La morte al tempo del Coronavirus, di Marina Sozzi

In questi giorni convulsi, in cui il pericolo di contagio del coronavirus ci lascia sbigottiti, scardina le nostre certezze e mina la sicurezza delle nostre vite, mette a rischio la nostra salute (giovani o vecchi che siamo); in questi giorni in cui, se non siamo accorti, il nostro sistema sanitario nazionale rischia di collassare; in cui la nostra vita sociale e culturale è sospesa, e la nostra economia corre il pericolo di entrare in un lungo periodo recessivo; in cui la paura domina le menti, mi sono chiesta quale contributo potesse dare questo blog, che ha sempre trattato di morte.

La morte è infatti il fantasma che aleggia oggi sopra le nostre città contagiate, ferite e deserte, in modo del tutto inedito per i nostri contemporanei. Cosa aggiungere agli innumerevoli interessanti commenti scritti da giornalisti e scrittori da un mese a questa parte? Non è facile.
Tuttavia, mi pare che non solo abbiamo tutti paura di ammalarci e morire. Ma risulta anche particolarmente inquietante il “come” delle morti che il coronavirus ci mette di fronte.

Un tempo, quando la medicina non aveva strumenti efficaci per combattere gran parte delle patologie, la morte giungeva sovente a causa di malattie acute. Il morire era brutale e sopraggiungeva rapidamente.

La medicina novecentesca, con la sua ricerca sempre più efficace in farmacologia, con la sua sempre più raffinata tecnologia chirurgica e diagnostica, aveva allontanato da noi “la morte improvvisa” da malattie brevi e travolgenti, per la quale si pregava una volta “libera nos Domine”, quella morte che non ci lasciava il tempo di accomiatarci dal mondo e mettere l’anima in pace con Dio.
Oggi le nostre morti sono, nella maggior parte dei casi, morti al rallentatore, che sopraggiungono per malattie croniche e degenerative che ci privano, piano piano, di fette di vita e di autonomia. Morti prevedibili con prognosi lunghe, morti alle quali ci si può, se si vuole (se si desidera andarsene consapevolmente), abituare poco per volta, fino, in alcuni casi, ad essere davvero “sazi di giorni”.

Il coronavirus arriva imprevisto e sbaraglia (oltre a molte altre cose) anche tutto il nostro apparato di pensiero sulla morte, la nostra (mi verrebbe da dire) Death Education. Le cure palliative, l’accompagnamento, l’hospice, il domicilio, la dolcezza, perfino l’essere circondati dai propri cari: tutto quello che ci rassicurava, pur nel triste pensiero di dover un giorno morire, viene meno.

Le morti per coronavirus sono e saranno morti che si consumano in ospedale, forse in terapia intensiva, in isolamento, velocemente, proprio con quei tubi che avevamo attribuito all’accanimento terapeutico e che non volevamo più, nei nostri fine vita. L’idiosincrasia per i tubi, per respirare o per nutrirci, ci aveva portati a volere una legge che ci permettesse di stilare le nostre Dichiarazioni Anticipate di Trattamento. Molti di noi hanno voluto scrivere che non desideravano rianimazione, respirazione artificiale e nutrizione artificiale. E ora sembra che proprio quel rischio incomba nuovamente sulle nostre vite. E ancor peggio: i nostri cari saranno tenuti lontani, per timore del contagio. E, nelle nostre più plumbee rappresentazioni, saremo circondati solo da operatori intabarrati in scafandri protettivi e in probabile burn out da superlavoro.

Non è solo il rischio di stare male e quello di morire, che preoccupa. E’ la quarantena, il cordone sanitario che isola le persone, che separa le famiglie. E’ l’orribile percezione che chiunque può essere un pericolo per noi. E’ l’apprensione per i nostri cari. E’ questo antico apparato di un ossessivo pensiero della morte che avevamo completamente archiviato. Qualcuno, non del tutto a sproposito, ha ricordato la peste del Trecento, o quella del Seicento, anche se la mortalità del Covid-19 è certo molto diversa…. Tuttavia, il memento mori che avevamo messo in soffitta torna prepotente nella nostra quotidianità. Inutile dire che non siamo preparati a confrontarci con una tale invasiva precarietà generalizzata.

Nessuna cultura è mai stata pronta ad accogliere un’epidemia, penso. Manzoni ce lo ha raccontato in modo magistrale. Ma certo nella nostra cultura, anche coloro che non hanno negato il pensiero della morte, anche coloro che erano in grado di prendere in considerazione la propria mortalità in un contesto protetto di accompagnamento palliativo, sono ammutoliti di fronte al Covid-19. Mi includo. Siamo ammutoliti.
E ci riconosciamo fragili e paralizzati dal terrore, nonostante le nostre conoscenze, la nostra medicina, la nostra razionalità occidentale. Mi viene in mente Sartre, che sosteneva che non sia possibile prepararsi alla morte. Diceva che gli uomini sono come prigionieri reclusi nel braccio della morte: sanno di dover essere fucilati, e si preparano per quella morte, salvo poi essere falciati via da un’epidemia di influenza spagnola.
E mi viene in mente anche un altro pensiero. Anche le nostre morti, addolcite e ovattate, sono un incredibile privilegio, uno straordinario esito della nostra cultura. Speriamo di poter presto tornare a pensare alla morte per malattie croniche…

Credo sia utile raccontarci la nostra paura, o ciò che ci passa per la mente di fronte a questo pericolo nuovo. Aspetto i vostri commenti.

