Femminicidio: quando la morte dà l’illusione di un legame infinito, di Davide Sisto

Global warming concept: face of woman with cracked skin

I dati dell’Eures, Istituto di ricerche economiche e sociali, relativi alle donne uccise in Italia nel 2016 da mariti, fidanzati o compagni sono particolarmente inquietanti. Nel solo ultimo anno si sono infatti registrati 116 casi, all’incirca uno ogni tre giorni. Quello della violenza omicida sulle donne è, di fatto, un argomento su cui ormai si discute da tempo e che crea – per la sua emergenza – ampi dibattiti sul ruolo della donna nella società italiana, nonché sulle strategie educative e culturali da adottare per frenare questa terribile mattanza di genere.

Tra le numerose considerazioni che possono essere svolte sulle dinamiche a fondamento di questo tipo di violenza, ce n’è una – in particolare – che riguarda i meccanismi psicologici alla base del nostro rapporto con la morte e il lutto.

Come sappiamo bene tutti, ciò che ci fa maggiormente soffrire quando muore una persona amata è la perdita. Il distacco forzato, che abbia indifferentemente avuto luogo all’indomani di una morte improvvisa o avvenuta in seguito a un lungo decorso patologico, crea dilanianti lacerazioni, spesso insanabili, poiché produce nella nostra vita un cambiamento radicale da un punto di vista sia pratico sia emotivo-sentimentale. Ci sentiamo frastornati, abbandonati, feriti da chi ci ha lasciato. L’elaborazione del lutto risponde proprio alla necessità di far fronte, ogni giorno, all’assenza, quindi al venir meno di consuetudini, con le quali si sono riempite gioiosamente le proprie giornate, di specifici rituali che hanno delineato l’intimità con quell’unica persona, di condivisioni e di esperienze, di basi – percepite come solide – su cui abbiamo costruito la nostra quotidianità. In questo blog il discorso sul lutto è familiare, dunque non è il caso di insistere su quell’interruzione che rende lancinante la morte delle persone amate.

Perdita, distacco forzato, abbandono, assenza e interruzione sono anche le caratteristiche tipiche della fine di una relazione sentimentale, soprattutto quando non è consensuale. La psicoanalisi e la psicologia ci insegnano, da tempo immemore, la somiglianza tra il lutto per la morte di una persona amata e il dolore causato invece dalla conclusione di un legame amoroso. Colui che è stato lasciato – contro la sua volontà – dalla moglie, fidanzata o compagna, magari dopo una lunga relazione, si sente abbandonato e spaesato come nel caso del lutto.

C’è però una sostanziale differenza che, se sottovalutata, può diventare molto pericolosa: a morire, in questo caso, non è la persona fisica, ma la relazione sentimentale, l’amore, il legame. La perdita ha luogo, cioè, a livello simbolico, spirituale, potremmo dire “virtuale”, e non segue la definitiva scomparsa dell’amata. Inoltre, nei casi di una rottura non consensuale, il legame è percepito come morto principalmente da uno dei due partner, non da entrambi. Si potrebbe addirittura dire che “chi ha lasciato” considera la morte del legame come il preludio di una rinascita, di una nuova vita; mentre “chi è stato lasciato” ritiene che la propria vita stia invece nella ripresa del rapporto. Il non accettare la morte (in questo caso, del legame amoroso), quando prende la forma di una malattia grave, si può trasformare nella ricerca della morte fisica dell’amata: “Ti uccido perché tu non sia di nessun altro e continui a essere mia”. In altre parole, la morte diviene il simbolo della continuazione: “ti ho persa in vita, ti continuo a tenere a me nella morte”.

Vita e morte si scambiano i propri ruoli, secondo colui che è stato lasciato e non è capace di elaborare la perdita. Se la vita di chi lascia necessita del distacco, allora al lasciato che rifiuta questo distacco – in modo patologico – la morte è l’unica soluzione per evitarlo, per far continuare ciò che è finito.

Come potete immaginare, questo ragionamento è molto complesso e si integra con molti altri meccanismi psicologici, che coinvolgono il possesso, l’orgoglio, la gelosia, un’educazione infantile manchevole, a partire da cui si sono sviluppati traumi, disturbi della personalità, frustrazioni. In altre parole, il cosiddetto “femminicidio” è la conseguenza di un mix letale di aspetti culturali, personali, educativi, patologici, per cui – al di là di alcuni sintomi comuni – occorre tenere bene a mente la storia singola e irripetibile dei protagonisti. Inoltre, non va dimenticato che, spesso, l’uccisione della compagna o la violenza commessa nei suoi confronti avviene quando la relazione è ancora in corso, non necessariamente a seguito della sua rottura. Quindi, quello di cui vi ho parlato riguarda una specifica casistica che non esaurisce il fenomeno in sé. Una specifica casistica da cui, sia ben chiaro, non si vuole in alcun modo trarre una qualche forma di giustificazione del reato o del carnefice, la cui autodeterminazione e il cui libero arbitrio non permettono assolutamente di trasformarlo in una specie di vittima.

La mia intenzione, più che altro, è quella di porre l’attenzione sulla particolare relazione tra la morte del partner e la continuazione simbolica del rapporto, di modo da trarre indicazioni utili in vista di strategie per mezzo di cui aiutare il partner lasciato, prima che possa commettere un reato. Per fargli capire che non c’è continuazione; semmai, c’è l’autentica perdita. La perdita di tutto ciò che ha reso quel rapporto indimenticabile e che va conservato nella propria memoria, con la consapevolezza che, allo stesso modo della vita, anche i legami sentimentali non durano per sempre, a parte qualche rarissima eccezione.

Cosa ne pensate di questo ragionamento? E, in senso più generale, vi è mai capitato di vivere la fine di una relazione sentimentale come un lutto? Fateci sapere.

