Eutanasia e Stato etico

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Ai primi di marzo le Commissioni congiunte di Giustizia e Affari Sociali hanno cominciato a discutere sul tema dell’eutanasia, con l’obiettivo di accordarsi su una proposta di legge che dovrebbe approdare in parlamento intorno a luglio. Qualche breve articolo sull’argomento ci ha informati che ci sono tre proposte di legge da esaminare, il cui testo, con l’esclusione di quello dell’associazione Coscioni (http://www.eutanasialegale.it/content/progetto-di-legge-diniziativa-popolare-rifiuto-di-trattamenti-sanitari-e-liceita), è difficile se non impossibile da reperire sul web (cattivo segno per la discussione democratica). Non mi dilungo sulle proposte, perché è già stato fatto: le tre proposte di legge si differenziano solo su due punti, la presenza o meno di organismi di controllo, e la possibilità (negata in due di esse) data ai medici di obiettare.

Faccio subito qualche considerazione che, ammetto, sono quasi stanca di riproporre.

E proprio per questo mi faccio prestare le parole dalla presidente di Libera Uscita, Maria Laura Cattinari, che non può essere tacciata di essere contraria all’eutanasia, e che – in un condivisibile Comunicato stampa sul tema – ha affermato: «Oggi in Italia si muore ancora troppo male. E’ urgente, per cominciare, una buona legge che legalizzi il testamento biologico, prevedendo che tutte le terapie, idratazione e alimentazione artificiale comprese, siano rinunciabili, e che le nostre direttive siano vincolanti per i medici».

Dovremmo inoltre poter nominare un nostro fiduciario, che possa rappresentare efficacemente la nostra voce qualora dovessimo trovarci in stato di incoscienza o di volontà debole a causa del nostro stato di salute compromesso. Altrettanto indispensabile, scrive Cattinari «il potenziamento delle cure palliative domiciliari, giustamente inserite nei LEA (livelli essenziali d’assistenza) dall’ottima Legge 38/2010, di cui gli effetti positivi appaiono ancora in dose omeopatica».

Invece di riflettere sul problema (molto complesso) di come permettere ai cittadini di lasciare un legittimo testamento biologico, si dà la priorità all’eutanasia, ben sapendo che la discussione parlamentare non potrà che creare aspri e inutili scontri, portando il Paese a un nulla di fatto. Ancora una volta, è evidente che valutazioni di opportunità politica hanno la meglio sul benessere dei cittadini e sulla tutela della loro salute e delle loro scelte di vita e di fine vita.

E’ evidente a chiunque rifletta in modo concreto, infatti, che l’eutanasia è l’ultimo dei problemi, alla fine della vita: le cure palliative e la sedazione terminale – che sopprime la coscienza – sono perfettamente in grado di garantirci una morte senza sofferenza. Solo che le cure palliative non sono applicate a tutte le patologie (disattendendo la legge 38 che le definisce come un “diritto” per tutti i cittadini), e spesso non sono applicate (anche per incompetenza) a chi muore in ospedale.

Per altro verso, viviamo in un paese con pochissima creatività istituzionale, in cui gli anziani, il cui numero è destinato a crescere esponenzialmente, sono chiusi (con o senza demenza senile) in case di riposo, dove la maggior parte di loro perde progressivamente l’autonomia e la consapevolezza residue. E anche in questi luoghi si muore male, o meglio si vive un processo del morire lunghissimo, abbandonando ogni giorno una parte del piacere di vivere.

Qualcuno mi ha rimproverato, anche su questo blog, di avere “resistenze” di fronte all’eutanasia: è vero, io resisto, perché credo che la depenalizzazione dell’eutanasia oggi (sottolineo oggi, perché la mia contrarietà non è di principio) avrà come esito di risolvere al ribasso una serie di sfide del nostro tempo, create da una medicina cresciuta nelle sue possibilità di cura ma anche nella sua capacità di nuocere, prolungando il morire.

Non vorrei che il problema dell’umanizzazione della medicina si smorzasse attraverso una legittimazione troppo superficiale dell’eutanasia, ottenuta per via parlamentare, senza un vero dibattito pubblico. Non hai più gusto per la vita? Soffri? Ti permetto di chiedere la morte. E’ corretto? E se cercassi invece di ascoltare in che modo la vita potrebbe avere ancora sapore per te (fosse anche per pochi mesi o giorni), e utilizzassi le risorse della medicina per provare a restituirtelo?
Non esiste solo il diritto (sacrosanto) di non soffrire, ma anche quello di decidere che cosa è più importante per noi nell’ultimo tratto della nostra vita; quali sono i compromessi che siamo disposti ad accettare per vivere un po’ più a lungo e quali no; cosa vogliamo lasciare di noi ai nostri cari, quale ricordo, quale messaggio.