33 Risposte a " La morte al tempo del Coronavirus, di Marina Sozzi "

  1. Davide Sisto scrive:

    Molto interessante il tuo post, mettendo in luce un aspetto non così considerato in questi giorni. Personalmente, non ho alcuna paura per me stesso. A parte il blocco forzato del lavoro “pubblico”, la mia vita non è cambiata di una virgola. Parto dall’assunto che il nostro stare al mondo implica che ogni istante, in teoria, potrebbe essere l’ultimo. Lo scherzo amaro del destino vuole che, in questi giorni, molte persone, rifugiate in casa per evitare il contagio, saranno morte per un incidente domestico, tenuto conto delle alte percentuali di questo tipo di incidenti. Pertanto, sono sereno e mi affido alla provvidenza senza panico. Lo penserei anche se i rischi di morte riguardasse statisticamente di più la mia età. Questo ovviamente non implica in alcun modo l’imprudenza né la possibilità di cambiare repentinamente idea, nel caso di un effettivo contagio. Discorso diverso per le persone a cui voglio bene, in particolar modo per quelle con un’età più a rischio. Qui il timore aumenta, anche per le implicazioni sanitarie da te indicate, le quali renderebbero più drammatiche e concitate le ore del contagio. In altre parole, la paura la provo più per gli altri che per me.

    • sipuodiremorte scrive:

      Capisco Davide. Io ho paura sia per alcune persone molto anziane e fragili intorno a me, sia per me, che ho un sistema immunitario non troppo efficace. Ma, in qualche modo, è davvero risuonata in me la riflessione di Sartre. E’ come se io da anni mi fossi preparata all’eventualità di morire di cancro. E la possibilità di essere spazzata via da un coronavirus, senza potermi accomiatare dai miei cari, senza poter fare il processo che mi potrebbe portare ad accettare di morire… è diventata difficile da gestire.

  2. Alexander Recchia scrive:

    Io ho preso una linea che mi porta ad evitare ogni contatto evitabile, credo che la salvaguardia del più debole sia la priorità. In questo momento però pare che il più debole sia l’Italia intesa come paese che sta venendo messo in ginocchio ddall’emergenza sanitaria. Forse ci troviamo davanti ad un bivio essenziale per la nostra esistenza. In questo momento la tecnica non basta più, è forse necessario la dimensione di umanità che in parte abbiamo smarrito e ritrovare un atteggiamento consapevole che l’altro esiste.

    • sipuodiremorte scrive:

      Sono molto d’accordo Alexander. Se tutti ci attenessimo in modo serio alle restrizioni che comunque ci sono imposte dai fatti, forse riusciremmo a venire a capo dell’epidemia in tempi più brevi. Sarebbe tutto sommato un bene anche per l’economia, e in generale per il paese. Ma nel nostro paese il senso di responsabilità è merce rara…

  3. Beatrice scrive:

    Carissima Marina, grazie per questo articolo.
    per come la vedo e vivo io (lavoro in un’impresa funebre), questo virus ha in qualche modo messo le persone, concretamente, davanti alla fatalità e caducità dell’esistenza. forme di isolamento forzato, restrizioni del corpo (orribile, per me, non poter abbracciare le persone a cui voglio bene) che ridimensionano il modo di vivere e vedere il mondo.
    sinceramente dobbiamo trarre insegnamento anche da queste catastrofi: vivere ogni giorno nel pieno rispetto nostro e del prossimo, soprattutto verso coloro che amiamo. non possiamo permetterci di dire “a domani” senza uscire di casa con un abbraccio p una carezza, perché domani potrebbe non esserci la possibilità. soprattutto quando il tuo caro magari è in ospedale, debole e solo..

    • sipuodiremorte scrive:

      Grazie a te Beatrice per il tuo commento. Sono d’accordo che questo virus ha scoperto la nostra estrema vulnerabilità. Una precarietà che è più evidente a chi lavora, come te, in un contesto funerario, o a chi lavora in un contesto sanitario. La storia purtroppo ci insegna che non impariamo mai abbastanza dalle catastrofi, né da quelle naturali, né da quelle provocate dall’uomo….
      Questa volta, poi, il virus sembra particolarmente insidioso per il discorso che tu fai, perché il pericolo del contagio ci spinge a richiuderci nel nostro piccolo mondo. Paradossalmente, questa volta, il comportamento virtuoso e il comportamento egoistico portano gli stessi effetti, la riduzione della socialità e quindi la riduzione del contagio. Intanto, sperimentiamo la più triste di tutte le restrizioni, non poter abbracciare le persone a cui vogliamo bene.

