda) soddisfazione della sua punizione. Così, io credo, in molti paesi dove la pena di morte è ancora in vigore (dove, in alcuni casi, possono scegliere fra il perdono e la vendetta). Fenomeno minore, ma non meno significativo, è la curiosità di vedere la salma del defunto da parte di persone che magari nemmeno lo conoscevano in vita, mentre questo dovrebbe essere riservato alle persone più intime e vicine. Non ultimo, ricordiamo le code che si creano in autostrada anche sull’altra corsia, causa le gente curiosa di vedere cosa è successo e magari una vittima ferita o morta.
    In linea generale credo di poter dire che, semplicemente, per molti l’horror ha un suo fascino perchè la morte, soprattutto se violenta, ha sempre messo paura e orrore, e se questi ultimi respingono i più, altri ne sono attratti. Il fenomeno dilagante sul web non ha fatto che risvegliare questa curiosità macabra che purtroppo esiste da sempre.
    Certo, il non essere sul posto – quindi fuori pericolo e fuori dalla realtà di quel che accade – ha di sicuro il suo peso, rendendo tutto più vacuo e disumano. Così come ha una sua rilevanza che i giovani oggi vivano sempre più protetti dalle difficoltà della vita (ricordo, ad es. i frequenti casi di suicidio negli ultimi anni del servizio di leva obbligatorio) e si rifugino spesso nella “realtà parallela” del mondo virtuale, anche quando trattasi di realtà vera e tragica.
    Quelli della nostra generazione hanno sentito il dovere morale di vedere (con raccapriccio) i documentari sui lager nazisti, con le montagne di cadaveri degli ebrei. Ma ricordo che in narrativa, al cinema, nei racconti dei media (da giornali alla TV), l’horror, il noir, il giallo, il delitto dove esiste una vittima – che trattasi di fiction o di realtà – hanno sempre avuto un pubblico numeroso e affezionato, curioso anche dei dettagli più macabri e violenti, in barba alla dignità della vittima di turno. La cosa dura tuttora, e trova il suo sfogo naturale sul web.

    • Davide Sisto scrive:

      Non avevo pensato ai gladiatori e a quei fenomeni passati in cui la morte era così manifesta. Grazie per il riferimento. A volte, infatti, le esperienze storiche si ripetono, magari con strumenti differenti. Anche se il suicidio in diretta, per esempio, risponde a meccanismi meno “celebrativi”, tipici delle esecuzioni in piazza, ma a meccanismi più pruriginosi e voyeuristici. In fondo in quelle manifestazioni si consumava un “rito” pubblico che è molto diverso rispetto a quello privato descritto.
      Per quanto riguarda i film horror, concordo. Sono molto restio a condannare le rappresentazioni fantasiose violente (io sono appassionato di heavy metal, per inciso, genere musicale dai contenuti sonori e visivi violenti). Le rappresentazioni rispondono infatti a un ordine di fattori psicologici, sociali, culturali differenti e spesso, nelle loro esagerazioni, hanno un valore etico o pedagogico. Bisogna fare molta attenzione alla distinzione tra realtà e rappresentazione, motivo per cui colpevolizzare i film horror ci conduce su un percorso – secondo me – sbagliato.

  6. D.D., scrive:

    Penso che in questo campo entri in gioco il “fattore umano”. Sebbene faccia piacere credere che l’uomo sia una creatura prevalentemente razionale, la vita prova in continuazione che non sia affatto cosi’. Non solo la parte razionale serve a poco, ma la natura umana e’ composta da infinite variabili e l’uomo vive in societa’ i cui valori cambiano nel tempo.

    In passato si assisteva alle esecuzioni capitali e agli spettacoli cruenti, ma da alcuni resoconti scritti si nota che parte della folla fosse costretta ad assistere (per lo meno alle esecuzioni) e che non ne traesse grande piacere. Il sistema sociale era anche profondamente diverso. Gli “estranei” erano visti come sub-umani o come animali – creature inferiori che non suscitavano empatia.

    Noi invece viviamo in una società iper-politicamente corretta, in cui persino parole come “cieco” vengono viste come insulti, per cui occorre utilizzare termini come “non vedente”. Questo indica una schizofrenia profonda tra quello che la società pretende di essere (estremamente rispettosa) e quello che e’ in realtà e/o di nascosto.

    Assistere alla violenza protetti da uno schermo rimuove la parte fisica e la parte pubblica. Lo spettatore e’ solo con il suo macabro intrattenimento. In questo vedo anche un tratto tipico della spavalderia adolescente – una volta sentii alla radio l’intervento di un ragazzino che diceva quanto trovasse “divertente” CSI… un programma in cui in ogni puntata si assiste all’autopsia di qualcuno morto in maniera tragica non mi pare “divertente”, ma nel commento del ragazzo mi parve di cogliere qualcosa tipo “Posso guardare quel genere di cose perché a me non fanno effetto”.