E’ curioso peraltro che l’eutanasia sia presente in alcune utopie di epoca moderna. Permettetemi una sola citazione dotta: nel volume settecentesco La terre australe connue di Gabriel de Foigny ogni vegliardo, che decide la propria eutanasia, va “gaiamente” incontro alla morte, e i sopravvissuti accolgono con gioia il suo successore designato. I vecchi, però, interrompono la loro vita ad un’età prestabilita, mangiando i frutti di un albero che produce una dolce follia, e poi la morte. E’ lo Stato etico, in utopia, a stabilire quando bisogna morire. Gli utopiani si adeguano, perché in loro prevale la razionalità.
E noi? Sappiamo pensare alla morte come esseri senzienti, con la consapevolezza delle nostre emozioni?

Infine, c’è in me un’ultima resistenza, di cui voglio mettervi a parte: la vicenda dell’eutanasia è legata a un mito della modernità (non a caso è presente nelle utopie di epoca moderna), un mito inaugurato da Descartes: il controllo pieno dell’uomo sulla natura. Siamo sicuri che vogliamo procedere su questa direttrice culturale? Che è anche quella che ci ha portati a distruggere il pianeta? Pensiamoci, almeno. Facciamo entrare altri spunti nella nostra riflessione sull’eutanasia.

14 Risposte a " Eutanasia e Stato etico "

  1. Clara Ravizza scrive:

    Sono perfettamente d’accordo sull’ Impostazioni dell’articolo sia nel contenuto che nei suggerimenti
    Vent’anni di frequentazioni di cure palliative non possono concepire la deriva dell/’euTanaka

  2. Sandro Milano scrive:

    Parrebbe una specializzazione dei nostri giorni quella di fare leggi o proposte di legge inutili,astruse,complicate e farraginose.
    Questa sull’eutanasia è paradigmatica di ciò. Servirà solo a discussioni infinite,sovraesposizione mediatica dei politici di turno,alcuni dei quali trovano una ragione d’essere in casi simili.
    Perché regolamentare un diritto che già ho?? Se voglio suicidarmi chi me lo può impedire?
    Concordo con la signora Cattinari: una buona legge sul testamento biologico è l’unica cosa che serve realmente.
    E sempre rimane valido che l’unico che può decidere quale vita accettare rimane il singolo.
    Non voglio dominare la natura , con tutto il rispetto per Cartesio non mi interessa.
    Mi interessa dominare la mia vita. La mia,e non quella di altri.
    Una buona giornata a tutti.
    Sandro

  3. maria Laura Cattinari scrive:

    Carissima Marina, grazie certamente per l’onore che mi fai nel citarmi. Non v’è dubbio che l’Associazione Libera-Uscita Onlus che mi trovo a presiedere è favorevole alla legalizzazione dell’eutanasia ma come Tu ben ricordi riteniamo che oggi nel nostro Paese le priorità siano altre.
    Per quel che so: il 4 Febbraio scorso è principiato in Comm. Affari Sociali alla Camera il Dibattito su ben 9 disegni di legge sul Testamento Biologico (disposizioni in materia di alleanza terapeutica e dichiarazioni anticipate di volontà sulle cure). Di questi molti già depositati da tempo come quello dell’On. Pia Locatelli che data del Luglio 2013 e che noi troviamo tuteli bene la volontà della Persona. A questi 9 se ne sono aggiunti altri 2 per un totale di 11. Tra questi anche tre che di fatto ripropongono l’incostituzionale, liberticida, crudele Disegno di Legge Calabrò . Dopo un breve avvio del Dibattito sono seguite numerose Audizioni di esperi: CNB, Consulta di Bioetica, SICP, SIAARTI ed altre. I 4 progetti di Legge sull’Eutanasia che si trovano in Commissione Giustizia e che dovrebbero essere presi in esame da entrambe le Commissioni e che sono stati affidati alla Comm. Giustizia poiché di fatto richiedono la soppressione di alcuni articoli del C.P., non hanno al momento ricevuto attenzione e già si sa che sono su un binario morto. Ciò che personalmente mi sconcerta è che invece i media, che dovrebbero fare informazione, hanno in questi mesi parlato solo di eutanasia e di suicidio assistito!! Di ciò che Tu ricordi bene nulla si dice, eppure ci vuol poco a comprendere che per morire meglio oggi in Italia la risposta non è l’Eutanasia, estrema ratio, ma bensì una medicina diversa che da paternalista si trasformi davvero in personalistica. Una medina che abbia al proprio centro la volontà della Persona che potrà anche decidere di rimettersi alla scienza e coscienza del medico ma sarà sua scelta. Quindi il Legislatore dovrebbe prima di tutto regolare per Legge l’esercizio di quel diritto che già abbiamo costituzionalmente garantito e che si chiama: “diritto all’autodeterminazione terapeutica”. Finché si è coscienti, attraverso il consenso-dissenso informato e, attraverso direttive anticipate, per quando non si sarà competent . Possibilità anche solo di nominare il proprio Fiduciario che eserciti in nostra vece il diritto al consenso-dissenso sulle terapie proposte. Questa Legge, che invochiamo da tanti anni, dovrebbe prevedere la vincolatività della volontà espresse, tutte le terapie rinunciabili, l’inserimento in cartella clinica da subito e valere anche in presenza di temporaneo stato di non coscienza. Tutto questo anche per tutelare i medici che, nel rispetto del loro stesso Codice Deontologico, intendono rispettare la volontà dei loro assistiti e non condannarli, come oggi accade troppo spesso, a veder protratta la propria agonia di settimane se non di mesi con inutili esami invasivi ed altri interventi terapeutici che nulla possono più per guarire. Cure palliative colpevolmente ritardate fino all’ultimo, quando arrivano, destinate per lo più ai soli malati oncologici mentre tutti gli ammalati ne dovrebbero beneficiare. L’ospedale non è il luogo dove si dovrebbe morire. Per morire meglio si dovrebbe poter morire in casa propria assistiti con cure palliativa domiciliari oppure in Hospice. Certo tutto questo richiede un enorme sforzo di crescita culturale e civile non solo dei medici bensì della società tutta. Per ritornare a quanto accade in Parlamento, ho ascoltato le audizioni in Comm. Affari Sociali e dalle domande che i parlamentari hanno rivolto agli esperti e anche da talune risposte ne ho tratto la conclusione amara che siamo ancora ben lontane/i dal poter sperare a breve in una buona Legge. Anzi, come è accaduto nella XVI Legislatura, vi è la possibilità concreta che noi si debba ritornare a ripetere: “meglio nessuna Legge che una cattiva Legge”.

    • sipuodiremorte scrive:

      Grazie di cuore, Maria Laura, per questo commento, che è anche un prezioso aggiornamento per i lettori.

  4. Luciana scrive:

    Grazie Marina per aver espresso il mio pensiero. Non sarei riuscita a farlo così bene.
    E grazie anche a Maria Laura Cattinari per il suo prezioso commento

  5. angelo motta scrive:

    in un paese dove l’etica fosse prevalente sarebbe assurdo scrivere che “le priorità sono altre” tanto la cosa sembra scontata, ma non siamo in questo paese quindi continuo a sentire persone che si ritrovano a dover gestire parenti anziani dimissionati dagli ospedali in condizioni che definire estreme è poco, cure palliative, Hospice ? porti a casa sua madre e veda di farla mangiare (?) io comunque continuo a non capire perché si dovrebbe continuare a tenere, anche se umanamente, in vita una persona che non ha più niente da chiedere alla vita. Grazie per avermi fatto conoscere l’ass. Libera Uscita Onlus. In tutta sincerità devo dirti cara Marina che non riesco a capire condividere la tua affermazione secondo cui parlare di eutanasia sia un mito legato alla modernità ecc ecc

    • Franco Toscani scrive:

      Cara Marina,
      anche se condivido molte delle tue affermazioni, mi sento in dovere di confutarne qualcuna.
      Concordo sul fatto che una legge che permetta l’eutanasia senza promulgarne una che istituisca un valido testamento biologico sia eufemisticamente una cosa bislacca.
      E’ anche vero che le cure palliative sono ancora, in Italia, una possibilità per pochi fortunati, e che, per molte tipologie di terminalità, siano ancora sostanzialmente da inventare.
      Non sono però d’accordo che l’eutanasia sia l’ultimo dei problemi. Lo sarà sicuramente per coloro che non la invocano, certamente la grande maggioranza delle persone, ma per chi ne sente la necessità è il primo dei problemi.
      Il fatto che questi siano probabilmente pochi non ne giustifica la sottovalutazione, così come non esiste scusa per ignorar le malattie rare in quanto rare.
      Non dimentichiamo che le cure palliative NON annullano la richiesta (il bisogno) di decidere quando morire: un importante studio di Seale, Higginson e Addington-Hall ha evidenziato che tra i malati inseriti in un progetto di cure palliative – in Inghilterra, dove le CP sono nate e sono probabilmente le migliori possibili- le richieste di eutanasia fossero oltre quattro volte più numerose di quelle di malati analogamente terminali NON inseriti in alcun sistema di cure palliative. Evidentemente vicinanza della morte, sofferenza, dolore o solitudine non sono i soli validi motivi per decidere di andarsene.
      In fondo, sofferenze non curabili (o non sempre curabili) palliativamente esistono, eccome! Ci sono sintomi non dominabili se non con una sedazione profonda e ininterrotta fino alla fine che pur non essendo essa eutanasia, di fatto ci assomiglia moltissimo.
      Esiste il tedium vivendi, esiste l’angoscia e la paura dell’ignoto, il “total pain”, il rifiuto di diventare oggetto di cure e assistenza da parte di altri, il rifiuto dell’umiliazione della dipendenza totale, la paura che l’apparato medico finisca per applicare su di te tutta l’insensatezza di una tecnologia inutile e crudele (non ci si illuda che un buon testamento biologico faccia scudo all’accanimento!).
      E, infine, esiste l’angoscia di dover percorrere una strada conosciuta, fatta di attenzioni amorevoli, di morfine, di volontari, di quelle cure palliative che hai visto tante volte, una sorta di Corrazzata Potëmkin, della quale ad ogni fotogramma conosci già il successivo, fino alla fine.
      E allora, lasciamo a quei pochi (pochi?) la certezza di una via di fuga, magari da non prendere mai, ma che il solo sapere che esiste rende più facile affrontare l’imprevisto.
      Che male fa chi voglia anticipare la propria morte? E non mi si dica che questi possono sempre adire al suicidio! (Ma chi sa come uccidersi senza farsi ulteriore male? E chi riesce veramente a POTERLO fare senza che qualcuno, per il suo bene, glielo impedisca? E perché mai uno dovrebbe avere, oltre all’angoscia e al dolore di lasciare la vita, anche il coraggio tremendo di farlo da sè?).
      Ma è così difficile riconoscere e rispettare stili di vita altrui tutto sommato tanto privati e socialmente innocui, certamente meno dannosi della legalissima vendita di tabacco o del tolleratissimo impiego massiccio di pesticidi?
      Riusciamo, anche se a fatica, ad accettare di tutto, e proprio solo questa benedetta eutanasia riesce a indignare così tanta gente?
      Una scelta che non è soltanto frutto amaro della modernità, ma è stata scelta nobile, accettata e socialmente approvata dal premoderno samurai, jaina, greco-romano: seppuku, sallekhanā, eulogos exagoge e voluntaria mors.
      Per questo sono comunque favorevole a una liberalizzazione della morte volontaria, procurata da altri (eutanasia) o da altri aiutata (suicidio assistito). Non per me, che non vivrò abbastanza a lungo per vederla concessa in questa repubblica talebana, e che comunque conosco i modi per andarmene in punta di piedi senza farmi male nè farlo ad altri. Ma per tutti quegli altri – pochi? – povericristi che la invocheranno invano e ai quali verrà negata con dovizia di argomenti sociali, politici, religiosi, economici, tutti ugualmente ipocriti.

      • sipuodiremorte scrive:

        Grazie caro Franco per le tue parole accorate, che certo mi fanno riflettere. Non mi “indigna”, certo, l’eutanasia, ho però paura che diventi, proprio in questa repubblica talebana e ipocrita, e soprattutto corrotta, un modo per risolvere i problemi del fine vita (non solo per chi la vuole in modo lucido e deciso), trascurando la crescita delle cure palliative e la possibilità di creare alternative all’istituzionalizzazione degli anziani.
        Ma è possibile che io sia un’idealista. Ti abbraccio, m.

  6. Filippo D'Ambrogi scrive:

    Difficile aggiungere qualcosa dopo le parole di Franco Toscani che, per chi non lo sapesse, è stato uno dei pionieri delle cure palliative in Italia.
    Mi limito a sottoscrivere una frase su tutte:
    “Non sono però d’accordo che l’eutanasia sia l’ultimo dei problemi. Lo sarà sicuramente per coloro che non la invocano, certamente la grande maggioranza delle persone, ma per chi ne sente la necessità è il primo dei problemi.”