19 Risposte a " Femminicidio: quando la morte dà l’illusione di un legame infinito, di Davide Sisto "

  1. Giovanni scrive:

    Caro Davide, argomento molto delicato e tesi molto ardita! Capisco il tuo ragionamento, benchè complesso. Posso anche assolutamente sottoscrivere il fatto che facciamo molta fatica a lasciar andare cose e persone che consideriamo parte della nostra vita. Aggiungiamo anche che stiamo perdendo – sempre più narcisi e onnipotenti – ogni senso del limite imposto dalla realtà. Tuttavia trovo un po’ forzato/azzardato ipotizzare che il femminicidio possa perseguire una continuità del rapporto, se non in menti profondamente immature e malate. Per concludere una buona elaborazione del lutto, dobbiamo introiettare la presenza pacificata della persona morta. Come questo possa avvenire con una persona uccisa dalle nostre mani, non saprei proprio immaginare: anzi, mi sembra, psicologicamente, un’eresia.
    A mio parere il fattore determinante è che dal senso atavico di “proprietà” verso la donna scaturiscono rancore e odio in occasione di un abbandono e una separazione di una parte che si ritiene propria e tale non è (rancore, odio, rifiuto e punizione, si badi bene, che un tempo erano della società tutta). Il rifiuto, inoltre, è più pesante da digerire in persone che sono dotate di scarsa autostima. Quel che ne consegue è “mia o di nessuno”; meglio ancora, “mia o non sei niente e in quanto tale io ti elimino fisicamente”. Ma la vittima, da morta, non può avere, obiettivamente, alcuna continuità chi l’ha voluta distruggere, continua a vivere, in memoria, solo alle persone che l’hanno veramente amata. Salvo, appunto, in menti malate.
    Non a caso – vorrei sottolineare – l’omicidio è spesso preceduto da maltrattamenti e violenze, verbali e fisiche, cosa che indica la profonda ambivalenza di un amore mischiato a odio e disprezzo. Del resto, ci sono uomini che decidono di punire e cancellare l’identità la propria ex non solo con la morte, ma anche con l’acido, o le fiamme. Questi rapporti malati hanno quasi sempre questa connotazione: la donna non è vissuta come persona, ma ridotta a “cosa”, semplice stampella-puntello di una personalità maschile estremamente fragile e vacillante: quando la “cosa” si ribella, riacquistando il suo “status” di persona (anche senza abbandono del rapporto), questa viene annientata, tal quale un oggetto da distruggere e buttare. Non riesco a vedere, in questo, alcuna traccia di “continuità” del rapporto con la vittima, piuttosto il “marchio” della suprema offesa, della vendetta perfetta (“distruggo la tua identità, o la tua persona”). Distruttività, quindi, piuttosto che una continuità che alla prova del piano di realtà risulta impraticabile.
    Si potrebbe parlare di continuità forse solo nei rari casi di omicidio-suicidio: riuniti per sempre nella morte, e amen. Diversamente i piani rimangono dispari e inconciliabili, frutto di un gesto che ha sapore solo di odio, spregio e distruzione. Il maschio che detiene il potere vivo, la donna “fedifraga” punita con la morte ( o con l’acido, o le fiamme).
    Personalmente, ho avuto la fortuna, in amore, di non essere mai stato lasciato. In amicizia sì: e a volte, in passato, ho provato più che altro dispiacere e delusione; raramente, solo una punta di rancore, non certo di odio. Credo siano questi impulsi negativi e distruttivi (anche profondamente autodistruttivi), più che altro, a spingere all’estremo del femminicidio.
    Ma sarebbe opportuno, al riguardo, sentire il parere di una donna. Marina, che ne dici?

  2. Carlo scrive:

    Buongiorno, ho preso a leggervi spesso, anche se raramente scrivo. Fra le due tesi opposte, quella di Davide e Giovanni, il “piano di realtà”(di cui quest’ultimo opportunamente parla), soprattutto le regole che fondano la nostra cività, mi portano a schierarmi dalla parte di Giovanni.
    Se dobbiamo calarci nei meandri della psiche malata, allora sì, può essere vero che uccidendo la “propria” (termine improprio!) donna, il feminidicida cerchi di continuare un rapporto di possesso, sia pur nella morte. Ma non occorre nemmeno obiettare – come fa Giovanni – che ben altra è la corretta elaborazione del lutto. Basta chiedersi: possesso di che? Di una persona che non esiste più perchè io stesso l’ho annientata? Penso che, passato il furore del momento, perfino l’omicida stesso non possa evitare di chiedersi: ora cosa mi rimane?
    Se mi è consentito, aggiungerei che Davide cerca, intelligentemente, una sguardo di sbieco per agganciare il tema del rifiuto della morte nella nostra società, collegandolo anche ad argomenti di grande attualità, tipo il web e il feminicidio, o paragonandolo a pratiche folcloristiche come la cura dei morti in Indonesia. Ma così rischia solo di ripetere all’infinito gli esempi di non accettazione della morte e di sviare l’attenzione del tema principale che a mio avviso resta: perchè la morte e tutto quanto vi è connesso sono diventati un tabù? Un tema così importante andrebbe analizzato, più che esemplificato all’infinito.