    Lo stesso meccanismo che si applica a programmi che per me sono inguardabili (tutti i serial sui vampiri, gli zombie, etc…) Non per niente sono rivolti ad un pubblico di adolescenti. Visto che i riti di passaggio non esistono più, ne inventano di nuovi, stupidi, macabri, assurdi….

    • Davide Sisto scrive:

      concordo con la tua analisi, fatta eccezione per l’ultimissima parte del commento. Come dicevo a Giovanni, un po’ mi sento chiamato in causa, perché sono un appassionato di forme musicali “anti-convenzionali” e che si richiamano spesso ai lati più orribili della nostra vita. E conosco bene l’ambito per potere affermare con certezza che queste forme d’arte rispondono a esigenze non solo scandalistiche, ma tramite l’esagerazione mirano a sottolineare aspetti della società o delle nostre convenzioni che non funzionano. Vampiri e zombie: in realtà, hanno una loro chiara funzione culturale. Oggi, accanto alle serie televisive, vi è un ampio ambito di studi culturali che si occupano del ruolo sociale dello zombie o del vampiro. Non credo siano aspetti della nostra vita equiparabili a quanto ho descritto nell’articolo. Rispondono a meccanismi di rappresentazione che vanno nettamente slegati dalla realtà e che, se un adolescente o un adulto non hanno problemi psichici, non influiscono in alcun modo in maniera negativa.

  7. Giovanni scrive:

    Concordo con questa distinzione di Davide. Personalmente non mi piace l’horror nè l’heavy metal, ma non per questo li trovo condannabili, anzi hanno una loro precisa funzione. Piuttosto io citavo fatti reali e facevo una distinzione fra fiction e realtà, in riferimento ai media (giornali e soprattutto la TV, e per ultimo al web) che sui delitti (veri) vantano da sempre record di letture e ascolti grazie alla curiosità morbosa di molta gente per le dinamiche dell’omicidio, e in quale modo truculento siano state ammazzate le vittime. Non vedo molta differenza nel diffondersi della curiosità sul web, col guaio che porta la realtà stessa ad essere vissuta come fiction.

  8. D.D. scrive:

    La differenza principale tra la violenza del passato (esecuzioni pubbliche, gladiatori, ecc…) e quella odierna è che il contesto sociale è (o dovrebbe essere) diverso. Come menzionato, in passato la violenza si riversava sui “diversi” per cultura, religione, razza, ecc … e la mancanza di empatia, secondo me, era dovuta al non riconoscere la vittima come meritevole di compassione.

    Non tutti si divertivano o trovavano “normale” la crudeltà. Leonardo da Vinci era contro la violenza sugli animali e in molti si batterono contro la tortura nelle carceri.

    Nel mondo contemporaneo, invece la condanna della violenza è – in teoria – la norma sociale, perché si riconosce che ogni essere vivente abbia diritto ad essere trattato con rispetto. Che sia solo in teoria è provato dai fatti. Quello che mi è impossibile capire è come si possa provare interesse per “dettagli morbosi” o scene di violenza e tortura. È proprio un’impossibilita’ razionale ed emotiva nel comprendere che piacere si tragga dal dolore altrui (vero o fittizio che sia). Come cercare di spiegare a un cieco dalla nascita cosa siano i colori… non è possibile…..

    Per questo la mia logica si basa sulla teoria del desiderio di “appartenere al gruppo”, tipica di personalità deboli e di adolescenti, ma non è detto che sia giusta o sia la sola che spieghi una realtà complessa come la nostra.

