Il significato dell’oblio nell’epoca delle memorie digitali, di Davide Sisto

Secondo alcune statistiche della rivista Mashable, ogni mese l’utente medio di Facebook pubblica circa novanta contenuti sul suo profilo: post, immagini, video. Ora, facciamo finta che Mario Rossi si sia iscritto nel 2008 al social network di Mark Zuckerberg, nato ufficialmente ad Harvard il 4 febbraio 2004. Con due semplicissimi calcoli matematici scopriamo che Mario Rossi ha condiviso su Facebook, fino a oggi, oltre diecimila contenuti. Ma, nel corso degli ultimi anni, non si è accontentato di avere soltanto un profilo su Facebook. Ne ha aperto uno su Instagram, nato nel 2010, e uno su Twitter, creato nel 2006. Facendo un uso quasi quotidiano e metodico anche di questi altri due social, agli oltre diecimila contenuti su Facebook somma centinaia, se non migliaia, di fotografie su Instagram e di “cinguettii” su Twitter (senza contare il materiale interno alla messaggistica privata su Messenger, Snapchat, WhatsApp, ecc.).

In altre parole, Mario Rossi ha un quantitativo di memorie personali, in formato digitale, che non ha eguali nella storia dell’umanità. Se poi consideriamo il fatto che, per esempio, su Facebook vi sono attualmente oltre due miliardi di iscritti ci ritroviamo a vivere in un mondo soffocato – in maniera letterale – dai ricordi.

In un articolo anonimo del 1896, intitolato Voices of the Dead, si festeggiava l’invenzione del fonografo come la definitiva vittoria sulla morte, la quale non poteva nulla contro la capacità tecnologica acquisita dall’uomo di trattenere con sé le voci dei defunti. Qualche anno dopo, nell’Ulisse di Joyce, Leopold Bloom ritiene sensato porre un grammofono in ogni tomba o, comunque, tenerne uno in casa. In tal modo, la domenica dopo pranzo, lo si accende e si ascolta la voce del trisnonno. E, ancora, nel 1983 lo scrittore serbo Danilo Kiš immagina, all’interno del suo libro Enciclopedia dei morti, una biblioteca fantastica, situata a Stoccolma, i cui volumi hanno una caratteristica piuttosto peculiare: contengono informazioni estremamente minuziose di tutto ciò che, ritenuto insignificante e trascurabile, è escluso dagli archivi della cultura ufficiale e non è menzionato nelle altre enciclopedie. In particolare, questa biblioteca raccoglie i dati riguardanti la vita delle persone comuni, di modo da documentare e mantenere viva nella memoria collettiva la loro unicità e irripetibilità.

Oggi i social network hanno portato alle estreme conseguenze il bisogno umano, da sempre sentito, di continuare a sopravvivere all’interno delle proprie memorie. La produzione di ricordi delle singole esperienze è irrefrenabile. Qualche tempo fa avevo già affrontato il tema sul blog, ma in riferimento al pericolo di non riuscire a conservare le proprie memorie digitali a causa dell’obsolescenza tecnologica e delle rigide regole della privacy personale nei social (qui il suo contenuto). In questo articolo, invece, mi interessa soffermarmi su un’altra questione, molto più filosofica: è veramente così importante lasciare una traccia permanente di sé dopo il nostro passaggio sulla Terra?

Ognuno di noi tende a manifestare il desiderio di non scomparire per sempre e, dunque, di divenire – almeno, da un punto di vista simbolico – immortale. Molto banalmente, fare figli per la maggior parte di noi rappresenta il modo migliore di sopravvivere alla propria morte. A volte, tuttavia, penso che ci diamo troppa importanza. Non siamo poi così diversi da quelle centinaia di formiche che rischiamo quotidianamente di calpestare quando camminiamo. E il mondo stesso, anzi l’intero universo, non è poi così interessato ai nostri pensieri, alle nostre credenze, al nostro bisogno di apparire. In altri termini, può diventare quantomeno interessante capovolgere il significato di Coco, il film d’animazione della Pixar uscito nel 2017: non è una tragedia il fatto che, quando morirà l’ultima persona che ha avuto la fortuna (o la sfortuna) di conoscerci, scompariremo nel nulla in mancanza di un oggetto – una fotografia, un filmato, ecc. – che certifichi il nostro passaggio sulla terra.

Lo so, detto da uno che sta scrivendo questo articolo, il quale resterà a lungo nel web, che ha scritto diversi libri e che, come la maggior parte di voi, condivide migliaia di post sui social network può suonare contraddittorio. Tuttavia, mi interrogo spesso sulla effettiva necessità di lasciare traccia del proprio passaggio sulla terra. Per esempio, ho pochissime fotografie che mi ritraggono. Addirittura, io e la mia compagna, in oltre quindici anni di relazione sentimentale, abbiamo due o tre fotografie insieme. E non sappiamo nemmeno dove le abbiamo conservate. Questo perché, in fondo, è meglio guardare avanti, non dare troppo peso a ciò che sta dietro, continuare a proseguire il proprio percorso fino alla fine. E, dopo, chi se ne importa. Chi se ne importa di quello che sono stato, chi se ne importa di quello che ho fatto e ho detto. Il mondo andrà avanti, si sarà nutrito di ciò che gli ho dato, nel bene e nel male, e si nutrirà ora di nuova linfa vitale, prodotta da chi prenderà il mio posto, da chi abiterà nei luoghi in cui ho vissuto, da chi camminerà sui marciapiedi su cui ho passeggiato.