  3. Davide Sisto scrive:

    Innanzitutto, grazie ad entrambi per i commenti e le opinioni. In realtà, qui la riflessione che ho provato a svolgere, partendo da un mio punto di vista, si riferisce proprio ai casi “particolari”, dato che – per fortuna – non tutti coloro che vengono lasciati dal proprio partner lo uccidono poi. Quindi, la questione della corretta elaborazione del lutto non si pone; nel senso, si pone per impedire che venga commesso un reato. L’omicidio del partner che ha rotto un rapporto ovviamente mette insieme tantissimi aspetti psicologici e culturali che, sommati, determinano il reato. Quello descritto è un aspetto che si lega a tanti altri aspetti. Non sono certo io ad avere scoperto che vi è una stretta vicinanza tra la fine del rapporto amoroso e il lutto. Vi sono decine e decine di libri e teorie a riguardo. è anche molto riduttivo pensare che questo fenomeno vada ridotto a questioni di solo odio, spregio e via dicendo. Le componenti psicologiche e culturali sono molto più ampie e complesse. Per questo non sono così convinto che si debba non tener conto anche dell’inconscio valore che si attribuisce alla morte fisica del partner che ha rotto la relazione: ucciderlo in vita è, nell’immediato, un modo per tenerselo a sé e fare in modo che non sia più di nessuno. Perché non può costruirsi un’altra vita, perché la sua vita è strettamente riconducibile alle esperienze con quell’ultimo partner. Ovvio che, poi, con il passare del tempo l’assassino può capire che la morte non è servita a niente (tra l’altro non spesso ci sono tutti questi pentimenti). Ma la morte è un evento che, sommato agli altri, evidenzia il possesso.
    Per quanto riguarda il commento specifico di Carlo: grazie, innanzitutto, per la lettura. Obietto però su quello che dici alla fine: tutti gli argomenti come il web e via dicendo sono argomenti che descrivono una realtà e una condizione. Sono importanti, innanzitutto perché ci riguardano in prima persona. Perché ci si scontra quotidianamente con – per esempio – il problema della presenza virtuale del morto sul web. E ci sono condizioni psicologiche che ne conseguono. Sul perché la morte e tutto quanto vi è connesso sono diventati un tabù, all’interno del blog Marina ne ha scritto ampiamente. Possiamo, certo, riprendere il tema, però non si può analizzarlo senza le esemplificazioni. Sono le esemplificazioni che mettono in luce il problema e che ci permettono di renderlo presente. Anche perché non è un blog terapeutico. Nessuno di noi intende offrire una “cura” qui all’interno. Ma mettendo in luce le caratteristiche attuali del nostro rapporto con la morte, si solleva costantemente il problema e si forniscono spunti per una riflessione. Certo, se c’è questa esigenza di tornare sul problema del perché la morte è diventato un tabù, possiamo tornarci. Però, lo abbiamo già fatto ampiamente. E, secondo me, la teoria senza gli esempi pratici serve a poco. Non c’è possibilità di analizzare un fenomeno senza introdurlo all’interno di esempi. Grazie comunque dell’opinione!

  4. Marina Sozzi scrive:

    Caro Giovanni, che mi chiami in causa, caro Carlo, eccomi. Intanto vorrei sottolineare che Davide non pensa, naturalmente, che il femminicida sia un uomo in lutto.
    Il femminicida è persona violenta e malata, spesso persona che è cresciuta a sua volta in un contesto di violenza e di disprezzo/odio per le donne. Inoltre, il femminicidio non nasce con la negazione della morte del nostro tempo.
    Tuttavia, c’è nell’articolo di Davide l’illuminazione intelligente di un aspetto di questa orribile violenza: il significato simbolico che assume la morte della vittima in questo genere di omicidio, significato diverso da altre morti in altri tipi di omicidi. Un significato di congelamento della vita della vittima: la tua biografia si ferma qui, dove si è fermato il mio potere su di te.
    Vi ringrazio, entrambi, Carlo e Giovanni, perché vi misurate con temi così delicati su un piano “alto” di riflessione: senza banalizzare, senza pregiudizi. E’ grazie a voi e a tutti i lettori come voi che questo blog ha senso.

  5. Giovanni scrive:

    Anch’io ringrazio gli interventi di Carlo che interpreta meglio il mio pensiero, di Davide, che chiarisce il suo, e infine di Marina, che in poche parole centra la questione.
    Vorrei solo, brevemente, rispondere a Davide, quando dice che questo non è un blog terapeutico. Mi chiedo perchè non possa essere anche questo. Faccio un esempio: si va in analisi per portare alla luce in nostri nodi e i nostri problemi irrisolti che determinano uno stato di malessere. Non vedo perchè questa analisi non possa essere applicata, con beneficio, verso una società schizzata che mette in atto un tipico fenomeno psicologico, di rimozione di massa della morte e di quel che le è collegato, come dice Carlo. Ecco perchè chiedevo anche un parere o di un psicologo o un sociologo, anche se chi – come me – ha letto i libri (e qui i post) di Marina ha già colto gran parte del problema. Colto dal punto di vista intellettuale, ma quello emotivo è sempre la parte più difficile. Poter parlare qui di queste cose per me è profondamente terapeutico, come partecipare a un gruppo di mutuo aiuto. Sono convinto che valga per molte altre persone che sono intervenute – penso soprattutto negli interventi dei primi tempi.
    Credo che Marina già lo sappia, ma questo non è solo un luogo in cui si discutono teorie e opinioni, ma si mettono a nudo – parchè siano accettati – anche il nostro vissuto e le nostre emozioni (Marina, in questo, è stata un esempio straordinario), che non troverebbero spazio nella vita quotidiana, per i problemi ben noti del “tabù”. Ecco perchè il dialogo che si è creato, ad esempio su questo argomento come su altri, lo trovo molto importante e di grande aiuto.

  6. Davide Sisto scrive:

    Certo, hai ragione. Mi sono espresso male, perché ho risposto velocemente. In realtà, volevo dire che non è “terapeutico” nel senso letterale del termine. Meglio, in un senso – potremmo dire – medico. Lo è, nel senso che dici tu. Nel senso di provare a intavolare un dialogo e a confrontarsi su un tema che è rimosso dalla società e che crea grande dolore e spaesamento nelle nostre vite. Così come condivido che occorra sviluppare il lato emotivo, che è sempre la parte più difficile. Torneremo anche sulle motivazioni indicate da Carlo. Credo, al tempo stesso, come scrivevo precedentemente, che la descrizione delle situazioni abbia un suo peso non indifferente. Pensare a dei meccanismi psicologici o esistenziali, posti all’interno del nostro quotidiano, possa rappresentare uno spunto per ragionare e confrontarsi. Così come è molto utile e istruttivo sentire le opinioni che ciascuno di voi esprime. Dal mio punto di vista, ogni opinione e ogni testimonianza sono utili per crescere e per rafforzare la propria formazione. Grazie mille!