  4. Francesca scrive:

    Io sono preoccupata del fatto di non riuscire a preoccuparmi più di tanto. Penso che da un lato sia un meccanismo di difesa per evitare di cadere nel panico, dall’altro in parte dovuto al contesto dove mi trovo. Vivendo in Germania e lavorando da casa, passando dunque la maggior parte delle mie giornate comunque isolata, forse non percepisco un pericolo.
    Poi io caratterialmente sono molto fatalista, prendo le precauzioni raccomandate e per il resto mi affido alla fortuna, perché il resto è fuori dal mio controllo. Mi sento in imbarazzo, perché non riesco a empatizzare con il senso di dramma che leggo nelle notizie dall’Italia, o forse cerco di prendere le distanze perché mi sembra troppo vicino al panico irrazionale, al sonno della ragione che genera mostri. Non voglio diventare come chi, in preda all’angoscia, svaligia i supermercati e ruba mascherine dagli ospedali. Come ho detto, prendo le mie precauzioni e per il resto cerco una ‘misurata accettazione del rischio’, come ho letto in un articolo giorni fa. Per questo atteggiamento, mi sento distante da molte persone in questo momento. Il che tutto sommato forse non è così negativo.
    Sono un po’ preoccupata per i miei genitori in Italia, quello sì, perché sono in un’età a rischio e medici. Ma ci sentiamo molto spesso e loro condividono il mio atteggiamento nei confronti della situazione.
    Per quanto riguarda la vita e la morte, secondo me siamo privilegiati nel considerare ogni giorno che abbiamo davanti come qualcosa di dovuto. Arriva la morte o la possibilità della morte sotto forma di malattia, e ci sentiamo truffati. Ma non lo siamo, la morte è solo l’altra faccia della medaglia, nessun giorno avrebbe valore se tutto potesse durare per sempre. Io ho spesso paura della morte, ma penso sia perché ci rifletto spesso, nel tentativo di accettare questa realtà: la vita non ci è dovuta, siamo fortunati ad avere ogni giorno in più, specialmente se possiamo viverlo con un minimo di benessere e comfort, ed è bene apprezzarlo e sfruttarlo al meglio. E non arrabbiarci con la nostra mortalità, perché in ogni caso non serve. Lottare per vivere a lungo e bene e perché i nostri cari possano fare lo stesso, certo, ma ignorare l’elefante nella stanza, no.
    Questa è la mia piccola riflessione, un po’ antipatica in questi tempi probabilmente. Grazie di questo spazio e di questa possibilità di scambio.

    • sipuodiremorte scrive:

      Buongiorno Francesca, e grazie per il commento. Capisco benissimo il suo atteggiamento. Direi che il mondo si divide in due, quelli che minimizzano e quelli che adottano misure draconiane, dettate dalla paura. Sono due diverse strategie difensive, entrambe comprensibili.
      A mio modo di vedere, il secondo atteggiamento è più efficace per la salvaguardia dei più fragili e dell’intero paese. Vi invito a leggere la bella intervista a Luca Ricolfi su Italia Oggi, se non la conoscete già: https://www.italiaoggi.it/news/ricolfi-l-italia-deve-fermarsi-un-paio-di-mesi-2429444

      • Laura scrive:

        Buongiorno,
        se mi posso permettere, pongo una domanda: perché nella risposta si parla della dicotomia tra chi minimizza e chi applica misure draconiane? Io non vedo nessuna minimizzazione nel discorso di Francesca, che tra l’altro dice di rispettare tutte le misure con dovizia. Il suo è semplicemente un atteggiamento psicologico diverso (che personalmente, tra l’altro, condivido) e che credo vada rispettato senza affibbiargli il giudizio di “minimizzazione”.
        Oppure non ho capito io, e in tal caso mi scuso e spero di essere corretta.
        Grazie mille del contributo interessante!

        • sipuodiremorte scrive:

          Cara Laura, grazie per il suo commento. Le faccio notare la rilevanza della distanza temporale, che in questo periodo conta moltissimo. Francesca ed io scrivevamo il 6 marzo. Allora non era stato deciso di chiudere il Paese, e si stava riflettendo sull’opportunità di farlo. Ed era senz’altro molto opportuno, senza rallentare il contagio ci sarebbe stata una situazione totalmente fuori controllo. Occorreva un pizzico di allarmismo per far comprendere ai cittadini l’esigenza di restare a casa.
          Lei scrive il 14 aprile, più di un mese dopo: nel frattempo le decisioni che non si poteva non prendere sono state prese, e, leggendolo oggi, il commento di Francesca (peraltro molto equilibrato, sono d’accordo) suona molto diverso. Oggi anche io mi riconosco nella posizione di Francesca. Ma il 6 marzo occorreva agire, e in fretta.

          • Laura scrive:

            Capisco, e ringrazio per l’inquadramento temporale, effettivamente necessario, che non avevo colto. Colgo però ora l’occasione per dire che la posizione di Francesca mi ha profondamente colpita per la razionalità cosciente con cui affronta questo momento, e credo che personalmente sarà un esempio che seguirò nel quotidiano. Grazie a questo blog perché parlare di questi temi è molto liberatorio e, evidentemente, ciascuno ha una visione diversa, ed è bello e rassicurante potersi ritrovare nei racconti degli altri. Grazie ancora!

  5. Sonia scrive:

    Buona sera Marina. Anch’io sento la difficoltà di gestire un distacco forzato proprio mentre lo stare insieme e condividere sarebbe la cura migliore per affrontare la paura. E medito continuamente su quale lezione sarebbe meglio imparare il prima possibile da questa situazione, certamente anomala, ma non così inverosimile.
    La prima lezione è che per quanto ci si sforzi di migliorare, attraverso leggi, protocolli, evidente based il nostro lavoro sanitario c’è sempre qualcosa che smaschera i paradossi in cui ci costringiamo a vivere.
    Concetti quali umanizzazione delle cure, pianificazione delle cure, relazione di cura oggi cosa significano?
    Li abbiamo voluti fortemente per contrastare chi chiedeva a gran voce il diritto di morire, l’eutanasia intesa come omicidio assistito. Ma oggi di fronte alla paura di essere contagiati, invochiamo il diritto di proteggerci perché in fondo morire non lo vogliamo davvero. E chi chiedeva di non accanirsi nei confronti dei malati grandi anziani, cronici, con diverse comorbilitá, adesso chiede il ricovero in terapia intensiva per la cura della polmonite.
    Un’altra lezione è che lavorare solo per il proprio giardino non è conveniente. Il confronto con le altre realtà è doveroso e dovrebbe essere sistematico affinché ognuno possa imparare dall’altro.
    Ed infine un certo giornalismo ha mostrato la sua fragilità: finalmente la parola è stata data agli esperti, con qualche pecca certamente, ma tutto è migliorabile.
    Personalmente vivo nella certezza che, qualsiasi risvolto ci attende, sarà una grande opportunità per tutti.

