Essere vecchi, di Marina Sozzi

Depositphotos_79731798_s-2015Essere, diventare vecchi è oggi, probabilmente, più difficile di quanto non sia mai stato. Sappiamo tutti come mai: abbiamo costruito un mondo, in Occidente ma non solo, che è tutto tranne che un pianeta “per vecchi”. La frammentazione sociale, la svolta tecnologica, i valori del capitalismo avanzato marginalizzano i vecchi, che non producono più, consumano meno e sono meno belli, dinamici e glamour. Non servono neanche più come enciclopedia (con il beneplacito della pubblicità della Mulino Bianco), perché c’è Google.

La vecchiaia è, come tutte le stagioni della vita, un’esperienza complessa, irta di difficoltà ma foriera di molte possibili gratificazioni.

Certo, il corpo non ha più la stessa flessibilità e riflessi della giovinezza, riserva non ancora esperiti fallimenti, rivela molteplici fragilità. All’improvviso ci viene mal di schiena per un movimento banale, ci ammaliamo di malattie gravi, o croniche, che lasciano tracce di sé nella nostra vita. Ci accorgiamo, forse, di avere bisogno più tempo per fare cose in cui anni fa eravamo scattisti, dobbiamo fare i conti con il tempo della vita che si accorcia, dobbiamo elaborare il lutto anticipatorio della nostra morte, abbiamo nostalgia dei nostri anni vigorosi.

Tuttavia, la vecchiaia è anche (se abbiamo un pochino di salute, e una pensione garantita) la stagione della vita in cui ci viene restituito del tempo per noi, per coltivare il meglio di noi; in cui possiamo sperimentare la gioia di veder crescere dei bambini senza l’ansia della nostra passata responsabilità di genitori; in cui esperire il sapore più autentico della vita, aperti al cambiamento, che già comincia con l’uscita dal mondo del lavoro. E’ l’epoca in cui abbiamo accumulato esperienze, e quindi anche il giusto distacco dal mondo per fare le nostre scelte in modo più maturo. La maggior capacità riflessiva, le emozioni attutite, sono una grande risorsa se si accompagnano alla benevolenza, alla generosità, all’indulgenza per le debolezze umane, ferma restando l’indignazione per l’ingiustizia e l’abuso di potere. Ma in una società così anestetizzata da percepire solo le emozioni forti, c’è il rischio che la saggezza della vecchiaia mostri solo il suo aspetto negativo: l’isterilimento della passione e quindi della vita.

Gli anziani sono così, essi stessi, portati dalla svalutazione collettiva a sentirsi inutili e senza valore, assumendo una posizione di rinuncia depressiva che impedisce il godimento dell’appagamento possibile.

Ci chiedono infatti a gran voce di non invecchiare. O meglio, di invecchiare senza invecchiare. Accumulare anni sì, ma senza rughe, senza cedimenti della pelle, senza patologie, senza rallentamenti nell’incedere e nell’articolazione del pensiero. Conosco più di una donna che alla nascita del primo nipote ha avuto, come primo pensiero: “mio Dio, sono vecchia”. Ci siamo spinti collettivamente così oltre nella negazione della vecchiaia, che sento spesso usare l’appellativo di “diversamente giovani” per indicare gli anziani, il massimo del grottesco del politically correct, che la dice lunga: “normale” è essere giovani, essere vecchi è un handicap.

Ma questo diniego feroce della vecchiaia e della mortalità, che si è infiltrato anche nella valutazione delle fasi della nostra esistenza, ci impedisce di chiamare le cose con il loro nome, di restare aderenti alla realtà, e quindi di poterla processare e comprendere, di farla nostra.

Che fare allora?

Dobbiamo resistere, ribellarci, esigere rispetto! Impegnarci a maturare, invecchiando (non solo ageing, ma growing old, per dirla in inglese), cercando ogni giorno di diventare migliori e più consapevoli, cioè più umani. Possiamo provare, invece di lasciarci risucchiare dal senso di inadeguatezza e nostalgia per il tempo trascorso, magari non proprio come avremmo voluto, a utilizzare con intensità quello che resta per capire quale è stato il nostro posto nel mondo; a vivere con accettazione e consapevolezza ogni giorno, ogni ora; a prenderci cura di noi; a coltivare la relazione autentica con gli altri. Come scrive Enrico Cazzaniga in un libro appena uscito sul tema del lutto: “Lasciare che sia quello che sia non significa abbandonarsi passivamente al trascorrere del tempo e degli eventi, ma evitare che l’impotenza ci logori”.

