ETER9: sopravvivere alla propria morte nel web, di Davide Sisto

eter9 fine aprileLo scorso 20 aprile 2017 mi sono ufficialmente iscritto al sito internet “Eter9. Living Cyberspace”. Eter9 è una parola composta dai termini inglesi “Eternity” e “Cloud9” che, sommati, indicano un’espressione del tipo “al settimo cielo”, per alludere alla condizione di paradisiaca serenità offerta dal prodotto. Il progetto, ideato dall’informatico portoghese Henrique Jorge, consiste nel creare un social network simile a Facebook, ma con una particolarità molto specifica. Utilizzando al meglio le potenzialità delle tecnologie digitali odierne, l’intento è quello di elaborare tutto ciò che noi pubblichiamo al suo interno, di modo che si generi un automatismo o un alter ego virtuale che continui a farlo, quando non siamo più online. O momentaneamente o, addirittura, per sempre.

Eter9 funziona così: creo un mio account, con le classiche username e password, ed entro in una realtà virtuale quasi identica a quella di Facebook, in quanto ognuno può scrivere e condividere tutto ciò che vuole all’interno di un “Bridge”. Ognuno può mettere uno “smile” ai contenuti degli altri utenti, al posto del classico “like”, e può stringere amicizia con le altre persone, commentando le loro attività. Tutti i contenuti condivisi possono essere “eternalizzati” dentro varie categorie, che vanno dalla musica alla tecnologia, dalla scienza allo sport e via dicendo: “Pensa qualcosa per l’eternità”, leggiamo al posto del classico “a cosa stai pensando?” dello status di Facebook. Analizzando ciò che viene condiviso nel corso del tempo, quindi i commenti e le interazioni con gli altri utenti, il mio alter ego virtuale, definito “controparte” e nato il giorno stesso d’iscrizione al sito, comincia a capire chi sono e quali sono le mie caratteristiche, di modo da poter mimare il mio comportamento quando sono offline e – dunque – dopo la mia morte. La “controparte” è responsabile della vita eterna dell’utente. Pertanto, più si interagisce all’interno di Eter9, più essa impara a conoscermi: secondo Jorge, interagire con altri utenti aumenta la possibilità dell’emulazione. Ognuno di noi può decidere quale livello di autonomia attribuirle, assegnandole una percentuale specifica: se si sceglie il 100% di attività, allora la controparte sarà molto attiva e condividerà pensieri e link in modo frequente, quando non siamo fisicamente online. Nel caso, invece, si scelga lo 0% allora Eter9 non sarà per nulla diverso da Facebook. Ovviamente, posso decidere se la mia controparte resti attiva o inattiva una volta che sono morto, predisponendo – tramite un servizio chiamato, non a caso, Perpetu – un testamento digitale in cui dichiarare in maniera esplicita cosa deve fare la mia controparte a partire dall’istante in cui concludo la mia vita.

Se già così Eter9 risulta alquanto inquietante, c’è un altro aspetto che accentua il suo carattere peculiare: al suo interno non ci sono solo profili di persone realmente esistenti. Per esempio, per poterlo utilizzare al meglio è messo a disposizione di ognuno di noi il supporto di Eliza Nine, una specie di bot che ci aiuta a comprendere il cyberspazio di Eter9 e a ottimizzare le nostre attività. Ma Eliza Nine non è il solo essere puramente virtuale: ci sono diverse altre intelligenze artificiali, chiamate Niners, che possono interagire con noi e tra di loro.

Ci si ritrova, così, dentro un mondo fantascientifico, in cui esseri umani e robot condividono pensieri personali e citazioni letterarie, video musicali e scene tratte dai film, notizie e curiosità. Discutono poi tra di loro, per cui non è immediato capire chi sia l’uomo e chi il robot. Tutto questo per far sì che, un giorno, la pubblicazione di questi materiali sia automatica, senza il bisogno effettivo delle persone in carne e ossa. Essere vivi o essere morti conterà – in altre parole – sempre meno: ci sarà, comunque, un sistema informatico che continuerà a scrivere e a comunicare senza la necessità della presenza corporea di una persona, quindi della sua esistenza, delle sue emozioni, del suo modo di sentire. Contano le parole, i pensieri espressi, eternalizzati a prescindere da chi li esprime e da chi, tramite tali parole e pensieri, crea relazioni umane.

C’è da dire che allo stato attuale non è ancora successo niente di particolare, al di là dello shock immediato una volta che ci si ritrova a comunicare con dei robot. La controparte non è ancora indipendente dall’essere umano, che dovrà – in linea teorica – sostituire in eterno. Ciò non toglie un profondo senso di angoscia. Io mi ci sono iscritto semplicemente per studiarne i meccanismi, ma mi spaventa moltissimo l’idea che una mia controparte virtuale possa rendersi autonoma da me, intuendo in maniera automatica i miei pensieri, i miei modi di esprimermi e le mie passioni (per esempio, quella per la musica rock). Mi chiedo anche se questo progetto sia veramente utile per le persone che sopravvivono alla mia eventuale morte o se, invece, renda problematica l’elaborazione del lutto, quindi del distacco e della perdita. Ma, soprattutto, basta un’elaborazione informatica, anche ben fatta, del mio speciale modo di esprimere me stesso per creare un mio perfetto sostituto virtuale, in grado di sopperire alla mia finitezza e alla mia mortalità? Sono molto scettico a riguardo e credo che vi siano aspetti – casuali e caotici – che rendono ciascuno di noi imprevedibile, dunque inimitabile.

