Il corpo che siamo: alle radici dell’etica

Ricevo e pubblico con piacere dalla bioeticista Giusi Venuti questo articolo che riflette appieno anche il mio pensiero:

Da dove viene e dove va il nostro sapere? E’ a partire da questa domanda che l’oncologo Van Potter, negli anni Settanta in America, ha fondato una nuova disciplina: la bioetica.
A suo avviso, il compito della bioetica era ripristinare e mantenere il legame del sapere scientifico e tecnologico con la saggezza, intesa come arte di utilizzare il sapere acquisito in modo opportuno. Potter intendeva invitarci a inscrivere nel “corpo che siamo” ogni pensiero, e ogni scelta etica. Una lezione di umiltà, che avrebbe dovuto riportarci alla terra dalla quale tutti nasciamo e alla quale tutti torneremo.
Eppure è facile constatare come il suo monito sia stato e sia continuamente disatteso proprio dalla bioetica, che è diventata una disciplina intellettualistica, nella quale si manovrano principi astratti e concetti vuoti e ciechi (sacralità o qualità della vita? beneficialità o autonomia?).
Siamo ancora in grado di sentire la vita che scorre nelle nostre vene e che costituisce il fondo non scontato su cui ogni presa di posizione teorica poggia?
Quando ci pronunciamo a favore della responsabilità sociale, quando difendiamo gli esclusi e i deboli avvertiamo nel corpo il peso, la paura, il disorientamento, che la nostra stessa vulnerabilità ci provoca?
Ci meravigliamo ancora della potenza di ogni vita che inizia? Siamo in grado di rendercene conto e di coglierla come una manifestazione concreta del differire, dell’essere altro da ciò che si era precostituito o immaginato?
Forse questo era l’invito più genuino di Van Potter quando, da scienziato, evidenziava l’esigenza di sapere come stiano le cose (e che le cose non siano messe bene ormai lo sappiamo tutti) ma anche il bisogno di una saggezza degli atti. Una saggezza capace di dosare e miscelare il desiderio di benessere personale con l’imperativo di rispettare gli altri e il pianeta; il sapere specialistico con la consapevolezza della complessità; la rivendicazione dei diritti individuali con la considerazione dei doveri collettivi.
Sappiamo che è molto difficile far passare nella pratica quotidiana questi richiami morali, che non a caso vengono da Potter stesso codificati in un vero e proprio decalogo.
Forse dovremmo imparare ad agire senza “entrare nella terra promessa”, rinunciando a vedere immediatamente le ricadute delle nostre azioni: ma per far questo servirebbe una nuova educazione etica, capace di accogliere la fragilità e le emozioni di chi, in quanto uomo, è chiamato ad agire con responsabilità, nei limiti di ciò che il suo corpo gli consente, nel qui e nell’ora della vita che gli è toccata in sorte. Ne siamo, ne saremo capaci?
Voi che ne pensate?

3 Risposte a " Il corpo che siamo: alle radici dell’etica "

  1. patrizia scrive:

    Sono assolutamente d’accordo. Ma sembra che tutti noi, chi più chi meno, al giorno d’oggi abbiamo perso la capacità di pensare e di ascoltare ma , invece, ci ritroviamo ad “agire” continuamente. Eppure dovrà arrivare una generazione che ritorni ad essere umana. Almeno lo spero.

  2. Cristian Riva scrive:

    Buongiorno Marina,
    Beh argomento “bello tosto” e difficile da affrontare con le parole. Forse perché proprio le stesse, spesso, deviano le nostre idee, ci fanno passare attraverso stereotipi senza manco che ce ne accorgiamo. E tutto diventa routine. Riporto il tema in questione al mio quotidiano. Ogni giorno mi chiedo “onestamente, quanto ci interessa il dolore degli altri? quanto e come lo sentiamo veramente? siamo disposti ad uscire dagli schemi (anche delle parole) sporcandoci anche un po’ le mani?” É un lavoro su se stessi e sul nostro ambiente, sul nostro Vivere quotidiano, enorme, che ci pone di fronte, quando ci riusciamo, alla nostra vera essenza. Ogni tanto mi succede: ed ecco che un gesto, uno sguardo o anche solo un pensiero possono riuscire a modificare completamente situazioni di oggettiva difficoltà, intrappolata non da chi ci sta di fronte, ma da noi stessi. L’invito, senza alcuna presunzione o soluzioni (poiché non ne ho) é veramente di sporcarsi le mani, senza aver paura del dopo o di cosa potrà accadere. Nel mio piccolo, vi assicuro, che ho sempre portato a casa grandi insegnamenti che tutt’ora mi accompagnano nel mio agire quotidiano.
    Un abbraccio.

    Cristian Riva
    http://www.coraggioepaura.com

  3. Andrea scrive:

    Gentile signora Sozzi,
    credo che la cosa più difficile sia agire secondo coscienza senza aspettarsi di vederne i frutti, perchè ci vuole davvero forza e fede in quello che si fa.

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