    • sipuodiremorte scrive:

      Buongiorno Sonia. Non so se credere ancora agli insegnamenti della storia, o delle catastrofi, per l’insieme dell’umanità… E’ vero che alcune cose positive si stanno verificando a causa, paradossalmente, del coronavirus: la diminuzione dell’inquinamento, ad esempio. Ci si può chiedere: avevamo proprio bisogno di qualcosa che ci costringesse a usare meno l’aereo e le navi da crociera? Ebbene, pare di sì.
      Inutilmente Greta, piccola Cassandra dei nostri giorni, ripete a ragione che quando la tua casa brucia non attendi qualche anno per spegnere l’incendio.
      Ma il coronavirus sarà forse un’opportunità di riflessione per qualcuno. I più sensibili, i più attenti, quelli che sono abituati a riflettere sulle cose che accadono loro. Sempre che restino in vita, naturalmente.

  6. Ferdinando Garetto scrive:

    Cara Marina, grazie! Come avrai visto, il tuo post era non solo opportuno, ma ..anche necessario e atteso. E grazie a tutti coloro che con i loro commenti anche diversi nei contenuti lo hanno richiamato e arricchito. Siamo fragili, siamo umani..tutti. In questi giorni l’ospedale è anche un luogo di immagini e suggestioni: c’è meno gente, per esempio meno 95enni trascinati da figli 70enni a improbabili viste ortopediche per ritrovare il guizzo dei vent’anni; meno malati immaginari ad affollare il Pronto Soccorso (in genere quelli che si lamentavano di più per le attese); il lavoro sembra più essenziale, più vero, come tornare dalla “medicina dei desideri” alla “medicina dei bisogni”. Ci colpisce e addolora dover limitare le visite dei parenti ai malati dell’oncologia e dell’hospice, i controlli di follow up pluriennali “che-se-tardi-un mese-casca-il-mondo”, i richiami per chemioterapie “di mantenimento” di dubbia utilità, ma vediamo che le persone capiscono, anzi ringraziano del rigore. E poi- saltando completamente a un altro tema- mi pare che persino si sia almeno per un momento abbassata la soglia del dolore sociale: sembra che siamo di nuovo capaci di piangere davanti alle immagini dei bambini siriani, dei campi profughi, dei muri di filo spinato… Senza voler trovare significati a tutti i costi, vedremo come ne usciremo. Se devo augurarmi una cosa in particolare, è che nei ragazzi e nei giovani resti l’inguaribile desiderio di recuperare il tempo forzatamente perduto del rapporto umano, del “gruppo”, del confronto quotidiano. Scusami anche questa volta per la lunghezza… sei sempre una miniera di stimoli!

    • sipuodiremorte scrive:

      Caro Ferdi, grazie, di cuore, anche a te, per le tue riflessioni. Per quanto riguarda l’oncologia, ho sentito in questi giorni fare le tue stesse considerazioni da altri oncologi di fama. Ma allora, davvero, occorrerà ripensare i percorsi di follow up e di “mantenimento”: davvero si dovrà tornare all’essenziale…
      Per quanto riguarda il senso di precarietà che tutti all’improvviso si sono accorti di avere, non sono ottimista come te. Non credo più molto all’insegnamento della storia e ai cambiamenti che ne derivano. I cambiamenti, se ci sono, sono forzati (il rallentamento dell’economia che fa diminuire l’inquinamento, ad esempio). Quando avremo trovato il vaccino torneremo a fregarcene degli africani che muoiono di fame per l’invasione delle locuste che dipende dal cambiamento climatico, o dei profughi respinti da Turchia e Grecia, eccetera. Diremo di nuovo, vedrai, “America first”, o “Prima gli italiani”. Purtroppo.

  7. Isabella Cazzoli scrive:

    Cara Marina, grazie delle tue considerazioni su quanto sta accadendo.
    Personalmente mi sorprende trovarmi impaurita. E pensare che da ragazza ho trascorso mesi così vicina alla morte, augurandomela persino per l’insostenibile pesantezza delle cure e delle loro conseguenze. Ed oggi invece, non mi sento pronta, non ora, non subito, non improvvisamente, non da sola. In occidente non siamo psicologicamente pronti, fino a pochi giorni fa avevamo in qualche misura la certezza di poter governare la nostra dipartita, lottando per ottenere il diritto di scegliere di morire. Forse è questo che per me è destabilizzante. Penso avremo tutti bisogno di ritarare il nostro concetto di “vita” e che la paura ci inchioda ad una “non vita”.

    • sipuodiremorte scrive:

      Sì, Isabella, sono d’accordo con te. Eravamo così assuefatti alla morte che arriva per malattie croniche, lentamente, che il nostro pensiero principale era se fosse lecito, in alcuni casi, affrettare la morte.
      Non sapevamo cosa fosse il pericolo di morire, e di morire male, per una malattia acuta, per una epidemia.
      E’ molto, molto destabilizzante. Forse è questa la ragione per cui molti preferiscono fare i bulli e ignorare il pericolo, è una strategia difensiva di negazione. Non riescono a crederci. Dobbiamo aiutarli, perché sono un pericolo per sé e per gli altri.