Dobbiamo trasmettere ai giovani – ai quali lasceremo questo mondo non proprio in ottime condizioni – il messaggio che si può accogliere la fase conclusiva della propria storia di vita con saggezza, e passare la staffetta con serenità: consci dell’importanza di questo lascito, e quindi del nostro ruolo e valore.

E’ la più grande rivoluzione che oggi si possa fare. E la può fare ciascuno di noi, ogni giorno.

14 Risposte a " Essere vecchi, di Marina Sozzi "

  1. vera mornatta scrive:

    Ho 59anni e sto vivendo contemporaneamente la vecchiaia, mal vissuta e inaccettata dei miei genitori, ed il mio growing old. Papà, 91anni, è incattivito, egoista ed oppositivo; mamma, 83enne da sempre succube di lui e depressa, ha l’Alzheimer…bestia immonda che la sta divorando giorno dopo giorno, in un mare di ansia e “non ricordo, ma perchè”.
    Io, attraverso il loro accudimento, sto imparando a voler bene sia a loro che a me stessa accettando con naturalezza il tempo che passa e cercando di godere ciò che la vita mi riserva…con stupore! Leggo tanto, quando posso viaggio ed osservo la vita in ogni sua manifestazione, e non ho paura di morire. Ho redatto il mio Testamento Biologico con l’invito a non protrarre inutilmente la mia vita quando vita più non sarà: non voglio soffrire (intendendo per sofferenza sia quella fisica che, soprattuttto, quella psichica) e far soffrire i miei cari. Penso che i nostri siano tempi di folle affanno e vani desideri…fermiamoci un pò, ascoltiamoci ed ascoltiamo, accettiamo ed accogliamo l’altro…miglioriamo!

  2. Misha scrive:

    Vorrei tanto morire prima, ho il terrore di aver bisogno degli altri, ho perso l’unico figlio di 20 anni 9 mesi fa ..Mi dispiace solo che non posso piu mettergli un fiore, del resto non ho paura della morte.

    • Elena scrive:

      Ciao Misha, mi dispiace tantissimo per la tua perdita. Io ho perso tre anni fa mio fratello di 40 anni in un incidente e dopo pochi mesi mio papà. Mia mamma ha perso suo figlio e suo marito in pochi mesi. E’ durissima ma ognuno di noi prima o poi trova la sua strada, il modo per poter continuare a vivere e trovare un po’ di serenità.
      Sono certa che lo vorrebbe per te il tuo figliolo, e ti auguro di trovare la serenità e l’accettazione per il grave lutto che ti ha colpita. Un abbraccio

  3. Elena scrive:

    Grazie per questo articolo, mi sono ritrovata in ogni frase.
    Pur avendo “solo” 50 anni, mi accorgo che il mondo davvero non ha più alcun rispetto per gli anziani, i nostri saggi, quelli che in altre culture erano rispettati, venerati, accuditi e consultati quando c’era bisogno di parole illuminanti.
    Questa società che corre di continuo non sa nemmeno dove sta andando e si sta svuotando di ogni significato. Davvero non mi ci trovo e mi preoccupa e spaventa che le cose stiano andando così.
    Dobbiamo ritrovare la bellezza e la dignità di tutte le età della vita

  4. carlo giraudo scrive:

    Penso che dobbiamo scrollarci di dosso una volta per sempre una visione “residuale” della vita che nasce da una mentalità molto quantitativa e consumistica e poco qualitativa della vita. penso che il meglio sia sempre davanti a noi e siamo sempre sul punto di capire e scoprire ciò che ancora non conosciamo totalmente e che può ancora “cambiare tutto”.
    Un abbraccio.

  5. Arbuffi Maura scrive:

    Dovremmo leggere o rileggere tutti il De senectute di Seneca e forse troveremmo gli strumenti e gli stimoli per “ben invecchiare”. Grazie Marina per gli spunti di riflessione.