  9. Giovanni scrive:

    Cara D.D. Le questioni che poni rivelano un animo nobile e innocente, e molto idealista: implicherebbero un discorso complesso. Brevemente, In linea generale, posso dire che il cammino della civiltà è un qualcosa che non si deve dare mai per acquisito per sempre e soprattutto per tutti. I rigurgiti, le regressioni di inciviltà sono sempre possibili e ovunque. Basta guardarsi attorno, in questo mondo sconvolto da guerre e terrorismo, con i “grandi” che giocano pure col rischio atomico. E, anche in Italia, si assiste a un ritorno di simpatizzanti nazi-fascisti e di antisemitismo. La gente di colore ha acquisito parità di diritti, sulla carta: ma sono forse trattati come i bianchi? Così come le donne (vogliamo parlare del fenomeno del femminicidio senza accennare alle discriminazioni sul lavoro?), i gay, i disabili, ecc…
    La “norma sociale” è un qualcosa di acquisito, ma mai per sempre e per tutti. Ci sono molti modi di esclusione per povertà, degrado, e ancor oggi, diversità, nonostante le leggi progressiste. Però il malessere sociale spiega, ma non tutto. E’ l’animo umano che non cambia mai completamente, mai per tutti. C’è anche chi, per puro spirito di contraddizione, per rivalsa, per ignoranza, per immaturità, se c’è una norma, è tentato di infrangerla. Spesso, come dici “il gruppo” aiuta i fragili e gli immaturi. Ma ci sono pulsioni, nell’animo umano, che non vanno verso il “bene” o il lecito, ma sono attratte dall’incontrario. E, in questo senso, il web, nell’immaginario dei più, regala una illusoria libertà assoluta, nel bene così come nel male. Vorrei ricordare Hannah Arendt, che inventò, riguardo i nazisti (ma vale per tutti), il concetto di “banalità del male”. Il Male non ha niente di grande o di metafisico, è spesso qualcosa di piccolo e meschino che alberga nel grigio dei meandri dell’animo umano.
    C’èst la vie, e c’è bisogno prendere atto anche delle brutture e valutarne i rischi, le motivazioni e le contraddizioni, altrimenti vivremmo come angeli nell’Eden e non su questa Terra sempre così problematica e martoriata.
    Siamo usciti un po’ dal tema specifico per guardare oltre, ma penso che ne valga la pena.

    • D.D. scrive:

      A commento del libro – e del film – sulla Arendt, qualcuno ha scritto che “banalità” e’ una definizione sbagliata. Si dovrebbe invece parlare della “normalità” del male, ovvero del come persone normali siano facilmente convinte a commettere azioni orrende.

      Sul tema, ho letto con interesse sugli esperimenti di Milgram e della prigione di Stanford, in cui sia come risposta all’autorità, sia per il fatto di indossare divise, i partecipanti venivano convinti con incredibile facilita’ e rapidità alla violenza…. il che non e’ per niente rassicurante.

      Infine, per quanto riguarda la curiosità morbosa, ricordo ancora con disgusto una mia ex-collega, che l’indomani dello scoppio della prima guerra del golfo arrivo’ in ufficio tutta contenta e ed eccitata dicendo di aver seguito “la guerra in diretta”. Questo non fece che confermare l’opinione che ne avevo, ovvero che fosse una povera cretina, ma nel corso degli anni l’ho sentita spesso questa frase e ogni volta mi domando quale “piacere” si può ricavare dal seguire “in diretta” eventi orribili – o dal pretendere che non siano orribili e che non ci facciano nessun effetto altrimenti saremmo troppo sensibili.

  10. Giovanni scrive:

    Cara D.D., rispondendo alle ultime righe, c’è – nella migliore delle ipotesi – chi “si difende” dall’orribile vietandosi ogni coinvolgimento emotivo (riguarda “gli altri” e non me o i miei cari): in questo senso la “distanza” creata da internet rende tutto più facile perchè si riesce a guardare una realtà sgradevole come fosse un film. L’alternativa più brutta è che purtroppo ci sono anche quelli che ci godono, cioè i sadici…

  11. Giovanni scrive:

    In un post come questo dove si parla del fenomeno di immagini di morti violente postate e molto visitate sul web, con l’ipotesi che possa trattarsi di una conferma del fenomeno di rimozione della morte, vorrei citare un film che è l’esempio opposto.
    Trattasi di LE CREPUSCULE D’UNE VIE, del 2015, del regista israeliano Sylvain Biegeleisen (titolo in inglese TWILIGHT OF A LIFE, ma il film è parlato in francese, essendo la famiglia di origini europee). Ho avuto occasione di vederlo a Milano, in una mini-rassegna del nuovo cinema israeliano, ma non mi risulta, per ora, che il film abbia una distribuzione nazionale, sia pur di nicchia, benchè esista il filmato con i sottitoli italiani sovraimposti. Il film è straordinario, perchè la madre, 94enne, pur malata terminale, è per lo più lucida, e con il figlio – quando è in vena – parla di tutto: ride molto, fuma ancora qualche volta, e assieme cantano canzoni che lui le suona con la chitarra. Lui la interroga anche sulla prossima dipartita, lei per lo più risponde che nella vita è sempre stata una combattente, ma a volte, quando sta male, confessa di sentire “la chiamata”. Un film estremamente toccante, dove si ride e ci si commuove assieme. Il regista ha il pudore di non filmare il momento del decesso, ma la sua opera è qualcosa di miracoloso per entrambi (lei è consapevole che lui sta facendo un film e lo incoraggia), e anche per il pubblico: un vero e proprio piccolo gioiello. Lo dico qui perchè chi ha un qualche aggancio con cinema/distribuzione film si attivi per farlo proiettare anche nella propria città.
    Devo dire che qualcosa si sta muovendo nel senso della rottura del tabù. Lasciando perdere i libri, numerosi sul tema, non è la prima volta che anche nel campo dell’arte, dello spettacolo, la morte di una persona cara viene portata in scena. Per quanto riguarda la mia esperienza, vorrei citare, nel primo campo, la straordinaria, recente mostra di Sophie Calle, MAdRE, messa in scena al Castello di Rivoli. Andando un po’ più indietro, ricordo, a teatro, un bellissimo spettacolo di Fausto Paravidino IL DIARIO DI MARIA PIA, che metteva in scena la morte della propria madre. Infine, al cinema, il ben noto MIA MADRE di Moretti. Sono sempre le madri le grandi ispiratrici che ci insegnano il ciclo vita-morte, sia quando ci mettono al mondo, che quando lo abbandonano.

