Il compito di essere mortali, di Davide Sisto

8kf6mjxnNonostante siano ormai diversi anni che si discute degli effetti negativi della rimozione della morte all’interno della società occidentale e, in particolare, sul rapporto medico-paziente, constatiamo tutti quanti – quotidianamente – le difficoltà spesso insormontabili con cui si scontra il medico quando deve prendersi cura dei malati terminali, deve sostenere le loro molteplici fragilità ed eludere – al tempo stesso – il rischio di considerarli semplicemente problemi clinici da risolvere. A dimostrazione di queste difficoltà è il grande successo editoriale di libri scritti da medici, i quali con l’esperienza clinica acquisita sottolineano quanto la società sia ancora oggi incapace di fare i conti con la morte, di accettare la morte come parte integrante della vita, quindi di riconoscere che non c’è nessuna guerra in corso tra il medico e la morte. Pensiamo, per esempio, al recente bellissimo libro del chirurgo statunitense di origine indiana Atul Gawande, Essere mortale. Come scegliere la propria vita fino in fondo , che ha creato notevole dibattito pubblico.

Le “armi” farmacologiche del medico, la sua “divisa” bianca color latte, le sue “negoziazioni” con il paziente sono strumenti con cui egli mira a fare tutto il possibile e tutto il necessario, non strumenti con cui guerreggiare eroicamente contro un nemico nero armato di falce, che dall’esterno entra nella vita delle persone per distruggerla. Passano gli anni, si disquisisce utopicamente di immortalità e di superamento dell’invecchiamento, ma non si riesce ancora a prendere coscienza che, prima o poi, la vita di ogni singolo individuo è destinata a finire, per quanto ciò ci faccia soffrire e ci sembri ingiusto, e che il medico – proprio per tale ragione – ha possibilità d’intervento limitate.

Non scendere a patti con la morte e non accettarne il ruolo all’interno della vita comportano, tra le tante conseguenze, la solitudine del morente, per citare il celeberrimo libro di Norbert Elias. E questa solitudine è il risultato della somma della negazione della morte con le caratteristiche che ha assunto la vita quotidiana. Noi siamo lì, sempre a correre avanti e indietro, sopraffatti da un lavoro (precario, quando non addirittura assente) che non ha orari né pause, insoddisfatti di noi stessi in quanto non ci sentiamo mai all’altezza delle aspettative altrui (il mito malato della performance), spesso ossessionati dal bisogno di oggetti materiali. Questa corsa furiosa, all’interno di una vita a cui non prestiamo veramente attenzione e che ci pare infinita, non collima con i tempi rallentati di chi, per malattia o per vecchiaia, sta concludendo il proprio percorso. Costui vive in una dimensione ovattata e a parte. Nessuno potrà mai indossare completamente i panni psicofisici di chi sente di essere gravemente malato e quindi di poter morire da un momento all’altro (vi ricordate l’esempio classico di Ivan Il’ic nel romanzo di Tolstoj?), ma non è lecito che il contesto sociale che abbiamo, pian piano, plasmato ultimamente renda il nostro rapporto con lui vuoto e autistico. “Vorrei dedicargli del tempo, ma ho la scadenza da rispettare e il fiato del capo sul collo”, “ma poi che imbarazzo! che cosa gli dico? Faccio finta di niente? Ma non è che se faccio finta di niente non lo rispetto?”, “E perché il medico non fa qualcosa di più? È pagato profumatamente per guarirlo!”

Sia nei casi in cui il benessere economico garantisce un’assistenza sanitaria dignitosa sia in quelli in cui bisogna arrangiarsi con i pochi soldi a disposizione, il morente – il più delle volte separato dalla società in strutture mediche asettiche e prive di calore umano – è sospeso in un limbo dominato dall’imbarazzo, dalla sofferenza, dall’incapacità di affrontare questa situazione. E a ciò si aggiunge il risentimento – anche inconscio – per colui che non è in grado di guarirlo. E, infine, una volta deceduto, ecco il naturale rimpianto perché “in fondo non ho fatto e non ho detto tutto quello che avrei voluto fare e dire”. Il menzionato Gawande, quando descrive la storia dei suoi pazienti, intrappolati tra la negazione della morte e la solitudine sociale, ricorda la vita dei suoi nonni in India, i cui ultimi anni venivano protetti dall’intera famiglia. Si creava una sorta di nido protettivo in cui far sentire il malato a suo agio, circondato dall’affetto e dall’amore dei suoi cari.