  7. angela donna scrive:

    Ringrazio, prima di tutto e come sempre, Davide Sisto per la sua chiarezza analitica profonda – cioè la conoscenza del tema – e la (conseguente!) semplicità con cui ce la trasmette. Consapevole dei limiti e attento alle aperture.
    Ho vissuto un abbandono ( e quindi un “tradimento”) come lutto al punto di dover essere ricoverata in casa di cura…prima di venirne fuori. Non è facile elaborare la fine di una storia non decretata dal “fato” (morte), ma da una decisione tutta umana. Credo che qui stia la differenza sostanziale.
    Il senso terribile di mancanza e vuoto e poi complicato dall’ impotenza che diventa rabbia e implode in sè e contro di sè (come nel mio caso) o che esplode verso l’altro.

  8. Giovanni scrive:

    Cara Angela, il lutto c’è non solo nella morte, ma in molte altre perdite o abbandoni. Come, oltre l’abbandono nell’ambito di coppia, anche quello dell’amico/a del cuore, a perdita – quanto mai attuale – del lavoro, che incrina gravemente l’identità di chi le subisce. Oltre il dolore e l’amarezza anche la rabbia ci sta. Inoltre questo conferma come abbiamo difficoltà ad affrontare il limite di queste realtà che girano attorno alla perdita, alla morte, al lutto, alla malattia grave. Ma – credo di interpretare il pensiero di Davide – la sua tesi originale qui proposta era che uccidendo la propria ex si perseguisse una continuità del rapporto, pur nella morte. Direi che era questo l’oggetto del contendere, più che il resto. Ma, eventualmente, lascio a lui la parola.

  9. Davide Sisto scrive:

    Cara Angela, certo, capisco molto bene. L’interruzione di un rapporto – amoroso o amichevole (come giustamente sottolinea Giovanni) – crea gli stessi traumi di un lutto vero e proprio. L’assenza può diventare insopportabile e lo iato tra il presente e il passato può non essere colmato. Ci pensavo proprio qualche minuto fa, quando tornando a casa mi è capitato di passare affianco alla macchina di una persona che è stata importante per me e che ora non lo è più. Passando accanto a quell’auto è come se avesse ripreso vita quella persona. Come se si fosse materializzata. Ora, questo può essere traumatico. Come dice Giovanni, il caso che è provato a descrivere si collega a questo tipo di dolore, ma lo travalica: appunto, persa la persona in vita, si cerca di tenerla legata a sé, impedendole di costruirsi un nuovo presente attraverso l’omicidio. Un caso ovviamente patologico, drammatico che non riguarda la maggior parte di noi. Sicuramente, la mancata elaborazione del lutto all’interno di sé è un aspetto più consueto, quando finisce il rapporto d’amore. Grazie mille per il commento!

  10. francesca scrive:

    Salve, ma perchè il lutto/abbandono non riece ad elaborarlo il maschio se non con la violenza che attua verso la donna che se ne andata, anche la donna vive il lutto/abbandono, ma non si leggono molti casi di “ominicidio” cosa vuol dire? che noi donne pur soffrendo molto per l’abbandono sappiamo meglio utilizzare la sofferenza anche come crescita personale e come nuova apertura di nuove possibilità di vita., Ma noi donne siamo delle sante che non rispondiamo con la violenza a che ci abbandona dopo magari, averci ben usate? Forse dovremmo smettere di giustificare questi femminicidi – ( parlandone sempre e con dovizia di particolare sui quotidiani, non è che in questo modo l’uomo si senta un eroe?) mi sembra quasi che alla fine la colpa sia della donna che fa una scelta diversa, chiudendo un rapporto ormai deteriorato. Cari saluti e ben vengano queste possibilità di scambi. f.sca

  11. Giovanni scrive:

    Se le donne non sono delle sante, le tue sono sante parole, cara Francesca. Una volta – mi viene in mente un titolo della Beauvoir – una donna abbandonata era una donna spezzata, perchè privata di identità, magari anche orfana di mezzi di sostentamento, e la cui stima dipendeva quasi in tutto dal potere dell’uomo. Oggi una donna lasciata è in grado (pur con tutta la fatica, vedi l’intervento di Angela) di farcela: anche perchè da sempre la donna sa accogliere meglio vita, morte, lutto; è l’uomo ora che si spezza (o spezza con la violenza) ma non si piega. La cosa avvilente è che secondo me l’uomo reagisce con violenza essenzialmente perchè privato del suo potere di derivazione arcaica, denunciando una preoccupante incapacità di evolversi verso una dimensione di libertà e dignità della donna. Sono d’accordo anche che il clamore attorno a questi casi – che pur vanno denunciati e non taciuti – ispirino effetto-emulazione (vedi anche l’acido o le fiamme). In ogni caso, come chiaramente ha spiegato, Davide non voleva certo giustificare questi gesti, solo cercarne le dinamiche più profonde. Ma fin dall’inizio di sembrava opportuno aprire anche questo paragrafo: perchè quasi sempre solo gli uomini non sanno accettare l’abbandono, e quindi anche il lutto? Grazie per averlo fatto notare.