  8. Giovanni Sanvitale scrive:

    Buongiorno Marina,
    confesso che aspettavo da tempo un commento su Sipuodiremorte riguardo il coronavirus. Il tuo smarrimento – così onestamente palesato – mi ha molto colpito.
    Condivido con te la prima impressione che è affiorata alla mente. Possibile che, invece che del cancro, che mi perseguita da anni, io possa invece morire improvvisamente per il coronavirus? Questa riflessione l’ho presa in maniera diversa, così come l’approccio al morbo che dilaga.
    Pur non credendo affatto in un “destino” prestabilito, e pur essendo fra i soggetti più ad alto rischio (tumore, difese immunitarie deboli, età), mi sono detto subito fatalista. Andrà come deve andare.
    Se davvero si è fatto i conti fino in fondo con la nostra mortalità – come questo blog invita da anni a fare – si deve essere consapevoli della fragilità e della precarietà del proprio vivere.
    E’ stato un processo maturato lentamente: da un rifiuto della morte vissuta come “inconcepibile”, a una sostanziale accettazione di qualcosa di inevitabile. In questo mi ha aiutato, simbolicamente, il taglio di un traguardo: quello dei 70 anni. Cosa chiedere di più? Arrivato fin qui, il resto è non è altro che un regalo. Il che non m’impedisce di vivere ancora appieno (nei limiti delle mie condizioni fisiche), e più serenamente.
    Tornando al virus, una cosa non avevo invece considerato, sulla quale assolutamente concordo:
    la possibilità di morire soli, senza le persone care al nostro fianco. Perduti da tempo i miei vecchi, se con gli amici ci si sente e si fa squadra, pur a distanza, col mio compagno ci siamo detti: se ci ammaliamo, ci chiudiamo in casa e amen.
    Spaventa, piuttosto, altro: l’idea che “tanto muoiono solo gli anziani” (non del tutto vera); l’affermazione di alcuni medici, secondo i quali c’è il rischio che l’emergenza li porti a scegliere chi cercare di salvare, scartando i soggetti più fragili. E i rischi di sospensione di terapie ed esami per malati gravi, come quelli oncologici. Sembra inconcepibile dover assecondare la crudele legge di natura, che privilegia sempre il più forte, a danno del più debole. Le conquiste sociali di tutela dei più fragili sono dunque in pericolo?
    Ulteriore considerazione, di segno opposto. Siamo allo sbando, pur in un mondo comunque privilegiato, con un sistema sanitario (troppo tartassato, di recente) messo a dura prova ma che ancora resiste, e – contrariamente a quanto afferma Garetto – per i più il pensiero è lungi dal trovare spazio per tragedie molto più grandi, come la guerra in Siria, e le condizioni disumane dei rifugiati bloccati dal nostro egoismo al confine della Grecia e sull’isola di Lesbo (dove pare sia arrivato il virus, per colmare il flagello). Nonchè per l’Africa e il Medioriente, dove milioni di cavallette hanno distrutto tutti i raccolti. Guerre, calamità naturali, epidemie, riguardano sempre gli altri, sono così lontane dal nostro immaginario e dal nostro sentire? Fra le varie stupidaggini che circolano sul web, ce n’è una, significativa: “ricordiamoci che ai nostri nonni si chiedeva di andare in guerra… a noi si chiede di stare sul divano…”
    Infine, sono pessimista quanto te sulla capacità dell’essere umano di trarre insegnamento dalla Storia. I recenti nazionalismi, uniti all’odio razziale (migranti islamici, ebrei, infine cinesi), contro omosessuali e donne, e a un frequente negazionismo dell’emergenza climatica, ne sono un esempio lampante, da cui non si può prescindere. Finita la bufera, anche secondo me, riprenderemo da dov’eravamo rimasti: cosa che non consola affatto.
    Auguri, a te, all’Italia, al mondo, a tutti. L’Arca di Noè approderà da qualche parte, non dopo il diluvio, ma dopo l’uragano. Dopo, piuttosto, dovremo ancora far i conti salatissimi, non solo dei morti, ma anche dell’economia, già di per sé ampiamente dissestata.

    • sipuodiremorte scrive:

      Caro Giovanni, grazie davvero per questa tua lunga e preziosa riflessione. In me non è comparso il fatalismo…ma la ribellione. Non voglio morire così, non di coronavirus. E sono molto in ansia per i miei cari. Tuttavia ti capisco. E ti auguro con tutto il cuore di uscirne immune, tu e il tuo compagno.

      • Giovanni Sanvitale scrive:

        Cara Marina, se ci pensi, e tu lo saprai molto bene, la “ribellione”, il “perchè proprio a me?”, è in genere la prima reazione alla diagnosi di malattie gravi come il cancro, in cui entrambi siamo coinvolti. Poi segue la fase della presa di coscienza e della resilienza (quando si ha possibilità di guarigione, o di convivenza a lungo, come nel mio caso).
        Anche allora però, invece di ribellarmi, mi ero detto “perchè non a me?”, visto che tocca a tante persone. Non dimenticando che noi gay (allora demonizzati) abbiamo attraversato anche la tragedia dell’Aids, di cui pochi parlano ora. Nel caso del coronavirus, il “tocca a tutti (o quasi)”, dovrebbe dare un senso di temperie “comune”, cui far fronte con coraggio, fermezza e senso di solidarietà per tutti. Come pare l’Italia, in gran parte, stia facendo, sia pur con tante manchevolezze. Niente come il virus ci riporta alla precarietà del nostro vivere, che ora si fa un dato “comunitario”. Il fatto che questa si faccia più vicina e minacciosa, dovrebbe indurre a riflettere, quanto, una volta ancora, siamo impreparati all’eventualità dell’ammalarci e del morire. Magari soli, e questo – convengo – è il dato che spaventa di più.