Certo, non è per niente facile riuscire a realizzare la stessa situazione, ora, in Occidente. Però dei passi in avanti si possono compiere. Si può proprio cominciare dal significato proprio di “essere mortale”. Si può, cioè, spingere la società nella direzione di un’educazione, guidata da tutti gli specialisti sia nei campi medici sia in quelli umanistici e svolta fin dall’età infantile, a capire che cosa significhi veramente essere mortali. Io sono mortale nel senso che ogni giorno che vivo è prezioso, perché non ne ho a disposizione un numero infinito. Io sono mortale perché la mia vita – che mi piaccia o no – è fatta così; ha un inizio ma anche una fine. Dunque, io per primo devo essere pronto al mio destino. Questo non significa che devo pensare di poter morire in ogni singolo istante. Significa semplicemente che devo vivere sapendo che non mi è dovuta una vita infinita. E questo vale per me e per tutti quelli che mi circondano. Pertanto, devo costruire una società che cooperi affinché io, in quel momento di grande dolore e di grande sofferenza, non sia abbandonato a me stesso. Devo capire, e lo deve fare la società intera, che il medico può e deve fare tutto ciò che è in suo potere, ma senza la pretesa che sia in guerra contro un nemico. Bisogna, in altre parole, ricreare un contesto esistenziale in cui essere mortale sia la base su cui costruire tutti i rapporti, tutti i legami, tutte le relazioni. È veramente così utopico provare a creare una simile società? Secondo me, no. Però ci va consapevolezza, sensibilità, cooperazione. È un argomento su cui si discute da tanto tempo e spesso si ripetono le stesse cose, ma proprio a ripeterle e a sforzarci tutti quanti insieme possiamo forse, un giorno, celebrare una società che sa come evitare la solitudine del morente.

Cosa ne pensate? Non credete anche voi che una maggiore educazione finalizzata a rendere ogni cittadino, non solo il medico, consapevole di essere mortale sarebbe un punto di partenza importante per arginare il triste fenomeno della solitudine del morente? Attendo opinioni e racconti delle vostre esperienze.

 

Foto in copertina di Patrizia Calcagno

13 Risposte a " Il compito di essere mortali, di Davide Sisto "

  1. angelo motta scrive:

    buona parte delle risposte a queste domande le ho trovate leggendo il libro di Marina Sozzi, l’unica cosa su cui sono sempre comunque in disaccordo sta nel fatto che proprio perché sappiamo che la morte arriva ed a volte arriva in modo estremamente doloroso debba esserci la possibilità di morire attraverso l’eutanasia intesa anche come il modo di sollevare il medico dalla impossibilità di miracoli a volte attesi dai parenti e non dai morenti e, perché no, possa essere la possibilità di morire circondati dai parenti stessi

  2. Erika Zerbini scrive:

    L’educazione alla morte è utile e necessaria non solo per riuscire a fare i conti con la propria umanità e maturare una sensibilità capace di accompagnare il morente, credo che sia fondamentale anche per potere maturare l’accettazione che occorre di fronte a morti ancora considerate impensabili, nonostante siano piuttosto comuni, intendo quelle che avvengono nel periodo di vita intrauterina.
    La morte di un figlio in gravidanza produce effetti dirompenti, aggravati, a mio parere, dall’idea che in quel periodo di vita, la morte non sia contemplabile. Quel morire si traduce spesso in un senso di sconfitta e fallimento delle capacità genitoriali, riproduttive della mamma e del papà. Quando il morire è un’opzione sempre possibile durante il vivere.
    Grazie per questo spazio di confronto, un caro saluto.
    Erika