  6. Giovanni scrive:

    Grazie, Marina, per aver proposto un tema così cruciale della nostra epoca. E grazie per aver indicato, come da tempo avevo richiesto, il parere di uno psicologo come Cazzaniga, non solo, ma di averci dato la possibilità di consultare un piccola ma significativa parte del suo libro. Purtroppo, proprio da anziano, nonostante usi molto il pc, per i libri resto testardamente ancorato al cartaceo, quindi non possiedo un lettore e.book, per cui la lettura completa del testo (che non trovo in vendita i versione-libro) per ora mi è preclusa (con mia grande soddisfazione la moda dell’e.book sta subendo una flessione).
    Come (nella parte leggibile del testo), il modo in cui si vivono il lutto e la morte a livello individuale passa per forza di cose attraverso il sentire del contesto collettivo, lo stesso avviene per la vecchiaia.
    Tu stessa, del resto, lo spieghi bene. Condivido quello che dici, con qualche riserva, parlando proprio da anziano (67 anni). Trovo che da un lato tu ecceda in pessimismo (laddove dici che gli anziani sono considerati solo un peso per società: vero, ma se questi sono stati capaci di creare un tessuto di legami – e non tutti sono andati perduti – l’anziano, salvo rare eccezioni, non è quasi mai completamente solo, almeno fino alla generazione dei nostri genitori); da un altro lato in ottimismo (non si parla qui nè della crisi economica che ha colpito non solamente i giovani, e si accenna solo alle infinite patologie, gravi e invalidanti, che affliggono la vecchiaia, ben presenti peraltro negli altri post).
    Come esempio di un maggior ottimismo, forse perchè vivo in una grande città, vedo ovunque anziani molto attivi e tutt’altro che rassegnati, come me del resto: in coppia, spesso in gruppo (soprattutto donne): alle università della terza età, nel volontariato, a mostre e musei, al cinema, a teatro, perfino nei concerti, nelle manifestazioni collettive, nei viaggi, condizioni economiche permettendo. E, del resto, una volta, quando tutto si esauriva nell’ambito della famiglia patriarcacale, e la vita media era infinitamente più bassa, una persona, a 50 anni, era irrimediabilmente “vecchia”: che male c’è se oggi, col prolungamento della vita, molti continuano a sentirsi e ad essere attivi e volitivi? Vorrei aggiungere che non percepisco quest'”obbligo” sociale del restare giovani. Siamo spesso noi stessi che dentro ci sentiamo ancora giovani dentro: è un dato piuttosto comune, che pur con in dote un maggior tasso di esperienza e di maturità, i bisogni, i desideri, la curiosità, siano le stesse di un tempo: di più, molti “sentono” ancora (e lo considero positivo il proprio animo giovane e non domo, e il passare degli anni, decina dopo decina, guardando indietro così come avanti, provoca una vera e propria vertigine. E’ il corpo che tradisce, e non parlo certo dei piccoli acciacchi (che ci sono, eccome) cui fai accenno, o delle rughe e della bellezza che se ne va (fanno parte del gioco, anche se non fanno piacere), ma delle grandi patologie portate dal prolungamento dell’età media, dal cancro alle malattie cardiache, dall’Alzheimer al Parkinson alla SLA – solo per citarne alcune – che ci pongono di colpo di fronte alla nostra mortalità.
    In questi casi sempre più frequenti – ecco il lato meno ottimistico – la vecchiaia, che tu prospetti come la possibile età della saggezza, diventa così l’età dell’instabilità, e della fragilità, spesso dell’ansia. Per non arrivare a dire, di fronte a patologie terminali lunghe e disastrose, come ha fatto Philip Roth, che a un certo punto “la vecchiaia è un massacro”.
    Anche per questo non sono d’accordo soprattutto su una cosa, laddove parli di “maggior distacco” e di “emozioni attutite”. Forse per le persone che sono sempre state poco emotive, ma nemmeno: in realtà è un fenomeno ben noto vedere i vecchi – anche gli uomini – commuoversi molto più facilmente, o diventare più insofferenti (se non bizzosi) e ansiosi. Al riguardo mi è venuto in mente un passo autobiografico dell’ultimo romanzo (“L’ultima casa prima del bosco”) di una scrittrice italiana oggi un po’ dimenticata, Francesca Sanvitale, proprio sulla vecchiaia:
    “La vecchiaia è uno dei mastodontici portoni di accesso attraverso i quali l’ansia, il dolore e il loro corteo arrivano, si manifestano, esigono ascolto, vogliono cambiamenti, premono persino dolcemente sulla nostra schiena e sulla nostra faccia. Ci condannano. Non è come si crede: non ci condannano alla morte bensì a vivere un carosello di emozioni troppo delicate o troppo violente, sentimenti a un diapason inutile. (…)
    Le tenebre del mondo… bisognerebbe camminare con cautela portandosi qualche allegria . Ora la mia allegria consiste nel vedere che da quell’angolo dell’orrore, dove mi era apparsa la piccola Rita in castigo e torturata [riferimento alla trama del romanzo], è la mia ultima nipotina che mi corre incontro, impara a parlare, ha la stessa età del fantasma cancellato, mi prende la mano come fa quando viene a trovarmi, e dice: “Vieni nonna, andiamo”. Andiamo, andiamo… basta questa parola ripetuta con la sua voce nuova dentro la mia testa, anche senza di lei, e le lacrime arrivano spontanee, devo cancellarla per fermarle. “Andiamo…” Ha fiducia, non ha paura, mi prende lei la mano e mi guida benché la sua sia così piccola e morbida, fragilissima. Che importanza ha dove: sulla terrazza, ai giardinetti, lungo le strade che vanno in un’altra città, verso minareti e templi, verso grattacieli e oceani, verso sovrane cascate oppure solo sulla riva del mare a giocare con la schiuma. “Vieni nonna, andiamo…” e le lacrime non finiscono, anzi raddoppiano. Questo, ma lo dico con poca fiducia di essere compresa, è uno dei tanti sentimenti così forti da tagliare il fiato, da diventare intollerabili come un aculeo nel cuore. Ebbene, non servirebbe a niente tacere. E’ così, comunque, che il tempo dell’ira passa e all’improvviso è come se colasse miele su centomila ferite, quante ognuno di noi ne colleziona, statene certi, con sangue vivo. Miele dolce ma uguale dolore.”.