  7. Giovanni scrive:

    Buongiorno, sono quello che (come indirettamente citato), in due post (“Dignità nel morire” e “Eutanasia: bilancio in Olanda 2002-2013”), ha parlato di “resistenze” di Marina sul tema dell’eutanasia, che trovo qui
    onestamente confermate.
    Sottoscrivo appieno quanto scritto da Franco Toscani: non avrei potuto trovare parole migliori. Pur temendo che la prossima battaglia parlamentare su un tema così scottante si risolva in un nulla di fatto dopo prevedibili e indegne gazzarre, trovo sostnzialmente ipocrita – come per decenni è stato fatto per le unioni civili – affermare che “ci sono cose più importanti”, come una legge sul testamento biologico e un’applicazione piena ed efficace delle cure palliative (punti sacrosanti): una cosa non esclude l’altra, e viceversa. L’eutanasia frutto della modernità? Come dice Franco, il suicidio è sempre esistito, anche in forme anche molto nobili e socialmente rispettate. Si tratta solo di trovare un mezzo e un aiuto per non ricorrere a metodi violenti e dolorosi (quale, per chi non è medico? Alcune sostanze le conosco, ma come procurarsele? chiederei a Franco se la sente: se non pubblicamente, la mia mail è giovava@libero.it, grazie).
    Infine, riguardo al pericolo che sta molto a cuore a Marina, che un eventuale “diritto” all’eutanasia si risolva in “dovere” richiesto dai parenti o dalla società, basterebbe accertare (come credo già si faccia in Svizzera) l’effettiva determinazione del soggetto e, se non cosciente, le volontà espresse nel testamento biologico. Ancora: nessun onere (nemmeno etico) per la collettività, ma almeno le depenalizzazione per chi – persona vicina o associazione – si presti caritatevolmente.
    Convinto che non si tratti comunque di possibilità reali in Italia, ma solo di principi sacrosanti, un saluto e un grazie al contributo di tutti.

  8. Giovanni scrive:

    P.S. Mi sono dimenticato di rispondere a uno degli argomenti di Marina: la presunta volontà dell’uomo moderno di “dominare” (o scavalcare) la natura. Ho appena finito di leggere “La solitudine del morente” do Norbert Elias (dove, fra l’altro, si parla anche della paura della morte in termini psicologici, riguardo i quali vorrei contattare Marina per un nuovo post). Cito le sue parole al riguardo, senza commento:
    “La “natura” non conosce intenzioni, né finalità, essa è totalmente priva di scopi. Le uniche creature che in questo universo si pongono mete in grado di creare un senso sono gli esseri umani. (…) Ciò che essi si aspettano è un senso preordinato che venga loro dall’esterno; ciò che resta possibile è invece un senso creato da essi stessi e, in definitiva, dalla comunità umana, in grado di offrire un orientamento alla loro vita.”
    “Non sempre è facile far capire ai figli del ventesimo secolo che la “natura” allo stato vergine non è particolarmente favorevole ai bisogni umani. (…) In realtà il processo naturale segue il proprio corso, cieco e indifferente dispensa all’uomo il bene e il male, le gioie della salute e i tremendi dolori della malattia. Gli unici che possono dominare al momento giusto l’insensato processo naturale e che sono in grado di aiutarsi reciprocamente sono gli stessi uomini.”