  3. Davide Sisto scrive:

    Concordo totalmente sul fatto che Marina sia un esempio, nei suoi libri e nelle sue attività, per comprendere il senso della nostra mortalità. Così come ringrazio entrambi per le vostre riflessioni.
    Davide

  4. Franca Di Mauro scrive:

    Ho letto il bellissimo libro del dottor Gawande ” Essere mortale” e anche l’altro, altrettanto bello e commovente, del dottor Kalanithi ” Quando il respiro si fa aria.” La morte, nella nostra società, resta ancora un tabù, se ne ha paura, si cerca di non parlarne, quasi di negarla. Io sono volontaria in un hospice per malati terminali dove purtroppo la morte è “di casa “ma ho notato, durante i miei 12anni di servizio, che non frequentemente i pazienti parlano di morte e, se ne parlano, spesso è un discorso generico, come se non li riguardasse direttamente, e comunque non a breve. D’altra parte, i famigliari, che ne sono pienamente coscienti, alzano una sorta di muro di protezione affinché il loro congiunto ” non sappia”.
    Anche per me il libro della dottoressa Sozzi è stato illuminante, lo proporrei come testo di riflessione per tutti. Grazie

  5. Secondo Giacobbi scrive:

    Sono d’accordo con le idee sostenute da Sisto, così come dall’amica Marina Sozzi. Aggiungo un rapido spunto di riflessione: l’educazione al morire, cioè l’educazione ad una cultura della morte intesa come parte indispensabile della vita è necessaria soprattutto per due motivi: 1- può contribuire a contrastare la pratica, di fatto diffusissima in un modo o nell’altro, dell’accanimento terapeutico. 2-può contribuire ad una cultura della vita in cui il riconoscimento della necessità e della positività dell’essere mortali renda il vivere più pieno e più sereno. Serve anche uno studio sistematico, specie da parte della tanatologia, dell’esperienza concreta, fisica e psichica, del morire, proprio per favorire, anche sotto il profilo medico, un morire il più sereno possibile. In ogni ospedale dovrebbe esserci la figura del medico tanatologo, il cui compito non sia studiare e contrastare le cause del morire, ma favorire, nelle condizioni cliniche ed esistenziali dei singoli casi concreti, il morire migliore possibile, senza essere, in quanto medici, frenati dalla preoccupazione di apparire imputabili di eutanasia.

    • Davide Sisto scrive:

      Condivido totalmente. E, avendo una formazione filosofica, come d’altronde Marina, mi piacerebbe moltissimo che, con il passare degli anni, anche la mia formazione possa fornire un ausilio incisivo per migliorare la cultura medica, sociale, politica, ecc. della morte. Speriamo che si possa andare in tale direzione. Grazie per il commento!
      Davide Sisto

  6. angela donna scrive:

    Le diverse culture religiose fanno costantemente questa educazione ovvimente con i loro strumenti e llimit (nella religione cattolica specie in passato la paura….). In qualche modo quindi una parte dell’umnaità si confronta con il tema della finitezza. Ma non basta un incontro “mentale” di conoscenza. Come non basta ai medici studiarla… Ci vuole qualcosa di più.
    Ogni singolo uomo, nel suo percorso, deve maturare una consapevolezza profonda anche “affettiva” e assolutamente individuale intorno a questo “evento”. Credo si tratti in primo luogo di un atteggiamento che nasce da come la morte è stata vissuta nell’infanzia, nella famiglia e cultura di origine, poi dalla sensibilità personale che spinge a “cercare” risposte. Qui il discorso ci porta, per sempio, a noi che leggiamo questa tua riflessione e seguiamo Marina Sozzi e Si può dire morte!…

    • Davide Sisto scrive:

      Condivido le tue parole, Angela. Il lavoro collettivo è tanto e si spera che un giorno si riesca a potere avere strumenti migliori di quelli che abbiamo oggi per affrontare questo aspetto doloroso ma inevitabile della vita. Grazie come sempre della tua partecipazione!

