I giovani e la morte

Ho fatto un’esperienza che desidero raccontarvi: ho incontrato liceali che riflettono sulla vita e sulla morte con la competenza e la consapevolezza di vecchi saggi. Un’esperienza che ci aiuta, forse, a smettere di rimpiangere i bei tempi andati e ci chiama a dare opportunità serie ai giovani.

E’ accaduto alla presentazione di PRELUDI, il volume di cui sono stata invitata a parlare al Salone internazionale del Libro a Torino, insieme (con mia grande gioia) a una delle mie scrittrici preferite, Michela Murgia, al dottor Carlo Peruselli e a Helena Verlucca, (Hever Edizioni) editore del volumetto.

Il libro è stato scritto da studenti del Liceo scientifico Gramsci di Ivrea, e parla di morte. L’idea è stata del sindaco di Ivrea, Carlo della Pepa, che è anche medico dell’Hospice di Salerano, gestito dall’Associazione Casa Insieme: i ragazzi sono stati invitati a visitare l’hospice, accompagnati dai loro insegnanti. Hanno attraversato il parco con le piante secolari, hanno raggiunto l’antica villa silenziosa, sono entrati nelle sale comuni, hanno letto il diario degli ospiti dell’hospice, hanno visto i morenti, si sono immedesimati in chi si sta avvicinando alla morte, si sono commossi, hanno riflettuto sulla fine della vita, e poi hanno scritto racconti, e ciascuno di loro ha immaginato come protagonista un morente.

Hanno narrato di malati che si conciliano con la propria morte, hanno paura e la superano, come la musicista del racconto Silenzio, che dice:
“Non c’è canzone che non finisca, il silenzio è necessario, per pensare, comporre, dare spazio agli altri o semplicemente stare lì, ad ascoltarlo (…) Aver paura della morte è come aver paura del silenzio e un musicista non ha, non può avere, paura del silenzio, perché senza di esso non esisterebbe la sua musica. Il silenzio permette di creare una nuova melodia, il silenzio è l’ultima cosa che si sente prima di iniziare l’esecuzione di un brano e, alla fine di ogni concerto, prima o poi torna a regnare il silenzio”.
Questi ragazzi hanno mostrato di aver profondamente compreso la necessità del morire, di essere consapevoli della strana e umanissima coesistenza di gioia e dolore, facendo fiorire, nei loro scritti, una concezione della felicità profonda e non stereotipata. Altro che veline e calciatori!
Hanno capito che per accompagnare chi muore occorre semplicemente stare, esserci, e saper ascoltare, come quella bimba del racconto La sarta del Paradiso, che ogni giorno dopo la scuola si reca in hospice dalla nonna e trascorre con lei il pomeriggio. Hanno colto quante cose può avere da raccontare chi muore: “All’hospice ogni paziente è importante, ogni paziente ha la sua storia e ad ogni paziente vengono riservate tutte le attenzioni possibili. A volte sono sufficienti le orecchie per ascoltare, anche perché non si deve pensare che alla fine di un viaggio loro non abbiano più niente da raccontare.”

Questo libro è un insieme di esperienze davvero uniche: per questo motivo vi invito ad acquistarlo e a rifletterci (Autori Vari, Preludi, Hever 2012). Senza dimenticare che il ricavato delle vendite è devoluto all’Hospice di Salerano.

E, come di consueto, chiedo la vostra opinione: cosa pensate di questa iniziativa di mettere i ragazzi a contatto con l’esperienza del morire? Come potrebbe essere replicabile? Come preparereste vostro figlio, se potesse fare la stessa esperienza?

16 Risposte a " I giovani e la morte "

  1. Paola scrive:

    I giovani e la morte, oltre il tabù. Questo brano mi ricorda, con tutte le differenze, quando ho tenuto un dibattito sul testamento biologico in una scuola superiore: presto ho dovuto cancellare il mio pregiudizio (“hanno 16 anni, della morte non interesserà nulla, è troppo lontana, solo veline e calciatori possono attrarre l’attenzione qui”) : non era assolutamente vero, presto mi sono trovata di fronte a un gruppo di persone assorte e silenziose.
    Grazie della riflessione e del consiglio del libro.

  2. concetta scrive:

    Trovo che la morte non debba mai essere un tabù per nessuno. Neppure, quindi, per i giovani che quasi sempre sono posti al riparo di tutto, del dolore e degli eventi spiacevoli, lasciandoli impreparati così alla vita. La morte, è l’altra faccia inevitabile della vita. Se non ci fosse l’una, non ci sarebbe l’altra. E poi non capisco, perchè in un paese di cattolici, in cui il concetto di al di là, è così spiccato, si nasconda praticamente a tutti, la morte.

