Felicità e mortalità

Avete mai pensato quale incredibile filo rosso lega il tema della felicità a quello della morte?
Se non riuscite a vedere un legame tra le due cose, per prima cosa vi parlo della mia riflessione, e poi della mia esperienza.
Sono convinta che la felicità di ognuno di noi dipenda in buona parte dallo sguardo che abbiamo sulla vita, e su ciò che comporta essere vivi.
Non è il risultato di fatti oggettivi come diventare ricchi o ottenere il lavoro che volevamo. Questi fatti causano emozioni forse forti, e certamente piacevoli, ma non sono in grado di agire stabilmente sulla nostra percezione della felicità.
Invece, se siamo consapevoli di essere mortali, diveniamo capaci di apprezzare di più la vita, di godere del presente, di essere meno vittime del consumismo, di smettere di lamentarci di tutto a ogni piè sospinto, di sentirci quindi più stabili e più sereni. Il pensiero della morte, inoltre, scrive Salvatore Natoli,

«dissolve la boria, il delirio di onnipotenza, cambia il nostro modo di valutare le cose, dissipa la confusione tra ciò che è vano e ciò che è importante.»

Invece, la nostra cultura ha reso anche la felicità una specie di obbligo. Dobbiamo dimostrare di essere capaci di costruire la vita nel migliore dei modi, dobbiamo essere uomini di successo, donne in carriera. Manchiamo di tempo per noi e rincorriamo obiettivi futili, non sappiamo essere felici ma ci sentiamo in dovere di esserlo.

Nella mia vita, la prima volta che sono stata felice (nel senso di emotivamente stabile e capace di assaporare l’attimo) è stato quando ho scoperto di non essere immortale: paradossalmente, proprio quando ho pagato, da giovane, il mio tributo al tumore. Mi sento felice anche oggi, mentre invecchio e sono consapevole che il tempo a mia disposizione diminuisce. Felice perché ora, quel tempo, non scorre solo ineluttabile senza di me, ma riesco più spesso a cavalcarlo, farlo mio, accompagnarlo.
Vi chiedo, come sempre, di aiutarmi a raccontare, a spiegare questo legame tra mortalità e felicità. Oppure, anche di smentirmi. Voi vi sentite felici? E in quali circostanze vi siete sentiti felici?

17 Risposte a " Felicità e mortalità "

  1. patrizia scrive:

    Credo che la felicità possa darsi come stato temporaneo, sentendosi “condivisi” assai più che “soddisfatti”. Si tratta di uno stato che – almeno per quanto mi riguarda -si sperimenta raramente. Esempio: ieri Festa della Luce “Diwali”: tanta tanta gente, lumini e pazienti attese, sapori, odori, suoni d’Oriente, sul Po/Gange… Qualcosa di lieto, pian piano, sale pure dal cuore abituato al silenzio.

  2. ELENA scrive:

    difficile dare una risposta, l’argomento è così complesso…l’atteggiamento verso la morte dipende anche quali siano le posizioni della persona riguardo all’aldilà. Se uno è credente sia che si tratti delle grandi religioni che prevedono una vita ultraterrena sia che si tratti di credere in una reincarnazione…forse riesce ad affrontare il passaggio con più serenità. Per chi, invece, come me, crede che tutto finisca e che il passaggio dalla vita alla morte porti solo al nulla, il pensiero di lasciare per sempre le persone più care, di non vederle più, di non essere più fra le loro braccia crea una grande malinconia, un “mai più” che impedisce di vedere la morte in modo positivo…salvo quando si arrivi al punto che malattie e incapacità di vivere una vita accettabili ti rendano questo passaggio augurabile…

  3. Andrea scrive:

    Bellissimo argomento di riflessione. Ma tosto assai. Tosto perche’ per me’ la felicita’ e’ una specie di minestrone la cui ricetta contempla molte cose insieme. E, ahime’, riesco difficilemente a cucinarlo a modo. Perche’ sono di base molto malinconico. Allora fammi provara a sostuire “felice” con “sereno”. Di certo le mie esperienze dolorose (inclusa la recente morte di mia nonna a casa, davanti a me’, dopo mesi di sofferenza causata da un tumore al cervello) hanno modificato le condizioni nelle quali mi sento sereno. Le hanno rese piu’ facilmente raggiungibili. Pero’, devo ammettere, che piu’ che l’idea di mortalita’ cio’ che influisce sulla mia capacita’ di essere sereno e’ il sapere di star lavorando per cio’ che penso sia importante ora. Anche durante la malattia di mia nonna ero sereno. Anche se sapevo che da li’ a poco sarebbe morta. Ero sereno perche’ ero li’, giorno e notte. Quindi se mi avesse chiamato sarei potuto arrivare velocemente. Non ero’ “felice” ma ero “sereno”. Non so’, pero’, se questo sia un bene o un male. Mi sento un po’ a disagio nel dire che non riesco ad essere totalmente “felice”. Che rimane sempre un velo di serena malinconia. E’ un problema? E cosa devo dire ai miei figli? Direi che, come dici tu’, la “felicita’” a tutti i costi e’ una chimera. E nel tentare di raggiungerla per forza si rischia di non raggiungerla mai perdendo pure la serenita’ che potrebbe far vivere ugualmente bene.

