E’ veramente desiderabile vivere per sempre? di Davide Sisto

immortality-bus-1Cosa ci fa su un bus a forma di bara (l’Immortality Bus!) un candidato alla Casa Bianca, insieme a un hippie, un robot chiamato Jethro e un giovane ragazzo russo che ha congelato il cervello della madre morta? Va in giro per gli Stati Uniti d’America a promettere, nel caso venga votato, vita eterna per tutti. Sembra una barzelletta, ma è esattamente ciò che è successo quando il giornalista americano transumanista Zoltan Istvan è sceso in campo – senza particolare fortuna – per le elezioni presidenziali post-Obama (se volete approfondire).

Tipiche bizzarrie a stelle e a strisce? Mica tanto. Agognata sin dagli albori dell’umanità, la vita eterna è ritenuta oggi dalla scienza e dalla tecnologia un’eventualità che può essere realizzata. Come dimostrano gli investimenti di milioni di dollari per carpirne i segreti, cinque – per la precisione – quelli investiti nel 2012 dalla Templeton Foundation nel caso dell’Immortality Project del filosofo statunitense John Martin Fischer, e i combattimenti indomiti – a livello internazionale – contro l’invecchiamento, una malattia da sconfiggere farmacologicamente secondo il noto biochimico inglese Aubrey de Grey e il suo progetto SENS (Strategies for Engineered Negligible Senescence).

Prendiamo il caso specifico di De Grey, sostenuto da Calico (California Life Company), una piattaforma di ricerca, creata nel settembre 2013 da Google, il cui amministratore delegato è Arthur Levinson, presidente di Apple Inc., ex amministratore delegato e presidente di Genentech, nonché affiliato a diverse società biotecnologiche e biofarmacologiche. De Grey è convinto che il nostro corpo sia simile a un’auto d’epoca: come questa può rimanere in circolazione a tempo indeterminato, se periodicamente sottoposta a una manutenzione razionale ed equilibrata, che permette di sostituire di volta in volta i pezzi che si sono usurati, così il nostro corpo può non invecchiare mai, se sottoposto costantemente a una invasiva manutenzione farmacologica. La senescenza, infatti, è per De Grey una malattia; noi crediamo sia un fatto naturale della vita solo perché siamo sotto l’effetto di una sorta di “trance pro-invecchiamento”. Elaboriamo, cioè, strategie psicologiche per accettare l’inevitabilità della vecchiaia e della morte, anzi, per farcele piacere razionalmente (che perversi che siamo! NdA). Di questo tema parla, oltre che nei suoi libri, anche in un documentario – The Immortalists – girato nel 2014, che ha avuto un notevole successo internazionale (trailer).

“Siamo nati senza sceglierlo. Dovremmo morire nello stesso modo? La gloria dell’uomo non è rifiutarsi di accettare un destino sicuro?”, afferma risoluto Ross Lockhart nel nuovo romanzo di Don Delillo, Zero K, incentrato sulla preservazione criogenica del corpo malato di sua moglie, fino a che i progressi della medicina non potranno salvarla. Ancora, nel romanzo: “La morte è una creazione culturale, non una rigida determinazione di ciò che è umanamente possibile”. E così via, nel mondo reale, tra chi cerca il libretto d’istruzione del proprio corpo per vivere tutto il tempo che vuole (il transumanista Max More), chi pensa sia solo un problema di contenitore (separo il cervello dal corpo che invecchia e…Tristo Mietitore non mi avrai più! Marvin Minsky docet), eccetera.