  3. Bruna Ganio Vecchiolino scrive:

    Ciao Marina,
    sono Bruna (la Bru Nilde di fb), coordinatrice dei volontari dell’Hopsice di Salerano. Ci siamo conosciute lunedì, prima dell’iniozio evento al Salone.
    Avrei bisogno di mettermi in contatto con te….Scusa l’invasione, ma vedo che così ti compare il mio indirizzo mail, che altrimenti non saprei come farti pervenire…. Puoi per favore darmi i tuoi riferimenti, così ti posso scrivere privatamente?
    Grazie in anticipo. E intanto grazie anche per lunedì….in ritardo…ma ti ho persa di vista mio malgrado, prima di riuscire a farteli vis a vis…
    bruna

  4. Helena Verlucca scrive:

    Grazie, cara Marina, per questa splendida pagina: è decisamente piacevole rendersi conto che qualcuno ha captato lo spirito con il quale questo libro è stato prima ipotizzato da un Sindaco; poi accettato con entusiasmo da professoresse di un liceo; quindi scritto da giovani splendidi, che smentiscono il luogo comune di una gioventù distratta e vocata prevalentemente ai telefonini e alla play station; e infine dato alle stampe da una piccola casa editrice, attenta ai problemi del territorio e dell’attualità.
    Concordo decisamente sull’esigenza che si possa, anzi si debba, poter parlare di morte, senza nascondersi dietro un falso pietismo: e gli interventi appassionati di Michela Murgia, Carlo Peruselli, oltre beninteso i Suoi, hanno aperto le porte a un modo nuovo e molto umano di affrontare tristissime, ma inesorabili, realtà.
    Penso che si dovrebbero fare altri convegni del genere, coinvolgendo altre Scuole del territorio, chiamando in causa giovani per parlare a giovani e lasciando ai meno giovani di trarre le necessarie conclusioni, com’è avvenuto recentemente al Salone del Libro di Torino.

    • sipuodiremorte scrive:

      Grazie Helena per questo affettuoso commento. E ancora complimenti. E’ stata un’iniziativa stupenda e un bel momento di incontro. Da rifare, senz’altro.

  5. Federica scrive:

    Il pensiero che i giovani siano da tenere lontani dalla morte, che non sappiano comprenderla e rapportarcisi è lo specchio del tabù della morte degli adulti e della cultura contemporanea. Trovo che sia incoraggiante capire che la realtà è diversa: se un ragazzo o ragazza riesce a pensare alla morte e stare accanto a un morente è la dimostrazione che , se biene data loro la possibilità, c’è la capacità di andare oltre alla paura del morire. Questo è per me di ispirazione. Se lasciassimo ai più giovani la possibilità di insegnare agli adulti a stare a contatto con la morte forse acquisiremmo insegnamenti preziosi. Grazie per questo libro e per questa occasione di crescere imparando dalle generazioni più giovani e meno imbrigliate dal tabù del morire.

  6. Fernando scrive:

    Una bambina di 2-3 anni scorrazza per l’hospice, curiosa di conoscere tutti, di far vedere i suoi giochi, i suoi scarabocchi; gli occhi sorridenti invitano per un momento le tristezze a farsi da parte, a confrontare la morte vicina del nonno con l’esuberanza della nipotina. La nonna è grata di poter godere della bambina in quel momento doloroso per lei che sta 24 ore su 24 accanto al suo uomo di una vita.
    La morte e poi la vita, ed ancora la morte per una nuova rinascita, e il naturale ciclo della natura intera – anche quella dell’uomo – si compie, si perpetua, fino alla fine dell’universo, ben oltre la morte del singolo individuo.
    Per l’educazione alla morte, con me si sfonda una porta aperta. Già all’apertura di questo blog ho avuto modo di esternare a Marina le mie esperienze, i miei progetti che, sporadicamente, vedo realizzare in qualche realtà – come nei “Preludi”. Spero di avere la forza e la costanza di insistere nel mio intento, o qui o da altre parti.
    Intanto continuo il volontariato in Hospice.

  7. Elisa Lupano scrive:

    Sono volontaria della associazione Amici della FARO e da alcuni anni seguo il progetto “FARO a scuola”, che attraverso alcuni incontri con i ragazzi della scuola superiore (4° e 5° anno) porta nelle classi il tema della morte, dell’accompagnamento al morente, e presenta, insieme alle finalità dell’associazione, anche le figure professionali che lavorano in Hospice, e il rapporto con i malati e i loro parenti.
    La mia esperienza è che da parte dei ragazzi c’è molta disponibilità a parlare di questi temi, proprio perchè, per una sorta di “finta protezione”, non ne riescono a parlare con i loro genitori, e spesso neanche con i loro insegnanti. I ragazzi si chiedono molti perchè, perchè si soffre, perchè soffrono i bambini, perchè muore un ragazzo a 20 anni. Non sempre hanno il sostegno di una fede che dia senso alle cose della vita, ma ameno chiedono la presenza di adulti “onesti”, che li accompagnino in questo percorso di ricerca.
    Comprerò il tuo libro, Mi piacerebbe incontrarti,
    Elisa Lupano