    Non so’ se sono riuscito a sbrigliare il ragionamento …

    Andrea

  4. Sandro scrive:

    Puntuale il profondo tema di riflessione. Come sempre l’interrogativo obbliga una notevole introspezione. Prima del mio incontro con il sig. Cancro,quando credevo di essere immortale,onnipotente,,onnisciente,…ecc ecc.. pensavo che la felicità fosse un insieme di bisogni soddisfatti. Più erano,più credevo di essere felice. E sempre ero proiettato sul bisogno prossimo venturo. Oggi…beh,per mia fortuna, non è più così. Oggi un tramonto e’ un bene prezioso da assaporare tutto ,con piena coscienza. Un sorriso della persona amata vale un minuto di pura e assoluta felicità. Ogni istante di vita e’ godibile e irrinunciabile nella sua intensità. Ogni giorno che inizia vale la pena di essere vissuto. Anche quando il quotidiano ti butta addosso un problema e’ vita. Mi sento molto “miracolato” per ciò. La mia caducità è’ lì,a ricordarmi che,se è vero che invecchio,e’ vero che vivo. Un giorno ancora. Per questo posso ritenermi (e mi sento) felice! Buona vita a tutti!

  5. Astrid scrive:

    Argomento interessante ma di difficile definizione. Consapevolezza della propria morte o di chi ti è stato caro? Dopo la morte di una figlia, assicuro che la felicità è ben lungi dall’esistere, forse arrivi ad uno stato di serenità nell’accettazione, ma molto tempo dopo.
    Sicuramente poi, più invecchi più approcci una consapevolezza della morte, tua, e ci può essere anche felicità nel presente con uno sguardo al futuro, a ciò che ancora hai da dare.
    Credo comunque che tale tematiche non possa essere oggettivi, ma inevitabilmente dipendano dalla propria soggettività.

  6. Carlo scrive:

    La felicità è definita come lo stato d’animo (emozione) positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri. …. Siccome ai desideri, una volta soddisfatti, subentra la noia che ci spinge verso nuovi desideri da soddisfare, l’eternità sarebbe un inferno: una continua altalena tra il dolore (desiderio insoddisfatto) e la noia (desiderio soddisfatto). L’idea della morte dovrebbe consolarci e aiutarci a prolungare il più possibile i momenti felici che ci ostiniamo a godere con i brevi attimi dell’orgasmo.

  7. Stella scrive:

    Nella vita possono esserci momenti felici, ma non credo che sia una condizione stabile del vivere, forse perchè siamo sempre alla ricerca di qualcosa d’altro.Forse la felicità si può raggiungere solo quando si è in pace con se stessi, quando ci troviamo in equilibrio. Saperci mortali dovrebbe farci assaporare maggiormente la vita, ma nella nostra società la morte é sempre nascosta, rifiutata

  8. Cristina scrive:

    Cara Marina,
    Come sempre ci spingi a riflettere su di noi e su quanto abbiamo consapevolezza di ‘vivere’, non un semplice soddisfacimento di bisogni materiali come cibo, sonno… Ma qualcosa di più profondo. Io ho capito la finitezza dell’esistere quando è morto mio padre, ho preso coscienza che non l’avrei più visto, non avremmo più parlato insieme, anche se paradossalmente lo sento sempre al mio fianco. Per quanto riguarda la felicità, a mio parere esiste quella assoluta di quando è nato mio figlio, poi quella quotidiana di poter leggere un libro o di poter ammirare la natura, fare una camminata in montagna, una nuotata in mare…

  9. Anna scrive:

    Cara Marina,
    la tua riflessione si sposa con le mie degli ultimi tempi. Ultimamente mi sono confrontata a lungo con i miei limiti e sono giunta a vederli come una immensa risorsa. Senza la paura non avrei scoperto il coraggio dentro di me, se avessi maggiori energie sarei più attiva (più frenetica, forse) e meno saggia, e così via… Grazie ai nostri limiti, se li accettiamo con consapevolezza – non come ostacolo da superare ma come possibilità da sperimentare – possiamo liberare la nostra creatività, vivere relazioni vere, assaporare attimi di felicità. La consapevolezza dei miei limiti (e di tutta la ricchezza che può esserci dentro quella finitudine) mi ha aiutato a cogliere a tratti la felicità. Dunque dovrei accogliere il limite per eccellenza, la morte, quantomeno con serenità. Eppure ancora non riesco: la paura quasi infantile di quell’estremo limite, fondante del senso della vita ma oscuro e imprescutabile, è ancora lì, nonostante tutte le mie riflessioni….!