  12. Davide Sisto scrive:

    Ciao Francesca, grazie per il tuo contributo. Ti dirò: ho fatto molta fatica a scrivere questo post, perché l’idea che sta alla base mi sembrava interessante da sottoporre alla lettura ma, al tempo stesso, mi trovavo in imbarazzo ad affrontare questo argomento. Perché, come dici tu, è un argomento estremamente delicato, che chiama in gioco molte dinamiche psicologiche e culturali e che può essere banalizzato. Non mi addentro all’interno delle logiche uomo/donna a proposito dei rapporti personali, perché ci sono studiosi/e più abili di me che sanno affrontare l’argomento meglio di quanto possa e riesca ad affrontarlo io. Credo che la logica della morte del partner per tenerlo appiccicato paradossalmente a sé sia una logica che possa valere per entrambi i sessi. Il fatto che i dati parlino di una preponderanza di omicidi da parte del partner maschio nei confronti di quello femminile, come detto, prima apre una serie di riflessioni che, in questa sede, non mi sembra il caso di aprire. Io volevo concentrarmi su un aspetto molto specifico. Comunque, credo occorra tenere ben a mente il problema e affrontarlo con tutti gli strumenti educativi, culturali, politici che abbiamo a disposizione.

  13. Giovanni scrive:

    Caro Davide, perdonami la franchezza, ma trovo la tua ultima risposta molto evasiva e profondamente deludente. Non occorreva un pensiero particolarmente originale per stabilire che l’abbandono da parte di una persona cara comporta un lutto: così – come ho detto – solo per citare due congiunture attuali, la perdita del posto di lavoro, o la perdita della propria casa da parte dei terremotati. Tu hai voluto andare oltre, tirando in ballo il tema quanto mai gravemente attuale del femminicidio. Dalla discussione nata (e dai dati disponibili) è emerso che non “la maggioranza” come dici tu, ma la quasi totalità di chi uccide perchè lasciato è uomo. Ne consegue che forse il maschio ha maggior difficoltà ad affrontare questo tipo di lutto: penso anche al fenomeno di costume di tante vedove che rinascono a nuova vita, si trovano nuove attività e amicizie, mentre l’uomo, solo, o si deprime o si trova presto una nuova compagna, o si comporta come abbiamo detto. Questa – del lutto non elaborato, dell’incapacità di accettare il limite della realtà della perdita – non è una questione che può riguardare questo blog? “apre una serie di riflessioni che, in questa sede, non mi sembra il caso di aprire”. E perchè mai? Sembra quasi che tu abbia gettato un macigno in un grande mare (già alquanto burrascoso, a dire il vero), per poi nascondere la mano: “non mi addentro all’interno delle logiche uomo/donna a proposito dei rapporti personali, perché ci sono studiosi/e più abili di me che sanno affrontare l’argomento meglio di quanto possa e riesca ad affrontarlo io”. La cosa più incresciosa è che sarebbe una riflessione necessaria che tocca proprio a tutti noi uomini. Non sono uno specialista, ma leggo e mi informo molto, e ho avuto almeno il coraggio di cercare di fare un’analisi (“odio e disprezzo”? non riguardano il tema secondo te, al contrario di quanto invece dice Marina).
    E allora tiriamoli almeno fuori qualcuno di questi studiosi:
    1) Michele Serra, dalla posta del Venerdì di Repubblica (18.01.2013)
    “noi maschi siamo stati educati per millenni a sentirci proprietari delle femmine. Il cammino della liberazione da questa cicatrice patriarcale è ancora lungo, specie nei paesi orientali, africani e arabi, nel mondo rurale, nel mondo povero. (…) è vero che i maschi non fanno abbastanza per manifestare la loro repulsione della violenza (che non è solo fisica: è culturale, è politica, in molti paesi anche giuridica) contro le femmine. Credo dipenda dal senso di totale estraneità che buona parte dei maschi, nei luoghi chiamati “Occidente”, nutrono nei confronti dei maschi padroni e dei maschi violenti. Li consideriamo una patologia che non ci riguarda. Ma il numero dei femminicidi, qui in Italia, è ormai tale da suggerire una riflessione di “genere”, in un certo senso speculare a qualla che intrapresero, anni fa, le donne del femminismo. Una forma di autocoscienza che favorisca la “liberazione” dei maschi dal loro destino violento, dal loro istinto di prevarica zione: si è violenti, spesso, quando si è fragili. Aggiungo di essere molto d’accordo con quanto scrisse, tempo fa, Adriano Sofri: la Terza guerra mondiale è già in atto, e il campo di battaglia è il corpo delle donne.”
    2) proprio l’evocato Adriano Sofri:
    Prendiamo una frase così: Gli uomini uccidono le donne. È una generalizzazione spaventosa: la stragrande maggioranza degli uomini non uccidono le donne. Eppure a una frase così succede di reagire con assai minor indignazione e minor sorpresa di quanto la statistica consentirebbe. Non dico delle donne, che sanno bene che cosa vuol dire la frase.
    Ma gli uomini, anche se la statistica dice che in Italia, non so, uno su 400 mila ammazza una donna in un anno, ammetteranno di sentire confusamente come mai uomini ammazzano donne.
    L’uomo è cacciatore, si dice: il cacciatore gode di scovare la preda, inseguirla, braccarla, catturarla – e farla finita. Al centro del millenario addestramento dell’uomo maschio sta il desiderio, e la certezza del diritto naturale, di possedere la donna. E’ una metà della cosa: prendi la donna, la chiudi a chiave, la usi, la fai figliare e lustrare stivali, la bastoni ogni tanto, perché non si distragga dall’obbedienza, come fai con gli altri animali addomesticati. L’altra metà della cosa sta nella sensazione che la “tua” donna ti sfugga, anche quando l’hai riempita di botte e di moine, che il diritto di possederla è eluso da un’impossibilità. Non c’è carceriere che possa voltare le spalle tranquillamente al suo prigioniero. Non c’è prigioniero più irriducibile della donna.
    L’uomo avverte con offesa, paura, vergogna questo scacco indomabile, e al suo fondo una propria inferiorità sessuale, un piacere pallido rispetto a quello che immagina sconfinato e astratto della donna – la sua capacità di puttana – e, quando si persuada di averla perduta e di non poter più vivere senza di lei, la uccide.
    Lui, mediamente, vive: a volte tenta il suicidio, per lo più lo manca. Dice: “Sono incapace di intendere e di volere, perciò l’ho ammazzata”. L’altroieri le diceva: “Sono pazzo d’amore per te”. Voleva dire: “Sono incapace d’intendere e di volere, perciò ti amo”. Vivrà, compiangendosi, nel ricordo di lei, ormai soltanto sua – e comunque di nessun altro.
    Ho scritto questa orrenda cosa: non perché non veda che è grossolanamente orrenda, ma perché penso che si avvicini alla verità. E’ una di quelle che si dicono male con le parole, dunque si preferirà fare un vuoto – un raptus, un’uscita da sé di cui non resterà memoria – e puntare sulle attenuanti generiche. Specifiche, fino a ieri, quando ammazzare una donna, specialmente la “propria” donna, era poco meno di un atto onorevole. La disparità, in questo campo, è senza uguali. Di fatto, perché le donne che ammazzano il “loro” uomo sono così rare da far leggere due volte la notizia, per controllare che non sia un benedetto errore del titolista – trafiletti, del resto. E di diritto e perfino di lessico, perché la parola era una sola, finora, a designare l’ammazzamento coniugale, uxoricidio, l’uccisione della moglie.
    Il nuovo conio di “femminicidio” non è un puntiglio rivendicativo, è l’adeguamento stentato della lingua e della legge a una stortura di millenni. A meno che non fosse esaltata, che è l’altra faccia dell’avvento dell’amore romantico, gran rivoluzione in cui, nella nostra parte di mondo, si mescolarono la considerazione arcaica della donna forte e ribelle e infine domata in Grecia, e la nuova tenerezza che volle risarcirne l’inferiorità nel cristianesimo. Strada facendo, l’amore cavalleresco si conquistò uno spazio formidabile, e la donna dell’ideale non poté toccarsi nemmeno con un fiore – quanto alla reale, aveva il suo daffare, e non l’ha mai smesso: bella storia, grandiosamente rovesciata in amori così mirabili da indurre l’uomo ad ammazzarla, l’amata, e diventare così un eroe romantico, o un grande delinquente espressionista, o almeno un poveretto da compatire, per aver tanto sovrumanamente amato.
    L’uomo che uccide la “sua” donna compie il più alto sacrificio di sé, in tutta una sublime tradizione artistica e letteraria, più che se ammazzasse sé per amore. E solo oggi, e faticosamente, ci si divincola da questo inaudito retaggio di ammirazione e commiserazione per l’uomo che uccide per amore, e lo si vede nella sua miserabile piccineria. E gli si vede dietro la moltitudine di ometti “tranquilli”, “perbene” – sono sempre questi, all’indomani, gli aggettivi dei vicini – che pestano con regolarità mogli e fidanzate e amanti e prostitute e figlie, le tormentano, le insultano e ricattano e spaventano e violentano. Panni sporchi di famiglia. Pressoché tutti gli omicidi che ho incontrato in galera – dov’ero loro collega – avevano ammazzato donne: la “loro”, o prostitute, dunque di nessuno, dunque di tutti. Vi passa la voglia di simpatizzare per Otello e Moosbrugger, per la Sonata a Kreutzer o per l’Assassino speranza delle donne.
    Le statistiche oscillano: viene ammazzata una donna, in Italia, ogni due giorni, ogni tre, secondo le più ottimistiche. Se le donne non fossero il genere umano, la parte decisiva del genere umano, e venissero guardate per un momento come un’etnia, o un gruppo religioso, o una preferenza sessuale, non se ne potrebbe spiegare l’inerzia di fronte alla persecuzione, la rinuncia a un’autodifesa militante. Questo varrebbe fin dal genocidio delle bambine prima e dopo la nascita in tanta parte del mondo, che è sì altra cosa ma strettissimamente legata. Quel titolo, Uomini che odiano le donne, è diventato proverbiale scendendo da un nord civile e favoloso come la Svezia, una tremenda rivelazione. L’Italia, come le succede, si batte per il record, spinta dalla rapidità febbricitante dei suoi cambiamenti, dal ritardo alla rivalsa, e oggi le deplorazioni internazionali contro il femminicidio ci mettono assieme al Messico di Ciudad Juarez.
    Da Repubblica, 27.03.2012