Vi dirò: non sento il bisogno di vivere per sempre e, proprio per tale ragione, mi chiedo io per primo perché. In parte, perché ho una visione nostalgica della vita. Non è tanto pessimismo, quanto una personale fatica nei confronti di ciò che è passato e non torna più, dell’accumulo delle occasioni perdute, delle paranoie e delle incertezze, delle scelte radicali dinanzi a un bivio (sentimentale, lavorativo), dell’aggiunta di esperienze quotidiane e di stati d’animo che, gli uni sopra gli altri, mi fanno sì crescere ed evolvere, ma anche perdere progressivamente ogni residuo di innocenza, di immediatezza, di ingenuità. Sento, pertanto, il bisogno di un punto di arrivo, naturalmente molto lontano, se possibile. Ma ci deve essere, per dare un senso e una completezza a ciò che sono stato. Una sorta di pacificazione finale che, si spera, venga assorbita in modo positivo da chi mi è stato vicino o da chi ha avuto il piacere o il dispiacere di incontrarmi per un po’ di tempo.

In parte, perché ha ragione Borges quando critica gli Immortali: “non c’è cosa che non sia come perduta tra infaticabili specchi. Nulla può accadere una sola volta, nulla è preziosamente precario. Ciò che è elegiaco, grave, rituale non vale per gli Immortali”. Perché la vita è definita dalle tante fini che la rendono, nel bene e nel male, speciale, simbolica, colorata. Quando una cosa finisce – un amore o la conquista della donna amata, il concerto della vita, un lavoro su cui si sono investite energia e passione, la scrittura di un libro – si prova una sensazione indescrivibile e unica, che perderebbe il suo significato nel caso quella cosa non avesse mai termine. E questo vale anche per la vita che ciascuno di noi vive. Certo, vale meno per le persone che amiamo e vediamo morire. Vorremmo tenerle sempre con noi fino alla fine. Non lo voglio certo negare. Così come è più che normale il desiderio di vivere – bene – più anni possibile. Oggi, pensare che, fino a pochi secoli fa, si superavano a malapena i quaranta anni di vita sembra mostruoso. Eppure, se ci ragioniamo sopra, ciò che conta è sempre la qualità, più che la quantità. Non credo che siamo migliori o più fortunati solo perché possiamo vivere il doppio degli anni di chi ci ha preceduto nei secoli passati. Credo, semmai, che il migliore e il più fortunato sia colui che vive, nel tempo a disposizione, da persona autentica, vera, con il minor numero possibile di sovrastrutture, riuscendo a soddisfare se stesso e ad appassionarsi a ciò che più ama. E vivere da persona autentica significa anche capire che le cose finiscono e che è proprio la consapevolezza di questa fine la prova più ardua per migliorare costantemente, per crescere e per maturare.

Secondo voi, sbaglio? Vorreste vivere per sempre e non morire mai? Fatemi sapere. Ah, piccola chiusura narcisistica: qui ho discusso proprio di questo tema nella trasmissione Lo stato dell’arte di Rai 5.

10 Risposte a " E’ veramente desiderabile vivere per sempre? di Davide Sisto "

  1. Paola scrive:

    Non voglio essere sempre viva. che senso arebbe senza affetti e amici?

    • Serena scrive:

      E’ ovvio che anche tutti i tuoi cari sarebbero “sempre” vivi !! MA SI vive PER sempre.. LA ns COSCIENZA, consapevolezza, Stato dell ‘Essere, Anima.. NON FINISCE M A I _ per sua stessa Natura!!!

      Lasciamo l’involucro (corpo/materia) che si è consumato -oppure più giovane,
      perchè c è un movimento, un cammino che devono fare le Anime/persone che rimangono

      -anche se, purtroppo- non viene spesso compreso,
      perchè non si ha voglia, o è scomodo, indagare e voler conoscere di più sulla
      CONTINUITA’ della Vita.