  7. Pino scrive:

    Due.anni fa ho perso mio padre. La sua dipartita è stata accompagnata dalla nostra vicinanza, tutti e tre i figli al suo capezzale come si è sempre usato con gli anziani quando il loro destino lo permetteva. Ci siamo cresciuti tutti con la cultura che la morte è una componente della vita. Cercare di non pensarla o di credere che non tocchi mai a noi, rende più difficile riconoscerla o accettarla quando poi inesorabilmente si avvicina. Mio padre mi manca tanto, ma più che la sua mancanza fisica, si sente l’assenza di un punto di appoggio protettivo alle mie paure. Paure dell’imprevisto che solo la presenza di un padre può alleviare. La morte non mi ha spaventato neanche quando mi ci sono avvicinato io col mio tumore. Per ora vinto. La preoccupazione per quelli che rimangono è la predominante nei pensieri. Non vorresti che sentano la necessità della tua presenza che non ci sei più. Ci si illude che abbiamo solo cambiato stanza, che ci si è addormentato nel sonno eterno, che si è in compagnia dei giusti e dei nostri cari, che un dio improbabile ha bisogno di noi nel suo mondo.
    Non riesci a crederci.
    La vita è tale finché c’è. Quando scappa via è come un giocattolo rotto che non si può riparare, ne rimane il ricordo dei giochi fatti.
    Buona giornata

    • Davide Sisto scrive:

      Caro Pino, ti ringrazio molto per questa tua testimonianza e in bocca al lupo per la tua guarigione. Un abbraccio.
      Davide