    3) Umberto Galimberti (sociologo e psicologo):
    “I sentimenti si apprendono durante i primi tre anni di vita del bambino, attraverso la “cura”, quando si formano le c.d. MAPPE EMOTIVE.
    Se entro quei primi 3 anni non c’è la “cura” da parte della madre, allora nel bambino c’è il misconoscimento: “non valgo niente”.
    Le mappe emotive secondo le neuroscienze si formano nei primi 3 anni. Se non si formano, rimane tutto a livello di IMPULSO e non si sviluppa il successivo livello di EMOZIONE. Cioè rimane tutto a semplice livello biologico senza emancipazione, senza emotività.
    L’EMOZIONE poi si sviluppa nel livello superiore del SENTIMENTO (che è vissuto su un piano cognitivo: si percepiscono gli Altri in modo adeguato).
    Dove si imparano i SENTIMENTI? Li impariamo attraverso la CULTURA. Se la CULTURA non interviene, tutto rimane a livello di IMPULSO oppure, al massimo, a livello di EMOZIONE.
    SE LE MAPPE EMOTIVE NON SI FORMANO, LE PERSONE NON CONOSCONO LA DIFFERENZA TRA:
    IL BENE E IL MALE, ,
    IL GIUSTO E L’INGIUSTO,
    CORTEGGIARE UNA RAGAZZA E STUPRARLA.”
    da “Femmicidi e anaffettività”, Paroledistrega