  2. antonella scrive:

    Nel 1986 uscì nelle sale cinematografiche, con enorme successo, “Highlander, l’ultimo immortale” e i Queen, nell’album “A kind of magic” inserirono la canzone che accompagnava le sequenze più emozionanti: “Who wants to live forever?”. A parte il sex appeal del protagonista, che duellava e seduceva instancabilmente, attraversando i secoli senza perdere un filo di prestanza – a parte ciò – il pubblico rimase intrigato dalla fiaba dell’eroe solitario oltre il tempo, quasi più valoroso dei Cavalieri Jedi di “Guerre Stellari”, che avevano sì mani e caschi bionici, ma facevano un gioco di squadra e alla fine morivano anche loro, perfino Maestro Yoda.
    Nell’86 il mondo si stava ubriacando di ottimismo e di individualismo, dilagava la fiducia nell’impossibile, non confinato in fondazioni da nababbi, ma alla portata di tutti: una specie di grande sogno a occhi aperti. Poi arrivò la crisi, il quadro planetario si fece sempre più nero e nel 1999 i fratelli Wachowsky diedero la sveglia al pubblico con la domanda cruciale: “Pillola rossa o pillola blu?”, che il protagonista di “Matrix” affrontava senza esitazioni, per conquistarsi una consapevolezza, sia pur dolorosa. A occhi aperti, iniziava la trilogia dei mortali alla riscossa. La leggenda tornava alle origini del mito, esseri mortali in lotta per un bene che trascendeva il potere individuale imparavano a entrare e uscire da un’illusione collettiva attraverso fessure e passaggi quasi invisibili, alla ricerca di “virtute e conoscenza”, senza curarsi di poter morire o di veder morire i compagni, ma semplicemente per adempiere al proprio destino di libertà.
    Nel 2003 ancora una volta il cinema (questa potente arma di riflessione di massa) inquadra nel suo obiettivo la visione della morte, attesa, meditata, accettata. Esce “L’ultimo samurai”, nel quale un derelitto soldato americano, un uomo senza onore, riscatta se stesso e la sua idea di valore accanto a un samurai leggendario, capo della rivolta contro la dominazione economica occidentale. Il samurai, che nella realtà si chiamava Takamori Saigo, era non solo un intrepido schermidore, ma anche un esponente di punta dell’aristocrazia giapponese, dotato di una cultura intrisa di filosofia zen e di amore per arti come la calligrafia e la poesia haiku, in cui minimi accenni del polso o particolari delle immagini trasmettono l’idea della fugacità e irripetibilità della vita. Nel film, la battuta topica viene pronunciata dal samurai appena prima della morte, che l’amico americano lo ha aiutato a celebrare secondo le usanze del codice d’onore. Ripensando ai fiori di ciliegio, che ha osservato cercando in essi l’espressione della perfetta bellezza, il samurai afferma che essi “…sono tutti bellissimi”, com’è bellissima qualsiasi vita che ha espresso pienamente se stessa con innocenza, senza studiarsi di rappresentare alcunché. E dopo la sua morte, l’amico che ne ha raccolto l’eredità morale, tornerà al semplice villaggio contadino, nel quale l’eroe trascorreva la vita meditando e allenandosi in gesti perfetti perché spontanei, scevri da qualsiasi intenzione volontaria, da qualsiasi pretesa di controllo sulle cose: l’agire tende alla perfezione in sé e soltanto così merita di partecipare della vita.
    Dal 1986 al 2003, il cinema ha rappresentato in chiave pop la riflessione sulla morte come percorso dalle fantasie infantili alla consapevolezza della maturità, dall’egoismo superoministico alla contemplazione disinteressata di sé come parte del fluire incessante della vita.
    Se può servire un’opinione personale, anch’io credo che i fiori di ciliegio siano tutti bellissimi, tutti ugualmente necessari, tutti destinati a cadere dal ramo perché altri ne nascano.