  8. Pingback: “Il compito di essere mortali” – Dr. Giuliano Bidoli Psicologo Psicoterapeuta

  9. Piero scrive:

    Ho 59 anni e una metastasi cerebrale di un tumore renale operato due anni fa. Da agosto sono ricoverato in ospedale.
    Già due anni fa ho attraverso la lettura di libri affrontato il tema della morte come parte integrante e ineludibile dell’esperienza della nostra vita.
    In occasione della metastasi (comparsa ad agosto) questa riflessione è diventata una esigenza improcrastinabil ed incontenibile.
    Vorrei raccontare due esperienze avute durante la degenza. Devo premettere che sono io stesso un medico, anatomopatologo, quindi con un punto di vista come malato molto molto particolare. La malattia mi ha reso molto disponibile con gli altri e la degenza si è trasformata in un viaggio spirituale in cui ho ascoltato decine di altri pazienti in un clima di amicizia e condivisione del dolore e decine di colleghi che paradossalmente hanno incontrato in me una persona con cui stabilire un ponte emotivo attraverso la quale raccontare se stessi e i propri drammi esistenziali. io non ho mai nascosto il mio dolore, ho cercato di farne uno strumento di comunicazione e di contatto sia con me stesso che con gli altri. Ha funzionato! Gli altri sperimentano che il dolore si può esprimere,verbalizzarlo dargli il potere di condurci in un territorio inesplorato dell’essere, trovare altre intelligenze emotive e una percezione nuova della vita e dei momenti che la riempiono. È come se fossi diventato una figura rassicurante perché nello stesso tempo indifeso e sincero, fragile ma disponibile all’ascolto come arricchimento reciproco, senza giudizi
    Due sono le storie che mi preme raccontare.
    Come primo compagno di stanza ho avuto un uomo di 74 anni con una vita brillante alle spalle, campione di rally, ballerino, paracadutista della Folgore ora con un tumore primitivo celebrare molto grave che lo obbligava a sperimentare giornalmente crisi convulsive e a spostarsi con la sedia a rotelle. I medici e la figlia gli hanno nascosto la realtà nel suo tumore facendogli credere che i suoi sintomi erano legati ad un ictus che sarebbe guarito con la terapia. Intanto io e lui abbiamo parlato molto e fatto amicizia . Lui mi confidava la sofferenza per non riscontrare alcun miglioramento per quell’ictus anzi non riusciva a spiegarsi il progressivo peggioramento del quadro neurologico.Un giorno la figlia, avendo saputo che ero un medico e avendo visto constatata l’amicizia con il padre mi chiede se,a mio avviso, fosse meglio informare il padre della reale situazione. Ovviamente la domanda mi ha spiazzato in quanto,pur avendo un’idea precisa circa la risposta da dare,non ero nel ruolo ufficiale per comunicarla in quanto lì mi trovavo come paziente. Mi sono limitato a farle alcune domande per indurla a trovare dentro di sé una risposta autonoma. Le ho detto che a mio avviso suo padre era perfettamente in grado di elaborare la verità sulla sua neoplasia. Lei era terrorizzata e sosteneva che il padre fosse un Peter Pan,eterno ballerino, eterno paracadutista, e che sarebbe crollato all’atto di prendere consapevolezza della propria gravissima patologia. Mi disse che si sentiva completamente lei stessa incapace di parlare cioè di stabilire un contatto verbale e psicologico con il padre. Dopo 2 mesi fu deciso di sottoporre ad asportazione chirurgica il tumore e prima dell’itervento gli fu comunicata la diagnosi reale . Mal’intervento comportó una grave afasia con incapacità a produrre linguaggio e con una capacità di comprenderlo molto compromessa.
    Quando andai a trovarlo mi riconobbe, mi sorrise, ci abbracciamo, senza parole. Lui mi bisbigliava suoni incomprensibili ma che dimostravano la volontà di comunicare e quindi la consapevolezza di esserci. Quando fu il momento di accomiatarci trovammo nell’abbraccio reciproco l’unica comunicazione possibile e quello che mi colpì fu la forza fisica in cui lui mi stringeva, forza restase integra nel suo corpo allenato per anni di paracadutismo di ballo di arti marziali e restata adesso l’ultimo veicolo per trasmettere il proprio mondo e la propria forza interiore, il proprio vissuto interiore ormai incapace di prendere le vie consuete della parola detta. Nella sua forza c’era la sua vita passata e presente potevo sentire i discorsi Che avrebbe voluto farmi perché quando eravamo amici avevamo parlato a lungo e un po’ avevo toccato la sua anima. Ora constatavo qual danno enorme fosse stato nascondergli la verità cosí a lungo rubandogli il tempo per elaborare l’idea di morire, per trovare parole da offrire o ricevere dai suoi cari prima che il linguaggio subisse i danni prevedibili e irreversibili legati al decorso della malattia . La morte sarebbe arrivata in un uomo in cui l’unica forma di comunicazione valida era la forza delle sue braccia che ti stringevano.

    la seconda storia è breve e riguarda un’OTA cioè l’operatore tecnico che in ospedale si prende cura della pulizia dei malati del loro accompagnamento in carrozzella e di altre forme di accudimento. Il suo nome è Celeste e vive il proprio lavoro con un profondo senso di responsabilità e di rispetto verso il malato cosa che ho potuto constatare personalmente durante la degenza. Un giorno la incontro in corridoio sconsolata e mi racconta Che si era offerta per la cura dell ‘igiene personale, la cura del viso e la rasatura di un uomo in fase terminale; come risposta aveva ricevuto l’ordine di non perdere tempo con un malato terminale, proprio perché si trattava di un malato terminale quindi un essere ormai privo di diritti e di dignità anche solo il sentirsi accudito sentire una persona vicina che ti parla che ti regala dei suoni parole gentilezza.No perché la morte deve iniziare quando ancora sei vivo e deve nel modo peggiore, nella negazione della tua dignità e del tuo desiderio di amore.
    Celeste era sconvolta ed io a stento trovavo parole per consolarla

    • Davide Sisto scrive:

      Caro Piero, mi permetto di darti del tu e dirti che il tuo commento è veramente molto bello. Quindi, ti ringrazio di cuore per la testimonianza, che sarà sicuramente utile per tante persone e per tanti lettori del blog che vivono una situazione di vita particolarmente difficile. Un abbraccio forte – anche se virtuale – da parte mia per ciò che stai affrontando. Davide

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