    4) Massimo Recalcati (psicologo)
    La spinta alla violenza cieca, alla sopraffazione, all’odio invidioso, alla distruzione dell’altro non è una patologia, ma accompagna da sempre, come un’ombra, la storia dell’uomo.
    Non è un caso che l’Antico Testamento si apra con il gesto atroce e ingiustificabile di Caino. Il punto scabroso è che uccidere il proprio fratello non appartiene al mondo animale, ma al mondo umano. È un aspetto – terrificante – dell’umano sul quale non bisogna chiudere gli occhi. Il crimine non è infatti la regressione dell’uomo all’animale – come una cattiva cultura moralistica vorrebbe farci credere – , ma esprime una tendenza propriamente umana. Questo è il dramma che il moltiplicarsi recente di atti erratici di violenza ci costringe ad affrontare. Se l’umanizzazione della vita avviene come un attraversamento della violenza che ci abita – della nostra ombra più scura – , essa non può mai cancellare la violenza, ma decidere casomai, ogni volta, per la sua rinuncia. È questo uno dei compiti più difficili che incombe sugli esseri umani: saper rinunciare alla violenza in nome del riconoscimento dell’Altro come prossimo, come essere singolare.
    Si tratta di un riconoscimento che non è mai indolore perché ci obbliga ad accettare che “Io non sono tutto”, che la mia vita non esaurisce quella del mondo e quella degli altri. Significa sopportare quella che Freud considerava una “frustrazione narcisistica” necessaria per riconoscersi appartenere ad una Comunità umana.
    Il problema è che questa difficoltà soggettiva a simbolizzare la violenza viene oggi drammaticamente amplificata da quelli che mi paiono i due nuovi comandamenti sociali che sembrano dominare il nostro tempo e che l’attuale crisi economica rende a sua volta ancora più tossici.
    Il primo comandamento è quello del Nuovo. È la spinta a ricercare sempre altro da quello che si ha, a scambiare quello che si ha con quello che ancora non si ha nella illusione che è quello che non si ha a custodire la felicità. L’esperienza clinica della psicoanalisi mostra invece che il Nuovo – al cui miraggio molti consacrano la loro esistenza – anziché rendere la vita soddisfatta, non fa altro che riprodurre la stessa identica insoddisfazione.
    Il secondo comandamento è quello del Successo. Nessun tempo come il nostro sembra togliere diritto di cittadinanza al fallimento, all’errore, al ripiegamento, all’insuccesso. Nessun tempo come il nostro ha enfatizzato come una questione di vita o di morte la realizzazione del proprio successo personale. Ebbene la violenza su di sé o sugli altri viene al posto di questo lavoro di simbolizzazione del proprio fallimento. Accade, per esempio, nei rapporti tra uomo e donna quando uno dei due non sopporta il tradimento o l’allontanamento dell’altro e si sente autorizzato ad agire violentemente per ristabilire l’autorevolezza della propria immagine narcisistica infangata e umiliata dalla libertà dell’Altro. Il femminicidio non ha altra ragione psichica – ne ha altre e profonde di tipo culturale – se non questa: utilizzare la violenza, il passaggio all’atto brutale, al posto di assumere su di sé il peso della propria solitudine e del proprio fallimento.
    Una miscela esplosiva di narcisismo e depressione. Siamo di fronte a quella che Pasolini avrebbe probabilmente chiamato una “mutazione antropologica”: l’uomo è divenuto una macchina di godimento. E quando questa macchina funziona meno, non è oliata sufficientemente, non ha più benzina, o, più semplicemente, si guasta, si rompe, c’è la caduta nel vuoto. Per questa ragione l’attuale diffusione epidemica della depressione si può intendere solo dall’intreccio di questi due nuovi comandamenti sociali.
    Non è più una depressione che sorge dall’esperienza “filosofica” ed esistenziale del vuoto e dell’insensatezza dell’esistenza (Leopardi, Schopenhauer), ma si genera per un difetto di adattamento all’imperativo del Nuovo e a quello del Successo: chi resta indietro, chi resta tagliato fuori, chi non partecipa a questa “mobilitazione totale” della vita verso la sua affermazione positiva, si vive come superfluo, inutile alla società, precipita nel tunnel della depressione. E non si deve dimenticare come questa “diagnosi” sia usata ogni qualvolta ci si trovi di fronte ad atti di violenza ingiustificabili. Non si tratta di un alibi, al contrario. Non a caso Lacan affermava – suscitando scandalo – che la depressione è una vera e propria “viltà etica”. Si tratta di una tesi non del tutto estranea al giudizio di condanna che i padri della Chiesa esprimevano sull’accidia e ha l’obbiettivo di mostrare che nella depressione c’è sempre una responsabilità del soggetto che non va mai dimenticata. Essa coincide con la difficoltà ad assumere, ad elaborare simbolicamente, il proprio fallimento, il proprio insuccesso, la ferita narcisistica subita dalla propria immagine. Se non sono l’Io che credevo di essere (narcisismo), nulla ha più senso di esistere (depressione). Di fronte ad una cultura che sembra rigettare il valore formativo dell’esperienza del fallimento e che insegue i miraggi del Nuovo e del Successo, il ricorso alla violenza sembra apparire allora come un talismano malefico per esorcizzare l’appuntamento fatale con la nostra vulnerabilità e insufficienza dalla quale, poiché – come canta il poeta – dai diamanti non nasce niente, potrebbero sorgere invece fiori nuovi.
    L’articolo è uscito su la Repubblica del 5 maggio 2013 con il titolo Se fallisce il nostro Io esplode la violenza

  14. Davide Sisto scrive:

    Caro Giovanni, quello che volevo semplicemente dire è che preferisco parlare di qualcosa di specifico che conosco meglio, studiandolo. Vale a dire, il tema della morte. Ovvio che sul rapporto sentimentale tra uomo e donna ho una mia opinione. Ma, in quanto opinione personale, non mi sembra il caso – su un sito dedicato al tema del morire – esprimerla. Gli autori che tu citi, pur molto autorevoli, tendono a volte a commettere l’errore di essere tuttologi o, meglio, di confondere la propria indubbia capacità intellettuale con la capacità di esprimere un giudizio sensato e oggettivo su qualsivoglia argomento. Io preferisco fare un passo indietro a proposito e preferisco che siano soprattutto le donne a parlare di questi temi, perché chiamate in causa in prima persona. Tutto qui.