    Ebbene, lei aveva poca speranza di essere capita, ma io la capisco, eccome.
    Per quanto mi riguarda, che posso dire? La vecchiaia vera e proprio l’ho sentita per la prima volta 5 anni fa con la morte di mia madre: non ero più figlio, mi trovavo catapultato in prima linea. Per il resto ho un fratello disabile che continua a peggiorare, personalmente un cancro incurabile che sta andando verso la fase terminale, e un compagno senza reddito da 5 anni grazie alla riforma Fornero (per cui, da due anni, non possiamo permetterci nemmeno un viaggio, o una vacanza), cui, new entry, è stato appena diagnosticato il mio stesso cancro. Siamo contornati da amici single o accoppiati ma quasi tutti senza figli (Cazzaniga sottolinea questo fenomeno che ha pesanti ripercussioni sull’accudimento degli anziani): e le patologie gravi piovono come grandine; in più, guardando avanti, quasi nessuno di noi ha le risorse economiche per permettersi non dico il ricovero, ma nemmeno una badante. In questo caso sì, se si perde il proprio compagno/compagna, si affaccia lo spettro di una solitudine angosciante; e, del resto, si è anche portati ad isolarsi di proprio. E, se c’è già chi come me, a sua volta anziano, si è fatto un mazzo tanto per i propri genitori, c’è chi deve ancora passare questa fase cruciale e spesso terribile. E ogni tanto ci chiediamo: quando non saremo più autonomi – già ci siamo vicini -, a noi chi penserà? Eppure, finchè c’è vita, si tira vanti, anche col sorriso, spesso anche con qualche entusiasmo, continuando a coltivare le proprie passioni. Ma la fatica – specie psicologica – pesa, e la sensazione che si fa avanti è che la vecchiaia sia uno slalom fra una difficoltà e un accidente e l’altro, o un percorso ad ostacoli: altro che saggezza e serenità, si regredisce piuttosto alle incertezze e alle ansie dell’adolescenza, senza più però l’energia vitale che spinge avanti, verso una via di uscita o un futuro ancora tutto da inventarsi…
    La vecchiaia spesso, nella sua fase terminale, non sarà proprio un massacro, ma poco ci manca. E, se una volta non mi auguravo una morte improvvisa – per un colpo o un incidente – ma una morte consapevole per prepararmi con cura al momento supremo, oggi ho quasi cambiato idea… Non ci si deve meravigliare se poi, di fronte alla prospettiva di un lungo calvario, sempre più gente pensa all’eutanasia come via d’uscita.