        • sipuodiremorte scrive:

          Sono d’accordo Giovanni, ho la sensazione che stiano emergendo alcuni tratti propri dell’uomo, il bisogno di stringersi gli uni agli altri nella sventura e nella paura, la commemorazione dei defunti nei necrologi, il rinsaldarsi delle relazioni, la solidarietà, perfino il patriottismo, in un paese tradizionalmente esterofilo come l’Italia. Poi, certo, ci sono anche coloro che continuano a negare, che sottovalutano il pericolo, che dicono che “tanto muoiono solo gli anziani”, che non riescono a rispettare le regole. Siamo probabilmente di fronte a un evento che, per la sua enormità e per gli effetti che avrà su tutti i piani, ci porterà a rivedere il nostro rapporto con la morte e con i morti.

  9. Carlo scrive:

    Per ogni cosa, c’è un lato positivo. Io vorrei guardare a quello. C’è un nuovo senso dell’unità d’Italia, in questo momento. Cose, che forse, non accadevano neppure in guerra, con le opposte fazioni. Ci sono momenti che mi hanno commosso: le interviste in TV alle due infermiere in zona Bergamo che davano la sensazione di combattere, fino allo stermo, per tutti noi. Medici, scienziati, Presidente della Repubblica e del Consiglio, cui, per una volta, guardiamo come padri della nazione. I giro delle telefonate con amici e parenti, vicini e lontani, che quasi ogni giorno si fa. E proprio oggi, a mezzogiorno, una cosa forse banale, su invito probabilmente di un social: decine di persone che applaudivano. Applaudivano l’Italia. E’ durata una decina di minuti, con tante persone alle finestre, che si guardavano l’un l’altra. A un certo punto è partita una domanda “tutti bene?”, e la risposta di molti “sì”. E un coro “Italia, Italia”, seguito persino da qualche tromba.
    Non m’illudo affatto che tutto questo durerà, dopo. Ma c’è un risvolto in ogni tragedia. Il senso della solidarietà, della “cosa comune”, della collettività, per una volta unita. Ci voleva, forse, questo virus, per ritrovarla.

    • sipuodiremorte scrive:

      Anche io sono commossa da questa ritrovata unità. Speriamo che serva almeno a spazzare via le parole di odio che infestavano la politica italiana, e non solo. Tuttavia, proprio non riesco a dire che questo virus “ci voleva”. Il peggio deve arrivare. Perderemo amici e parenti. Sarà terribile, prima che ne possiamo uscire.

  10. Gabriele Righi scrive:

    Solo ieri ho letto l’interessante e profonda riflessione di Marina nonché i commenti che ne sono seguiti: effettivamente è il tempo delle riflessioni e della ripresa del tempo che ci è dato. Siamo in un salto d’epoca ma non sappiamo ancora quale sarà la risultante del cambiamento e in quale o quali direzioni sarà diretto. Di sicuro, ma a fatica, stiamo capendo che è necessario alzare lo sguardo verso il futuro. E, venendo ai nostri temi, le attuali restrizioni (limitazioni ai funerali e chiusura dei luoghi della memoria) ci si sta rendendo conto dell’importanza dei riti di commiato. La rimozione della morte e l’abbandono delle problematiche del settore funerario, che non è centrato sull’elaborazione del lutto e di chi lo vive, ma solo sull’allontanamento del problema, ne è conseguita la dimenticanza anche nell’emergenza. Solo negli ultimi giorni, in seguito agli allarmi lanciati da alcuni sindaci (a dire il vero alcuni se ne sono occupati con grande attenzione), si comincia a parlarne. Uno dei fenomeni in corso è la richiesta delle famiglie, che hanno una perdita e che sono in quarantena, è quella di procrastinare il funerale e la sepoltura o la cremazione, ma questo non è “tecnicamente” possibile. Non siamo attrezzati per depositare feretri in sicurezza igienica per parecchi giorni, ma è quello che le famiglie chiedono. Anche il settore funerario nel suo complesso andrà ripensato.

    • sipuodiremorte scrive:

      Buona sera Gabriele, e grazie per le sue considerazioni. Credo anche io che questo evento sia epocale, e richiederà un ripensamento su tutti i fronti, non ultimo, certo, quello del settore funerario. Sono persuasa che rivedremo il nostro tendenziale antiritualismo, e magari anche l’idea di una memoria solo privata “del cuore e della mente”.