  9. Carlo scrive:

    Sono abbastanza nuovo di questo sito, così importante e necessario. Finora mi sono limitato a leggere vari post, i cui interventi, dal gestore ai partecipanti, mi sono sempre sembrati interessanti e condivisibili. Mi trovo però ora di fronte a una sorta di sorprendente “reprimenda” del gestore (Marina) contro l’eutanasia. Tutti, credo, sono d’accordo, sulla necessità di una legge sul testamento biologico, della diffusione di pratica e conoscenza delle cure palliative: che, come però è stato ben detto, non escludono affatto la richiesta dell’eutanasia. Perché dunque queste sì e quella no? Qualcuno ha qui detto: ci sono persone malate che attendono in questo momento, adesso: perché sacrificare il loro bisogno in nome di opportunità puramente tattico/politiche?
    L’argomento che però mi ha più lasciato perplesso (per non dire basito) è l’abusato richiamo alle leggi della natura, che spero sia stato fatto solo con intenti provocatori. A parte che la natura non c’entra molto, ad esempio, con l’enorme innalzamento della vita media grazie innanzitutto alla medicina che pone molte persone davanti a una vecchiaia faticosa e spesso a una lunga e inutile agonia: a parte questo, il tema mi ha tristemente ricordato i continui nyet della Chiesa e dei vari teodem e teocon, chiusi verso la contraccezione, l’aborto, la fecondazione eterologa, la vita affettiva di omosessuali e transgender, il diritto al rifiuto delle cure, prima ancora che all‘eutanasia.
    Il tema non è da poco ma nient’affatto nuovo: chi crede che la natura sia di per sé “buona”, ha da tempo scoperto sulla propria pelle quanto questa illusione sia beffarda; un paio di nomi su tutti della cultura occidentale: Rousseau e Leopardi: ma eravamo nel 7/800! La natura non è né buona né cattiva, persegue un unico scopo: la perpetuazione di se stessa e della specie, indifferente al destino di ogni singolo individuo. Da sempre il lavoro dell’uomo è stato quello di cercare di “medicare” quelle che ai suoi occhi sono le ingiustizie e le ferite inferte dalla natura, con i propri mezzi, che hanno fatto nascere la cultura. Con la cultura l’uomo ha cercato – per quanto possibile – di elevarsi dallo stato del minerale e dell’animale, per costruire un proprio mondo che non sia solo deterministico. Della cultura – la sa benissimo Marina, che è tanatologa – fa parte appieno anche il come si vive e come si muore. Ora, per favore, lasciamo perdere la natura che c’entra ben poco; la questione che si pone è questa: l’eutanasia, praticata da paesi ritenuti unanimemente civilmente più avanzati, come Benelux e Svizzera, è un prodotto della nostra cultura (e non solo di oggi), che va accettato e valutato, o è invece una barbarie da bollare come infamia? Personalmente non ho dubbi. In ogni caso, altra strada non c’è.

  10. giuliana scrive:

    I protratti dibattiti sull’eutanasia potrebbero, talvolta, sottacere ragioni troppo ‘religiose’ o laiche o politiche. L’essenza della particolare condizione di vita dell’ammalato che si trova inesorabilmente di fronte al momento di vivere la propria morte, è qualcosa di totalmente unico e indomabile, intriso di quel senso di soggettività che è parte integrante di ogni esperienza umana. La singolare complessità dei vissuti personali è tale che non si potrà mai trovare una univoca ‘giusta’ risposta sul loro destino ultimo. Forse, per i nostri limiti intrinseci, non dovremmo neppure porci la domanda se è attraverso la scienza o la legge che possiamo conoscerne la soluzione.
    Ciò che porterà alla decisione è l’intera storia di una vita, la biografia di ‘quel’ sé, voce irreplicabile, mai uguale, mai sovrapponibile a nessun’altra storia: racconto unico nel mondo intero dei racconti [P. Cattorini, ‘Curare tutto l’uomo’]. Nutrita di intonazioni amorevoli e di consigli pietosi, l’opzione finale, maturata nel silenzio e nella profondità del dolore, appartiene solo alla persona ammalata, quando sia dichiarata a priori o quando sia contingente. A noi spetta di comprendere e di rispettare, di riconoscere l’espressione della volontà individuale, che è sintesi degli anni di vita, è coscienza del mondo intorno a sé, ancora permeato di amore e di amicizia o, invece, vuoto nella solitudine sociale.
    Perciò, sì, mettiamo la nostra razionalità e il nostro caldo impegno a migliorare ed estendere il contesto delle cure palliative. Sì, accostiamoci all’eutanasia e lasciamo che essa, protetta e ordinata, sia emblema di libertà e di dignità, la vera – liberatoria o disperata – scelta della persona. E, sì, avanziamo tra le difficoltà e persino nelle distorsioni delle prassi, troppo spesso frutto di ideologie che soffocano i principi etici di una compassionevole e universale umanità; apriamoci consapevolmente sull’orizzonte di un nuovo umanesimo che incontra l’antropologia della persona, ispirandosi alla bioetica narrativa e alle medicine sul morente attente non solo alle evidenze cliniche.

    • Giovanni scrive:

      Cara Giuliana, leggo solo oggi il tuo commento. Visto che Marina tace, volevo ringraziarti perché le tue parole mi sembrano le più belle, attente e rispettose su questo argomento.

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