    • D.D. scrive:

      Ciao Giovanni, sono contenta di leggere il tuo intervento. Mi dispiace invece sapere della malattia del tuo compagno. Anch’io non ho figli e ogni tanto comincio a pensare che fine farò se diventerò molto anziana. Anche se preferisco pensare che magari mi verrà il fatidico “colpo”, così non dovrò preoccuparmi troppo.

      L’unica soluzione è di essere economicamente indipendenti, altrimenti è molto difficile. Ma anche per chi ha figli sono problemi seri…. con i miei genitori l’ultimo anno è stato durissimo. Mia zia ha tre figli, ma dopo la morte del marito, i miei cugini l’hanno messa in casa di riposo, perché nessuno dei tre se la sentiva di averla in casa. Lo stesso per la madre di una mia ex collega: cinque figli, ottant’anni e nessuno che l’abbia presa con se o si sia trasferito da lei.

      Quindi, anche l’aver figli non garantisce niente… ma coraggio… io sto cercando di riprendermi e penso che dobbiamo sostenerci a vicenda, anche solo spiritualmente, perché le parole sono importanti.

  7. Cinzia Picchioni scrive:

    grazie, cara Marina, per queste riflessioni.
    Per qualche motivo misterioso, sono stata sempre attratta dal momento della vita chiamato “vecchiaia”, tanto che perfino quando mi sono diplomata insegnante di yoga (nel 1987) ho scelto di specializzarmi nello “yoga per la cosiddetta terza età”, scrivendo anche dei libri sull’argomento. Quest’anno ho condotto incontri di “meditazione dalla sedia” (chiamandoli Sedhyana, dalla parola sanscrita Dhyana (che sta per meditazione) e dalla parola italiana Sedia. Unendole è venuto fuori questo momento, un’ora alla settimana in cui, anche se il corpo non ci permette più di stare a gambe incrociate o a testa in giù non si vede perché dovremmo rinunciare a respirare, meditare, ascoltare musica in modo consapevole, recitare mantra eccetera. Come dico agli studenti dei corsi di formazione per diventare insegnanti di yoga, le soddisfazioni più grandi in 30 anni di insegnamento mi sono arrivate proprio dalle persone “d’età”, che facevano yoga con più consapevolezza dei cosiddetti giovani.

  8. Maria Cristina Rinaldi scrive:

    69 a ottobre. Mi ripeto questo numero per convincermi che riguarda proprio me e la mia vita. Mi aiuta molto il mio corpo, che si è scoperto malato di un carcinoma polmonare al IV stadio, un corpo che non aveva mai dato segnali preoccupanti. Non ho nemmeno mai fumato e dunque perché? Non cerco più una risposta, ora devo solo riuscire a vivere bene questo mio tempo. Sì, perché il tempo è di tutti, bimbi e bimbe, ragazzi e ragazze, giovani e vecchi. Solo che bisogna capire bene ciò che possiamo fare, come farlo e con chi, da soli o in compagnia, scegliendo le persone giuste. Pensavo di morire molto prima e ho redatto anch’io il mio testamento biologico: quando non ci sarà più niente da fare, solo cure palliative, che già ora sto imparando a conoscere. Qui cara Marina parli di vecchiaia e dopo quasi sei anni di malattia e terapie (ora immunologiche) sento di dirti che questo tempo è prezioso: mi chiede di imparare ad accettare i miei limiti, soprattutto fisici, ma mi sta facendo scoprire vecchie passioni sopite, una interiorità ricca e profonda, la gioia di poter fare io da spalla ai miei ex- alunni precari, che seguo e a cui cerco di trasmettere forza e fiducia.
    Ho scoperto, dopo tanto correre tra lavoro, famiglia, accudimento dei genitori, impegno civico e qualche passatempo, quanto è bella la lentezza, come può essere di aiuto il silenzio e la musica. Io a quasi 69 anni partecipo ad un gruppo di musicoterapia presso l’Istituto Tumori presso cui mi sto curando: ne ricevo un tale benessere che poi mi dà la capacità di affrontare tanti momenti difficili, come quello che sto vivendo. Perché si ammalano di cancro anche persone molto giovani, scompaiono dopo breve malattia anche le sorelle più piccole ed io invece sono ancora qui. Per questo invecchiare è ormai il mio vero, unico obiettivo: invecchiare bene, naturalmente, nonostante il cancro e tutto il resto…