  11. Gaia scrive:

    Salve, mi fa molto piacere leggere una riflessione come la sua, rispetto al tema della morte.
    Ho pensato molto a questo negli ultimi giorni, anche io pensavo di avere accettato, nonostante tutto, ‘il mio dover morire’, l’ ‘ho imparato’ proprio poco tempo fa, quando è morta la mia gatta. È stato un tempo lungo e difficile, ma grazie ad averla accompagnata fino alla fine ‘in un certo modo’, tutto ciò mi ha permesso di accostarmi alla morte, sorprendentemente, in modo sereno e permettendomi di uscirne, trasformata, diversa da come ero prima. Insomma avere imparato ad accettare la sua morte, ha insegnato anche a me ad accettare la mia.
    In realtà, qualche giorno fa, quando ho saputo, che, in caso di morte da coronavirus, sarei morta da sola, per evitare contagi, inoltre anche senza un rito funebre, mi è salita una tremenda angoscia, che non credevo di avere… Nonostante avessi già fatto i conti con ‘la mia morte’, una delle cose che avrei desiderato di più al mondo e che mi auguravo, nel momento della mia fine, era essere accompagnata da una persona capace di accompagnarmi nel momento sacro di passaggio alla mia morte, sentendo e vivendo, insieme a me la sacralità del momento… ecco..credo che, in realtà, sia proprio quello che mi turba di più, nell eventualità di morire da sola, ossia di ritrovarmi, mio malgrado, ad attraversare ‘ quel passaggio’ così sacro, in maniera superficiale e ‘ordinario’, quando invece dovrebbe essere vissuta in maniera stra-ordinaria, ancora meglio se condivisa con altri…
    Credo che per vivere in solitudine (quindi in maniera ‘nuova’ un po’ per tutti la propria morte, considerando, che nella maggioranza dei casi, si muore con vicino qualche proprio caro) un momento così carico di significato, intenso e sacro, come la propria morte, bisogna ‘prepararsi per tempo’, iniziando a guardarsi dentro, in profondità, già fin da ora, che siamo in salute e ‘fare i conti’con noi stessi, rispetto a questo tema della morte in solitudine, cercando di dare comunque un senso, a quello che accadrà e trovando modalità parallele per vivere la propria morte, anche se soli, nella maniera più sacra possibile, facendosi ‘accompagnare’ da lontano con preghiere e riti dai propri cari… grazie per lo spazio di riflessione che offrite!
    A presto! Gaia

    • sipuodiremorte scrive:

      Grazie a lei, Gaia. Io condivido la sua angoscia. Chi muore, muore una volta sola, e la solitudine, l’impossibilità degli ultimi scambi affettivi, delle ultime parole d’amore, dei lasciti morali degli ultimi momenti, sono una delle cose più tristi nel disastro globale che ci si è rovesciato addosso.

  12. Pingback: La morte al tempo del coronavirus: intervista alla tanatologa Marina Sozzi - Futura

  13. Giulia scrive:

    Carissima Marina, dentro di me si alternano emozioni e sentimenti che fanno a pugni. Il mio babbo morto due mesi fa (per fortuna non adesso, sono costretta a dire), cimitero chiuso, mamma da sola ad aspettare gli eventi, triste, mia sorella ammalata di covid in peggioramento. Mio marito lavora ore su ore in pronto soccorso, vive separato da noi per non rischiare il contagio, dovesse prendersi sta rogna. Dalla tristezza profonda anche di come i morti, i cari defunti vengono catalogati in cifre e curve di grafici, alla rabbia furiosa per un sistema sanitario che è tenuto in piedi da splendide persone, medici, infermieri, osa, oss, personale ausiliario tutto.. ma affondato da anni e anni di politica che l’ha divorato, che ne ha fatto macerie. Questo, DOPO, non si può dimenticare. Non si deve. Le colonne di militari che trasportano salme mi sembra fantascienza, mi sento catapultata in una non-realtà, un tempo anche di una violenza passiva, psicologica, perchè i nostri defunti NON accompagnati da vivi e non seppelliti da morti è dolore. Estremo.Da noi neppure gli assistenti spirituali possono accedere ai malati gravi, nessuno, e siamo a Bolzano. La nostra regione che fino all’ultimo ha permesso a sciatori, turisti e alberghi di fare il loro “gioco”. lo chiamo cosi. Ci sono anche delle precise responsabilità, ma ora lascio dentro di me il posto ad un vuoto che vorrei colmare con tutto ciò che di “terapeutico” possa scovare la mia anima, quel balsamo fatto di voci al telefono, libri, preghiera, famiglia..e lavoro anche se adesso in modo diverso. Cerco e trovo anche sui social, anche nel web..Non sui balconi, mi spiace essere dura. Ma tutti questi canti e balli e flash mobs mi deprimono. Grazie per i tuoi contributi..un abbraccio da uno spirito un pò “sperduto”

    • sipuodiremorte scrive:

      Cara Giulia, ti ringrazio per le tue considerazioni, che arrivano da chi questa emergenza, e le sue conseguenze, la sta vivendo nella propria famiglia. Hai ragione, DOPO dovremo fare molte considerazioni sulla nostra medicina, sul servizio sanitario nazionale, sulla diffusione delle cure palliative e sull’esigenza di formare il personale sanitario.
      Condivido con te una certa avversione per i balconi, mi sembra che si faccia rumore per tenere lontano il pensiero della morte che incombe sulle nostre vite.
      Ti auguro di trovare abbastanza balsamo per l’anima in questo tempo di solitudine.

  14. silvina petterino scrive:

    Cara Marina, grazie per ciò che hai scritto e che ci aiuta a rischiarare la mente nei confronti di ciò che sta accadendo, veloce e imprevedibile. Ci sono stati molti ‘passaggi’ in me al riguardo, e nel come pormi; ho minimizzato alle prime notizie, a mio parere contradditorie da generare confusione e reazioni opposte … Ho visto la situazione da un punto di vista sociale – riguardo la morte – ancora più lucidamente… L’occidente che accede alle migliori cure e prolunga la vita a tutti i costi, a fronte di paesi che ad alcuna cura possono accedere … a bambini che annegano e muoiono ammassati in campi profughi nella quasi indifferenza generale, chiedendomi se questo virus ci volesse comunicare che siamo tutti fragili esseri umani, e la morte – che tanto abbiamo cercato di rimuovere – ci volesse scuotere mostrandosi in tutta la sua crudele potenza. Ci sta riuscendo costringendoci tutti a considerarla in qualche maniera. Quando ho saputo che ai familiari degli anziani è stato negato, senza preavviso, di entrare nelle case di riposo, impedendogli una spiegazione e un saluto, mi ha colta una indignazione che ha coperto le considerazioni mie personali. Li ho immaginati soli e smarriti, curati da persone a rischio, a ragione stressate, con le mascherine che a molti di loro fanno paura… Telefonate e videochiamate, se ci sono, si possono accumunare a cure palliative? Con la chiusura totale e il silenzio su ciò che accade in quei luoghi, i contagi che vi si diffondono, le morti e l’espropriazione di corpi portati via senza un rito e un commiato, resto incredula e senza parole. Mi sento arrabbiata per l’impotenza che sento, anche perché costretta in casa da un mese, sola, senza vedere mia figlia, che è a 40 minuti di strada da me, da quasi due mesi, e chissà quando sarà possibile riabbracciarsi. Al pensiero, che la morte ci potrebbe separare così, oppongo la fiducia e il mettere in atto ogni azione che ci possa mantenere in salute. Prego e nel farlo sento che non accadrà. Razionalizzo e realizzo che nel caso mi ammalassi – sono un soggetto a rischio – non voglio morire in una rianimazione con un tubo in gola, ma neppure soffocata. Chiederei aiuto per un modo più umano e più di tutto vorrei un contatto fisico; forse lo troverei. Intanto resto positiva, penso a ciò che accade a Madre Terra, ai nostri cieli senza aerei e di nuovo azzurri, alla primavera … a quando risorgeremo da questo incubo nel quale ci troviamo, rinnovati e più consapevoli di essere interconnessi, oltre che fragili, del valore di gesti dati per scontati, del misterioso intreccio tra Vita e Morte. Un abbraccio forte. Silvina

  15. sipuodiremorte scrive:

    Silvina cara, grazie per il tuo intervento, che tiene viva la speranza per il futuro in un momento così buio. Speriamo di saper trarre insegnamenti da tutto questo. Che si cominci a considerare una priorità la salvaguardia del pianeta.
    Per il resto ti capisco, anche io sono un soggetto a rischio, e neppure io posso vedere mia figlia. Ho anche due genitori novantaduenni, e mi angoscia il pensiero che se dovessero contrarre la malattia, non potrei star loro vicina.
    Teniamo duro. E riflettiamo, ognuno secondo le sue competenze, su cosa occorrerà fare dopo. Teniamo alta la fiaccola dell’intelligenza. E’ quanto di più umano resiste in questi giorni di isolamento forzato.

  16. Nicola Martinelli - Assistente Sociale e Formatore scrive:

    Condivido con voi questa breve riflessione:

    Covid-19 Avvolti dalla morte nel bel mezzo della vita

    Il cap. 2 versetto 7 della Genesi ci dice: “allora il Signore plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”.

    Il racconto ci informa che l’uomo viene plasmato con elementi naturali, ossia la polvere del suolo; ne deriva che gli esseri umani, pro¬vengono dal di dentro della terra, non sono al di sopra della natura.

    Ciò che rende l’uomo però un essere vivente, ci dice il libro della Genesi, è l’alito di vita che il Signore soffia nelle sue narici. Attraverso l’alito l’uomo partecipa dell’essere di Dio, condivide la sua vita. L’alito che viene soffiato, l’ebraico usa il termine nefeš, è un principio creatore dal quale scaturisce la vita. La vita comincia sempre inspirando: i bimbi, appena nati, vengono sculacciati affinché i loro polmoni si riempiano d’aria.

    L’azione del respirare rende possibile e conserva la vita, la trasmette e l’attualizza in tutte le sue espressioni. Gli stati emozionali sono spesso associati ad una modifica del ritmo respiratorio: avere il fiato corto per la paura di un qualcosa che sopraggiunge improvviso, per una fatica….

    La vita comincia quindi inspirando e termina espirando. Alla fine si spira, si esala l’ultimo respiro, riconsegnandolo, secondo il racconto della Genesi, a colui che ha alitato un soffio nelle narici dell’uomo.

    Tra il primo e l’ultimo respiro si gioca tutta la nostra esistenza. Nel bel mezzo della nostra vita, precisamente gli ultimi mesi del 2019 e i primi del 2020 un virus, detto Covid -19, invisibile ed impercettibile sta tentando di toglierci il respiro, anzitempo. Rischiamo quindi di essere precocemente, come diceva Lutero: “avvolti dalla morte nel bel mezzo della vita”. Questo virus non risparmia nessuno, ciascuno di noi potrebbe essere avvolto dalla morte nel bel mezzo della vita, che improvvisa sopraggiunge paralizzandoci i polmoni e facendoci esalare l’ultimo respiro.

    Riflettiamo poco su questa funzione basilare. Il respiro rende possibile la vita. Questa sosta forzata nelle nostre case potrebbe essere l’occasione per renderci consapevoli che il respiro rende il nostro essere “vivente” e smetteremo, forse, superata la pandemia, di vivere in apnea le relazioni, il lavoro, l’ordinarietà, la straordinarietà.

    Il respiro in fondo è l’unica cosa che ci accomuna, respiriamo tutti la stessa aria e se ci viene a mancare a causa del Covid-19 oggi, dei virus dell’indifferenza, dell’ipocrisia, del tornaconto domani, la morte avvolgerà nel bel mezzo della vita la nostra salute, la nostra economia, la nostra socialità.

    Questa esperienza dolorosa ci aiuterà, forse, a distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile. A capire che il respiro è la nostra risorsa più preziosa.

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