  15. Carlo scrive:

    Scusate, mi sento quasi costretto a ritornare sul tema, dopo aver seguito un po’ esterrefatto l’ultima discussione. Davide ha posto (incautamente) un problema più grande – a quanto dice lui stesso – delle sue capacità. Giovanni ha portato mille motivazioni – tutte sensate, anzi “alte” come Marina le ha definite (con la mia) -, e Davide non risponde nè si espone su niente, nemmeno su quanto attiene lo specifico del blog (il lutto, la perdita e quanto in questo caso scatena nei maschi). Peggio: definisce “tuttologi” personalità di cultura del calibro Serra, Sofri, Galimberti e Recalcati. Allora mi viene da dire: viva i tuttologi che cercano di analizzare e spiegare fenomeni come questo, piuttosto che i reticenti, che si trincerano dietro un silenzio che non si sa come interpretare: infantile? offeso? dispettoso? L’argomento scomodato richiedeva ben altra fermezza e coraggio, a mio avviso. Soprattutto da parte degli uomini parte in causa, più che delle donne che ne sono parte lesa.

  16. Davide Sisto scrive:

    Caro Carlo, innanzitutto, le chiederei di essere un minimo più cortese nel modo di dialogare. In secondo luogo, ho scritto un post specifico sul tema e ho commentato finora. Ho semplicemente detto che, all’interno di un post che tratta un determinato argomento, non me la sento di ponderare su un altro tema, che è particolarmente delicato e che richiede dei ragionamenti e dei tempi di riflessione che vanno ben oltre un mero commento. A volte, è più sano e più corretto tenersi delle proprie opinioni per sé, piuttosto che parlare senza cognizione di causa. E comunque, dato che nel blog ho scritto diversi articoli e ogni mese ne scrivo parecchi, il discorso sul “non parlare di niente” non so bene da dove lo tratta. Tantomeno, la questione dell’infantile, dell’offeso o del dispettoso. Questo tipo di modo di conversare francamente non mi piace e chiederei di essere un briciolo più educato. Grazie.

  17. Davide Sisto scrive:

    Aggiungo a margine una cosa: il motivo per cui non voglio – anch’io – esprimere un commento “filosofico” o “psicologico” sul rapporto uomo/donna dipende dal fatto che ho sempre trovato un po’ fastidioso l’atteggiamento che assumono molti opinionisti dopo terribili fatti di cronaca che vedono una donna picchiata o uccisa da un loro partner. Un fastidio che condivido con molte mie amiche, le quali – sentendosi chiamate in causa – non amano un certo modo di affrontare questo tema. Come ho già detto, il fatto che oggi viviamo questo fenomeno dipende da una serie di elementi culturali, sociali e psicologici che vanno di pari passo con il cambiamento del ruolo della donna nella società. Credo che gli uomini debbano cominciare ad essere educati in modo diverso, fin da piccoli, nel modo di gestire le loro relazioni con le donne. Credo che, per uscire da una società profondamente maschilista, occorra una delicatezza e, al tempo stesso, una risolutezza educativa che chiami in causa – in primis – ogni uomo. E, al tempo stesso, occorre agire tramite l’educazione per far capire alle donne, fin da bambine, che l’uomo con la violenza non dimostra in alcun modo una propria forma di amore. Ma tutto questo discorso poi chiama in causa le relazioni interpersonali, chiama in causa i meccanismi psicologici della gelosia, chiama in causa le analogie e le differenze tra uomo e donna, chiama in causa dinamiche seduttive, ruoli e via dicendo. In questo post ho voluto semplicemente estrapolare un aspetto specifico che si lega al concetto di morte e al ruolo del morire all’interno di queste dinamiche tra uomo e donna. Ma, al di là del richiamo a una educazione più attenta soprattutto dell’uomo, di modo che le generazioni future possano gestire i rapporti di coppia in modo diverso da quelle passate, non me la sento di ponderare e aprire discussioni sul legame amoroso tra uomo e donna. Così come, dal mio punto di vista, le chiavi di lettura date dagli autori citati colgono solo in minima parte la questione.

  18. Carlo scrive:

    Caro Davide, chiedo scusa se sono stato (volutamente) provocatorio, ma almeno abbiamo avuto finalmente la tua opinione su un tema che tu stesso avevi suscitato. Opinione che merita comunque rispetto. Dunque, grazie.

  19. Giovanni scrive:

    Anch’io sono contento che Davide abbia espresso il suo parere, sia pure quasi costretto da Carlo. Ha ragione, la questione è molto complessa, altrimenti sarebbe già stata risolta: magari! Ma penso che ogni contributo torni utile alle persone che cercano di capire, interpretare, consigliare: senza arroganza e senza supponenza nè la pretesa di spiegare tutto. Evitando le banalità e le semplificazioni, perchè trattasi di una necessaria evoluzione culturale a tutto campo che richiederà tempo e fatica. Nè demonizzerei la stampa quando non fa cronaca enfatica e superficiale (vogliamo parlare della TV allora?), ma tenta almeno un’analisi. Parziale? è già qualcosa, anzi molto.

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