  10. Mauro scrive:

    Quante testimonianze ricche!
    Proviamo a sostituire “felicita’” con “contentezza” (appagamento), e si intravede la “serenita’” stabile cui fa cenno Andrea. Proviamo a immaginare una gioia che proviene dall’interno, da esperienze di riflessione interiore – la consapevolezza del nostro valore, delle nostre qualita’, della nostra invincibile bellezza d’animo – invece che dall’esterno (soddisfacimento di desideri, non importa se primari o meno), ed ecco la felicita’, quella di cui parla Sandro.

  11. marina scrive:

    cara marina
    grazie
    talvolta la felicità si avvicina così tanto all’idea di morire
    tal’altra, invece, all’idea di vita, rigogliosa e piena, coraggiosa e disincantata
    è così difficile rispondere con una ricetta, per individuale che sia.
    una ricetta nn esiste
    esiste solo la nostra esperienza, i nostri sentimenti, il nostro cervello e, per chi ci crede, quel “qualcosa d’altro”
    miscelare tutto e pretendere di reggiungere la felicità attraverso la vita, attraverso la consapevolezza della morte ineluttabile, nn è facile, capita che ci si riesca, oppure no, non sempre
    certo è, mi pare, anche leggendo gli altri commenti, che ci si avvicini di più passando attraverso il dolore, la sofferenza, la morte sfiorata,
    o forse è solo che chi partecipa a questi giochi di pensiero e dialoghi di parole fa parte di quella fetta di umanità che è transitata per quegli “atria” lì e si è già avvicinata fisicamente, emotivamente o almeno razionalmente all’inevitabile ultimo destino dell’uomo.
    ancora grazie per la tua scintilla di gioia in una giornata comunque chiamata “festività dei morti”
    marina

  12. nicoletta scrive:

    Dopo la morte di mio marito ho attraversato il tunnel nero del lutto e del dolore.
    L’ho accettato come ho sempre accettato tutto quello che la Vita mi ha donato nel bene e nel male (e di male ne ho ricevuto tanto!), senza cercare scorciatoie per scappare, nè rimedi per stordirmi.

    La morte di Farid mi ha letteralmente “annientata” per come era avvenuta, per il vuoto che lasciava, per la mia famiglia, i figli che avevo curato e protetto come una leonessa, tutti i giorni, e che ora erano preda della disperazione. E non potevo farci niente.
    Chiusa in casa senza nessuna energia, neanche quella per piangere decentemente.

    Ma poi …
    L’istinto di sopravvivenza ha preso il sopravvento, come al solito. L’ho chiaramente percepito: è una specie di sorgente di calore ed energia che nasce dalle viscere e sale verso il cuore e la testa, ha la stessa natura della Vita che vince sulla Morte, è il seme che germoglia alla fine del lungo inverno, è il ghiaccio che si scioglie a primavera …
    Istintivamente l’ho nutrito con le “cose buone” , mi sono curata e coccolata, ho iniziato a fare il pane in casa, i dolci al cioccolato, a curare il giardino che riprendeva a sbocciare in primavera, a viaggiare in posti nuovi, a prendermi cura di due gatti, a vedere le amiche …

    Ho fatto tutto il mio percorso dentro al lutto come manuali e psicologi descrivono e consigliano … e un giorno … ho scoperto di essere Felice!

    Di più, penso che il metabolismo della mia felicità si sia scompensato e che ora “sono sempre felice” ho un buonumore di fondo che affronta le giornate, le vicende, le piccole e grandi magagne quotidiane, TANTO CHE COSA MI Può SUCCEDERE DI PEGGIO ? Rido, e rido di tutto.
    Miracolosamente sono guarite tutte le ferite della vita, quelle che ci trasciniamo sempre dietro e che danno un nome ai nostri “giorni bui” … Svanite! Non ho più nulla di cui lamentarmi, tutto ha un senso, niente fa più male … mi godo il sole che sorge, il caffè al mattino, un sorriso, le piante dalla mia finestra … e tutto ciò mi completa. Mi fa sentire un tuttuno con l’universo. Questa è felicità.