È davvero così importante soffocare la propria esistenza con le memorie delle proprie esperienze? Magari sì, ma perché non pensare anche in modo contrario, quindi riconoscere l’importanza pedagogica dell’oblio totale? Scendere a patti con il nostro scomparire, non rivestendolo di angoscia e tristezza ma osservandolo con la malinconica consapevolezza che così funziona la vita, potrebbe forse rendere meno drammatica la coscienza della nostra mortalità e anche meno sofferente l’esistenza di chi soffre per la nostra perdita.

Sto riflettendo insieme a voi e non voglio dare una certezza oggettiva alle mie parole né fornire un insegnamento particolare. Tuttavia, mi sembra utile riflettere sul tema in un’epoca in cui passiamo la maggior parte del nostro tempo a produrre memorie in formato digitale. Cosa ne pensate?

6 Risposte a " Il significato dell’oblio nell’epoca delle memorie digitali, di Davide Sisto "

  1. Emanuela scrive:

    L’altra sera, di fronte ad un tramonto meraviglioso, mio figlio mi ha chiesto di fare una foto per ricordarlo. Ho provato, ma gli ho fatto notare di come la foto non rendesse giustizia alla bellezza del tramonto “reale”. Gli ho suggerito di guardarlo con gli occhi e non attraverso altri filtri, e di custodirlo nella memoria. Credo valga per i tramonti, ma anche per le persone care che non ci sono più… Grazie della suggestione

  2. Antonella Cuomo scrive:

    Caro Davide, sai già che sono d’accordo con te. Vorrei aggiungere che, se esiste veramente una dimensione “social”, se davvero noi siamo esseri sociali, possiamo terminare la nostra vita con la consapevolezza di aver dato e ricevuto cose preziose pur nella loro apparente insignificanza. Possiamo morire e consegnarci all’oblio sapendo di aver contribuito a modellare e modificare (in bene, si spera) il mondo, nel quale altri sperimenteranno condizioni di cui ci riconosciamo corresponsabili, sia pure in quantità infinitesimale. Come formiche, appunto, o come api. L’oblio mi sembra un’affermazione forte proprio della dimensione sociale.
    Quando ero studentessa universitaria e percorrevo su e giù i decumani di Napoli, mi dicevo che, in profondità, sotto terra, sotto i miei passi giovani e impazienti, correvano le vie che un fiume di umanità aveva attraversato da duemila anni a questa parte. Pensavo ai mie concittadini del passato con amore. In quarant’anni, ho assistito al recupero delle vie sotterranee, all’apparire delle botteghe e delle ville, dei mosaici e degli archi, dei sistemi idraulici e delle cisterne, delle sepolture di coloro che duemila anni fa erano stati vecchi e, a loro volta, avevano lasciato il mondo. Il mio senso di cittadinanza è diventato sempre più forte, perché ho assimilato la testimonianza del lavoro e dei piaceri di quegli uomini e di quelle donne, che le cose ci restituiscono. Non contano i nomi, anche se talvolta un particolare commuove. Conta soprattutto la coscienza della storia comune. Per me, è questo a sfidare il tempo e a raccontare davvero chi siamo stati. Le vicende individuali sono una debole cosa e lottare per conservarle mi sembra una patetica illusione di grandezza. Su questo piccolissimo pianeta, in un universo probabilmente sconfinato, in cui durate e distanze si misurano con numeri inconcepibili, la sola cosa vera è la nostra capacità di essere umani oggi, in questo momento, in cui tutto il tempo si raccoglie per offrirsi a noi come una cosa comprensibile e preziosa.

  3. Angelo scrive:

    Da qualche tempo ho deciso che quando verrà il mio momento non voglio lasciare alcun ricordo tangibile di tipo funerario (tomba, lapide, urna cineraria), voglio essere cremato e che le ceneri vengano disperse in natura. L’unico ricordo che mi interessa lasciare, se sono stato capace di lasciare tale ricordo, è nella mente (per i romantici: nel cuore) di chi mi ha conosciuto, di coloro da cui ho ricevuto e cui ho dato amore ed affetto.

  4. daniela scrive:

    Gentilissimo Davide
    come sempre articolo, contenuto e riflessioni interessantissime.
    Convengo con quanto già detto da Antonella ed Angelo.
    Voglio essere ricordata per la mia capacità di essere umana, per l’amore che ho saputo dare, per la disponibilità, per le mie capacità creative, per la mia dignità e per la mia serietà.
    Non ho avuto figli; ho cinque nipoti che mi amano molto a cui cerco di insegnare rispetto per gli altri e amore per la vita.
    Mi basta questo per essere immortale.

  5. Annarosa scrive:

    Ho appena consegnato le chiavi della casa che è stata l’ultima abitata dai miei genitori, da me in parte e da mia mamma
    negli ultimi ventiquattro anni, ho finito di svuotarla sabato e mi sono accorta che volevo tenere con me il più possibile, che mi ricordasse di lei, della mia famiglia, anche se continuavo a dirmi che lei sarebbe rimasta nel cuore, nei pensieri, ma gli oggetti che le sono appartenuti è come fossero un filo che mi mantengono in contatto con lei e non posso farne a meno…e lei è ancora viva, ma sta in casa di riposo e, avendo l’alzheimer, “mi lascia” ogni giorno un po’. Per quanto riguarda me, invece, non sento il desiderio di lasciare traccia, ognuno di quelli che restano decida come e cosa vorrà ricordare di me.

  6. Davide Sisto scrive:

    Grazie a tutti i vostri commenti. Oltre a essere riflessioni molto profonde e coinvolgenti, sono anche utili per capire qual è il sentire in merito alla memoria di sé e al desiderio, o meno, di essere ricordati.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*