  8. Claudio Tiozzo scrive:

    Come Elisa Lupano sono un volontario degli Amici della Faro. L’iniziativa di mettere i ragazzi a confronto con la morte e il morire è sicuramente un’iniziativa lodevole, che tenta di sconfiggere questo tabù che accompagna i giovani di oggi così come quelli delle precedenti generazioni, a causa della difficoltà degli adulti a discuterne serenamente con i propri figli.
    Questa difficolta di parlare con i ragazzi della vita e della morte è stata accolta dalla Fondazione FARO cure palliative di Torino che ha dato il via al progetto “Faro a scuola” giunto oramai al terzo anno consecutivo.
    In questi tre anni sono stati sensibilizzati i professori di licei e istituti tecnici i quali hanno aderito al progetto, così che la FARO è potuta intervenire nelle classi con psicologhe, operatori (medici, infermieri, Oss) e volontari per parlare della morte e del morire proiettando un filmato e raccogliendo a caldo le loro impressioni scritte e quindi discutendone con loro e sempre sotto il controllo dalla psicologa.
    Risultato molto soddisfacente, i ragazzi sono consapevoli e dimostrano la voglia di soffermarsi a ragionare sull’argomento morte come dimostrano i loro giudizi espressi al termine degli incontri.
    Le classi contattate fino ad ora sono state 19 e i ragazzi incontrati circa 340.
    Claudio Tiozzo

    • sipuodiremorte scrive:

      Carissimi Elisa e Claudio, innanzitutto benvenuti su questo blog. Sono felice che la Fondazione Faro sia così attiva in questo progetto di promozione della cultura delle cure palliative. E’ anche una importante questione di democrazia, poiché si tratta di un diritto riconosciuto da una legge.
      Grazie, pertanto, per il vostro lavoro. E, vi prego, considerate questo spazio come anche vostro, se desiderate comunicare qualcosa!

  9. Nicoletta Salvi scrive:

    Ho iniziato co i pesci rossi quando i miei figli erano piccoli… i pesci rossi, si sa, hanno l’abitudine di morire, e mi sembrava l’unico modo per iniziare i miei figli a questa realtà ineludibile che accompagna il nostro essere al mondo. Quando abbiamo saputo che la nonna tunisia era morente abbiamo preso l’aereo e siamo andati subito. Anis aveva 5 anni e nena 3 e 1/2, la nonna era in coma nella stanza accanto, mattina e sera andavamo a salutarla con un bacio e pregavamo che ” morisse senza soffrire”. Così è stato. Credo che loro abbiano potuto apprendere molte cose.
    Non sembra ma la morte arriva spesso: a volte un compagno, a volte un genitore, a volte un parente … e tendiamo sempre a nascondere, occultare, rimuovere … dibentando tutti degli analfabeti del morire.
    Apprezzo molto queste iniziative, ne abbiamo tutti un immenso bisogno! Grazie

  10. sipuodiremorte scrive:

    Grazie Nicoletta, credo che il suo intervento potrà essere d’ispirazione per molti genitori.

  11. Raffaella Gay scrive:

    Cara Marina,
    dopo tanti anni ci rincontriamo sul tuo bellissimo blog. Un incontro di affetto ma anche di pensieri e di idee perché la morte possa uscire dai tabù per tornare ad essere un passaggio naturale della vita, anche per i ragazzi. E vengo a noi, complimentandomi prima di tutto con te per il libro che compreremo sicuramente e, come tu chiedi, per condividere anche l’esperienza Vidas che da tre anni riflette e lavora con i ragazzi sui temi della sofferenza, della morte, del distacco e del limite. Un’esperienza, per i nostri operatori che vanno nelle scuole, che potrei definire sorprendente nel senso che ci ha fatto conoscere un mondo giovanile che per diversi aspetti si è dimostrato molto più consapevole e profondo di quello degli adulti. Dal percorso più lungo (tre anni), fatto con gli studenti della scuola media Majno di Milano, abbiamo raccolto un video che credo più di mille nostre parole dia senso a quello che brevemente ti ho illustrato. Ne abbiamo parlato sul nostro blog: http://www.noidividas.it/2012/11/la-vita-e-la-morte-raccontate-dai-ragazzi-di-una-scuola-media/
    Forse è solo un sogno ma chissà in futuro potremmo unire le forze? Un abbraccio a te e spero a presto.

  12. sipuodiremorte scrive:

    Grazie infinite, Raffaella. Il tuo contributo è prezioso. Anche per me sarebbe un sogno bellissimo unire le nostre forze, magari su qualche progetto in particolare…

    • Raffaella Gay scrive:

      Allora cominciamo a piccoli passi…saremmo felici di ospitare un tuo post sul nostro blog. Potrebbe essere un’occasione per confrontare le esperienze e ovviamente parlare anche del libro. Quando vuoi e puoi. Un abbraccio

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