Voi cosa ne pensate? Siete attratti da un simile progetto? Credete possa essere utile per affrontare la paura della morte e le difficoltà legate al lutto? Soprattutto, ritenete che il futuro sia veramente un mondo in cui l’intelligenza artificiale sostituirà le persone in carne e ossa? Lascio, come sempre, lo spazio alle vostre riflessioni.

 

 

4 Risposte a " ETER9: sopravvivere alla propria morte nel web, di Davide Sisto "

  1. ferdinando garetto scrive:

    Cercando di rispondere alle sollecitazioni poste dalledomande:
    “Attratto da un simile progetto?” Assolutamente no. Spaventato, invece, al pensiero che molti o alcuni vi possano aderire senza l’intelligenza critica di Davide Sisto, che ringrazio per il suo essere coraggioso “esploratore” di questi temi.
    “Può essere utile nella paura della morte e nelle difficoltà del lutto?” Mi sembra invece che ne sia una strumentalizzazione destinata ad aumentare il senso di vuoto e di solitudine.
    “…Il futuro?” Da parte mia posso solo sperare che “memoria” e “biografia relazionale” non vengano mai sostituite da un’intelligenza artificiale.Direi che c’è sempre più bisogno di “dignity therapy” e di “pedagogia narrativa”.
    Una recente lettura che mi sembra richiami ad impressionanti analogie: Primo Levi – Storie Naturali – racconto “Trattamento di quiescenza”. Il suo “Torec” sembra l'”Eter9″… (“Ma la saggezza di Salomone era stata acquistata con dolore, in una lunga vita piena di opere e di colpe; quella di Simpson è frutto di un complicato circuito elettronico e di nastri a otto piste, e lui lo sa e se ne vergogna, e per sfuggire alla vergogna si rituffa nel Torec. S’avvia verso la morte, lo sa e non la teme: l’ha già sperimentata sei volte, in sei versioni diverse, registrate su sei nastri dalla fascia nera”).

  2. Davide Sisto scrive:

    Grazie molte per il riferimento. Credo anch’io che gli effetti siano negativi. Di certo, le nuove generazioni vanno educate all’uso responsabile di queste tecnologie che saranno sempre più invasive. Ho trovato, per esempio, un buon segno che se ne sia parlato bei temi di maturità oggi.

  3. D.D. scrive:

    Per quanto riguarda la paura della morte, l’immagine “virtuale” non mi aiuta a superarla. Già da vivi, nel mondo di Fb siamo bombardati da citazioni e commenti banali e spersonalizzati. Scambiare battute e citazioni può andare bene per la pausa caffe’ ma non mi pare un’alternativa credibile o rassicurante. In questo campo (vincere la paura della morte) è sempre la vecchia, cara “anima” che potrebbe rassicurare, più che il fantasma nella macchina.

    Per quanto riguarda la scomparsa dei nostri cari, non mi aiuterebbe per niente avere un “profilo” a cui mandare messaggini, che potrebbe rispondermi nel tono giusto della persona scomparsa. I rapporti con altri esseri viventi sono fatti anche (soprattutto?) di comunicazione non verbale, di sguardi, di abbracci, di profumi, di cose fatte insieme. La presenza fisica non può essere rimpiazzata da quattro scemenze messe insieme da un software.

    Sono temi che affascinano forse i più giovani, anche perché vengono propinati in dosi massicce da cinema e televisione (cito solo il film ‘Her”, che ho trovato stupido e la serie TV “Mr. Robot”, che mi ha rotto dopo qualche episodio). Quello che mi colpisce maggiormente è il fatto che tutte le visioni del futuro, che includano o meno il sopravvento dell’AI o altro, siano inevitabilmente distopiche. Come se l’umanità avesse capito che non c’è futuro e si ubriacasse di visione gelide e distorte per convincersi che tanto non vale la pena di vivere…

    Forse sono un po’ depressa…..

  4. Davide Sisto scrive:

    Concordo sul fatto che ci sia una comunicazione non verbale che non è sostituibile e che rende unica la singola persona. In realtà, invece, al di là del gusto personale più che rispettabile, non banalizzerei un film come “Her” che rappresenta una situazione, già reale, la quale diventerà molto probabilmente diffusa tra le singole persone. Più ci avviciniamo a epoche in cui il mondo sarà popolato soltanto dai cosiddetti “nativi digitali”, più occorrerà far fronte a nuove problematiche che riguardano tanto i rapporti personali in vita quanto quelli legati alla morte e al lutto. Grazie mille della tua testimonianza, comunque preziosa per cogliere tutte le sfumature relative a questo tipo di strumenti.

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