  3. Davide Sisto scrive:

    Grazie per questo riferimento al rapporto cinema e immortalità. Recentemente, ho visto “Mr. Nobody” di Jaco Van Dormael, il regista di “Dio esiste e vive a Bruxelles”. Il protagonista, Jared Leto, è un uomo vecchissimo, ultracentenario, in una società in cui non si muore più e tutto il film è la ricostruzione dei suoi ricordi veri e inventati relativi alla sua vita. Alle scelte fatte e a quelle che avrebbe potuto fare. Anche in questo caso, il senso del limite e della fine è fondamentale per la creazione del profilo della singola persona. Per quanto riguarda il verso dei Queen, “Who wants to live forever?”, c’è oggi un sito che fornisce a pagamento un programma per elaborare tutti i dati immessi nella rete, di modo da creare una sorta di spettro digitale con cui continuare a dialogare anche dopo la morte. Sulla homepage del sito campeggia la frase dei Queen. Affascinante da sempre l’idea dell’immortalità. Poi, però, penso anch’io che “i fiori di ciliegio siano tutti bellissimi, tutti ugualmente necessari, tutti destinati a cadere dal ramo perché altri ne nascano”, per citare il commento finale di Antonella.

  4. Andrea scrive:

    Lavoro in Hospice da diversi anni e non sono una persona pessimista, anzi il contrario, ma sono convinto che se fossimo destinati ad esistere per sempre dentro questi corpi non saremmo costretti, arrivati ad un certo punto, a lasciarli qui, credo profondamente che esiste una dimensione Spirituale.
    Se cerco di guardare con occhi obbiettivi quello che ci offre questo mondo non me la sento di pensare di doverci rimanere per sempre, ovunque mi giro vedo sofferenze di ogni genere, porto solo un esempio: ” Per restare in vita, convinti di averne solo noi esseri umani il diritto, ci sentiamo autorizzati a cibarci di altri esseri viventi dopo averli torturati e massacrati, ma non avrebbero anche loro lo stesso diritto?”.
    Se non morisse più nessuno come farebbe il nostro pianeta a sostenere un simile peso, considerando tutti i danni che il genere umano vi arreca?
    Sono cresciuto con gli insegnamenti della religione cattolica e ad un certo punto ho cominciato a voler pensare con la mia testa ma sopratutto con il cuore ed ho iniziato vedere le cose diversamente, innanzitutto Gesù non era un religioso, un politico ecc. , ha cercato di dirci molte cose tra cui “Vostro padre è falso, bugiardo e omicida”, solamente questo dovrebbe indurci a riflettere da chi siamo stati creati, ci ha anche detto “Il Mio Regno non è di questo mondo” e quando siamo stati messi davanti alla possibilità di decidere chi scegliere se Gesù ( che rappresenta l’Amore) o Barabba ( che rappresenta il ladrismo, l’assassinio e la menzogna), abbiamo scelto quest’ultimo con le conseguenze che possiamo vedere dentro e fuori di noi costantemente.
    Il mio migliore Amico che ha 80 anni, molti anni fa ha avuto un’esperienza di quella che viene definita “premorte”, mi ha detto che anche il posto più brutto fuori da questa dimensione è comunque sempre meglio che qui, e credetemi che lui è la persona più ottimista e piena di vita che conosco, a questo io voglio credere.
    Non voglio cercare di fare la morale a nessuno ma ho espresso solamente il mio modo di pensare su questo argomento e ringrazio di questo utilissimo spazio di riflessione.
    Grazie