    Credo che a me sia successo quello che succede alle genti che vivono nella sventura: come mai i popoli più poveri e sofferenti della Terra alla fine sono, per davvero, i più gioiosi ? Perché sanno cos’è il dolore, lo sperimentano quotidianamente … ma è il dolore stesso che attiva i meccanismi della “resilienza” e che fa apprezzare la vita nel suo significato più profondo.

  13. sipuodiremorte scrive:

    Grazie, grazie infinitamente a tutti voi che avete condiviso i vostri pensieri e sentimenti. Credo che questo tema ci aiuti a guardarci dentro sull’essenziale.
    Un grazie particolare a Nicoletta, la sua esperienza è preziosa, e consolante. E’ esattamente quello che io pensavo…ma lei l’ha espresso molto meglio di me!

  14. Aldo Giacardi scrive:

    Premesso che il quesito implica una valutazione estremamente soggettiva di carattere etico e culturale, ma anche filosofico, azzardiamo comunque un minimo di riflessioni in merito dettate dalle nostre sensazioni prodotte dalla reciproca esperienza di vita.

    Dal punto di vista medico il vissuto mi suggerisce la molteplicità di stati emotivi manifestati da molti pazienti in rapporto al loro contesto esistenziale ed ai risultati medico scientifici ottenuti. Il sofferente per antonomasia non lascia trasparire, almeno apparentemente, un barlume di felicità. Il paziente guarito ha certamente modo di riprendere fiducia e speranza non rifuggendo necessariamente il concetto di morte, ma considerandolo come ultimo suo pensiero.

    Aldo Giacardi: medico chirurgo

    Dal punto di vista più orientato alla comunicazione la mia esperienza mi “induce” a rammentare l’importanza di questo ruolo che, a torto o a ragione, è espresso in modo molto soggettivo. La mia consuetudine con l’ambiente medico e sanitario mi ha fatto conoscere molte realtà in cui morte e felicità sono due eccessivi estremi che spesso vanno a ridursi quando l’informazione palesa conforto di benessere …. senza illusioni. Infine, il senso etico e di responsabilità nel raggiungere con l’informazione tutti coloro che soffrono, può essere di buon auspicio facendo meglio comprendere quanto sia importante apprezzare la felicità senza necessariamente trascurare l’evento morte come naturale.

    Ernesto Bodini: giornalista scientifico free lance

  15. Fernando scrive:

    Sipuodiremorte, oggi voglio essere un po’ fuori tema, ma non tanto, perché nella vita di ognuno arriva sempre un momento di felicità, proprio quando ti sembra di toccare il fondo, o forse proprio per questo (anche la tua esperienza lo rileva).
    La vita di questo “Pepe” , specialmente nella citazione di Seneca, mi porta a riflettere sulla mia visione del rapporto vita-morte, quando affermo in continuazione a chi incontro, che per essere “felici” conviene MORIRE VIVENDO, cioè diventare sempre più consapevoli della realtà della nostra morte quotidiana e vivere più intensamente, quindi più semplicemente, ogni istante della nostra vita.

    José “Pepe” Mujica, 78 anni, ex guerrigliero Tupamaro che ha passato 14 anni in carcere, è dal 2009 il presidente dell’Uruguay.
    Restituisce il 90% del suo stipendio per aiutare i poveri. Vive in una casa da 50 metri quadri. Il suo discorso all’Onu è tra i più apprezzati di sempre.
    Cita Seneca: “Se uno non è felice con poco, non sarà felice con niente”.

  16. Miriam Canali scrive:

    Mi piace quando dici “mi sento felice anche adesso mentre invecchio”; è un pò quello che provo anche se ho solo 54 anni. Sono più felice ora che prima, sono più libera ora e dico sempre che non ho niente da perdere ma tutto da godere, mi chiedono quando andrò in pensione e io sorridendo rispondo che quando sarà il momento ci andrò… ho ancora tanti progetti e sogni e voglia di fare…

  17. giulia scrive:

    Secondo me ogni essere umano ha un suo ‘prototipo’ di felicitá. Forse dipende anche da come siamo stati nella pancia e da come siamo stati accolti dopo. Se una persona si é sentita molto amata e ha potuto godere di una situazione serena e stabile, allora dovrá forse veder soddisfatte condizioni affettive/relazionali/fisiche…in minor numero per poter dire sono felice.
    A me é capitato di sentirmi felice soprattutto da bambina, ma anche ora. Il problema é la gestione dell’ansia e della sofferenza per permetterci di vedere o sentire cose importanti.

Rispondi a Andrea Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*