  12. Davide Sisto scrive:

    Grazie mille per il suggerimento cinematografico. Lo cercherò sicuramente. Così come molto utili sono gli altri riferimenti. Delle opere citate ho visto solo il film di Nanni Moretti al cinema, che mi era piaciuto (nonostante apprezzi di più il Moretti di un tempo, quello tra fine anni ’70 e inizi anni ’90). Il tema della morte al cinema è un tema sterminato. Ci sono moltissimi riferimenti importanti. Sul senso della morte nella vita, quindi su un tema differente rispetto a quello del post, apprezzo particolarmente l’ultima scena di “The New World” di Terrence Malick, che non a caso è un filosofo. Ma ci sono moltissimi film molto toccanti – e non retorici – sul tema.

  13. Giovanni scrive:

    Grazie a te Davide. Hai ragione, in libri e anche film la morte è ampiamente trattata, e ho avuto modo (da cinefilo accanito), riguardo questi ultimi, di citare alcuni titoli anche inediti in Italia. Qui mi limitavo alle ultime uscite. In ogni caso TWILIGHT OF LIFE è importante perchè non trattasi di fiction, ma di un documentario quasi artigianale. Non ho ancora avuto l’occasione di vedere THE NEW WORLD di Malick, che è fra i miei registi preferiti (e un filosofo, come dici tu), che già in THE TREE OF LIFE aveva regalato un capolavoro sul tema. Grazie del suggerimento.

  14. D.D. scrive:

    Proprio ieri ho visto BEGINNERS (non so se sia uscito in Italia e con che titolo). Un film del 2010, con Ewan McGregor e Christopher Plummer (che vinse l’Oscar come attore non protagonista). McGregor è il figlio di Plummer che si trova ad affrontare sia il “coming out” del padre a 75 anni, sia la morte dello stesso 5 anni dopo. Il film comincia con il figlio che svuota la casa del padre dopo la morte e procede con vari flashback. Plummer interpreta il personaggio con dignità e coraggio. La morte è presentata in maniera realistica e – secondo me – anche la reazione di smarrimento, disorientamento e dolore del figlio.

    Nella letteratura, mi è piaciuto “Da qualche parte verso la fine”, di Diana Athill, dove l’autrice affronta il tema del suo invecchiamento e della morte della madre e della nonna. Una signora formidabile.

  15. Davide Sisto scrive:

    Grazie per il suggerimento. Lo andrò a vedere o a cercare. Nel mio libro “Narrare la morte” citavo l’ultima frase di “21 grammi” che secondo me è bellissima e molto profonda. Così come, su un piano totalmente diverso, quello molto comico, resta storica la parte dedicata alla morte del film “The Meaning of Life” dei Monty Phyton.

  16. Giovanni scrive:

    Grazie a D.D. e Davide dei suggerimenti. Ho visto oggi “Beginners”, film del tutto atipico, interessante: più che la morte però è protagonista la malinconia, se non la depressione, del figlio (Ewan McGregor) e della sua compagna. Non sono un “fan”. invece, del cinema di Inarritu (sempre troppo enfatico); quanto ai mitici Monty Phyton, ripasserò sicuramente “The meaning of life”.

  17. Davide Sisto scrive:

    Ieri notte Le Iene hanno dedicato un lungo servizio, molto inquietante, sul gioco Blue Whale in Russia: http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/viviani-blue-whale-suicidarsi-per-gioco_721232.html

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