    • D.D. scrive:

      Cara Maria Cristina, non so che tipo di musica ti piaccia, ma sono pienamente convinta del valore terapeutico della musica. Io ascolto vari generi a seconda del momento. Ultimamente ho riscoperto Leonard Cohen, scomparso da qualche mese. Gli ultimi LP che ha fatto sono molto belli, con testi molto profondi (non per niente era un grande poeta).

      In uno di questi LP è contenuta la canzone “Slow”, un blues sul valore della lentezza, con frasi belle e ironiche, come “You want to get there fast, I want to get there last”, che rispecchiano esattamente il mio pensiero. Ti consiglio l’ascolto con grande affetto e ti abbraccio.

  9. Marina Sozzi scrive:

    Cari amici, che dire di fronte alle vostre testimonianze? Null’altro che grazie. Sono preziose, e mostrano l’approssimazione di ogni generalizzazione.

  10. D.D. scrive:

    Due giorni fa è morta una zia di mio marito, dopo 4 anni di malattia (tumore). Le avevano detto che sarebbe stato un miracolo se ce l’avesse fatta fino al Natale 2015, ma lei ha seguito ogni cura possibile ed è stata felice per ogni settimana di vita in più. Aveva 75 anni ed è riuscita ad essere indipendente quasi fino alla fine. Quando ha iniziato a stare troppo male, ha chiesto aiuto al dottore ed ha affrontato l’inevitabile con grande coraggio. Non entro nei dettagli perché non so quanto sia legale….

    Mi ha fatto tornare in mente il film Schindler’s list, in cui il protagonista si batte per salvare la vita dei “suoi” ebrei, indipendentemente dalla loro età, perché ogni vita dovrebbe essere vissuta fino a una conclusione dignitosa. Questo è il messaggio che più mi ha colpito e a cui penso in relazione all’invecchiamento e alla morte. Se ti vogliono eliminare (fossero i nazisti o una malattia) sembra inevitabile tirare fuori la grinta e combattere. Osserviamo i combattenti e li ammiriamo, perché il senso della vita sta nella lotta. La felicità è transitoria, ma la lotta è permanente.

    Finché ci sentiamo utili e in forma, credo che il problema dell’età non si ponga, indipendentemente dall’anagrafe. Il problema del pensionamento deriva da una visione “commerciale” e capitalistica della vita. In questa società siamo utili solo quando contribuiamo all’economia, altrimenti siamo un peso morto. Ma fino a cento anni fa (e anche meno) l’idea era che il “lavoro” fosse la maledizione dei poveri, mentre i benestanti si godevano la vita senza la schiavitu’ delle otto ore giornaliere.

    Associare il pensionamento alla vecchiaia e all inutilità è assurdo e pericoloso, ma già vedo i miei colleghi più giovani parlare con sufficienza dei “pensionati” che vogliono avere accesso all’intranet aziendale. Poco manca che chiedano perché quei vecchi rompano le scatole con problemi tecnici. Io che sono quasi “diversamente giovane” 😉 mi domando se quei quarantenni si rendono conto che un giorno saranno loro i rompi coglioni che smanieranno per andare in pensione e non potranno farlo. Oppure ci arriveranno e si renderanno conto che avranno solo la metà dei diritti che hanno adesso….

    Infine, credo che come per ogni età della vita non si possa generalizzare. Leggendo alcuni libri sull’invecchiamento mi rendo conto che gli svantaggi sembrano superare i vantaggi (soprattutto dal punto di vista della salute), ma penso anche che la personalità faccia una grande differenza. Se sarai impegnato in attività che ti assorbono, secondo me non avrai tempo per pensare che sei vecchio – magari qualcuno te lo farà notare, ma lo potrai mandare a quel paese. Finisco citando i Queen – che sono vecchi, ma “still rocking”: we are the champions and we’ll keep on fighting till the end.

    PS e anche Camus diceva qualcosa di simile, sul mito di Sisifo: la fatica può sembrare assurda, ma l’importante è continuare….

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