  5. Giovanni scrive:

    Grazie, Marina, per aver sollevato questa nuova importante discussione.
    In effetti, anch’io guardo con scetticismo e un po’ di compatimento certi americani che spendono una fortuna per farsi ibernare il corpo o il cervello con la speranza di tornare un vita… quando? Fra qualche secolo, in mezzo a sconosciuti a e una società totalmente cambiata. Improponibile.
    Aggiungo: il mondo è già sovrappopolato e paurosamente inquinato a causa delle attività umane: cosa succederebbe se nessuno morisse più?
    Infine: la “forbice” fra ricchi e diseredati della Terra si sta sempre più allargando, e non solo nel cosidetto “Terzo mondo”, ma anche in Occidente. Come sarebbe possibile mantenere un sistema eco-sostenibile per sfamare tutti e vivere in condizioni dignitose?
    Queste le ragioni del “no”. Eppure. Eppure molti medici e scienziati hanno affermato che, se ora la vita media nei paesi più ricchi è di circa 80 anni, fra pochi decenni potrebbe arrivare a 120 e oltre. E, studiando – come molti stanno facendo – le concause dell’invecchiamento (l’alimentazione, gli agenti ossidanti e/o cancerogeni, gli alimenti nocivi), e prima o poi vincendo o convivendo passabilmente con malattie mortali come cancro, Alzheimer, Parkinson, AIDS più altre malattie rare che ammorbano la nostra vecchiaia, davvero, una vita lunghissima si profila all’orizzonte e potrebbe inevitabilmente sfociare nell‘amortalità.
    Marina afferma che suona mostruoso che appena 50/60 anni fa la vita media fosse di 40/50 anni (ed è ancora così, temo, in buona parte dell’Africa). Suonerebbe quindi altrettanto mostruoso una vita che si protragga oltre i 120, o all‘infinito. Ma i conti con la realtà in perenne evoluzione vanno fatti, ed essere nostalgici non serve a niente. Né credo che certo l’ingenuità ma non l’innocenza, l’immediatezza e soprattutto l’entusiasmo si debba perdere col passare del tempo. E lo dice uno che è ammalato seriamente di cancro.
    E poi, come si può affermare tranquillamente che “non conta la quantità ma la qualità” quando si parla della vita umana? Fino a poco oltre gli anni ‘50 una persona a 40/50 anni era vecchia, spesso fisicamente e psichicamente sfinita da un’esistenza di fatiche e di malattie. Ora la vita offre opportunità, occasioni di rinascite, di reinventarsi ben oltre quell’età. Basta guardare in positivo, a parte certi uomini in cerca di nuove compagne più giovani, a persone che, magari pur vedove di coniugi/compagni, hanno una vita sociale ben attiva e intensa, nel lavoro, nelle frequentazioni socioculturali, non ultimo nel volontariato. Non conta niente questo? E’ come se una persona, invece che una vita sola, avesse l’opportunità di viverne due o tre. Non necessariamente cambiando, ma avendo sempre – se lo vuole e ci riesce – l’opportunità di crescere e maturare: in altre parole, di evolvere senza restare eternamente ancorati al passato.
    Oggi 4/11 viene riportato su Repubblica l’esito di un sondaggio in Italia sul “vorreste vivere sempre?”. Il 75% risponde no, e l’obiezione più frequente è: perderei le persone care, compagni di vita e amici. Ma, se l’esistenza si allunga, anche loro resterebbero in vita. Salvo, ovviamente, i sempre possibili incidenti, guerre, catastrofi naturali.
    Ho appena finito di leggere “L’uomo e la morte” di Edgar Morin, celebre filosofo e antropologo. Il quale sottolinea la ben nota rimozione della morte nella moderna società occidentale, ma anche come la morte sia stato il “rebus” tremendo, pauroso e irrisolvibile dell’umanità fin dall’alba dei tempi. Cui ha cercato rimedio di volta in volta, a partire dal culto dei morti, con la magia, le religioni, la filosofia, l‘arte. E’ evidente che quelle voci del blog che, in risposta, parlano di spiritualità e religione sperando in una vita nell’aldilà, semplicemente anelano a loro volta all’immortalità.
    Ma vorrei riportare un paio di passi significativi del libro, senza necessità di commento:
    “Le cellule viventi sono potenzialmente immortali. Negli organismi unicellulari, soma e germe, cioè individuo e specie, formano un tutto indivisibile e per ciò stesso virtualmente immortale. In effetti, gli organismi unicellulari si riproducono per scissiparità, cioè per infiniti sdoppiamenti, e trovano la morte solo quando l’ambiente esterno rende loro la vita impossibile. Perciò la morte degli esseri superiori, dice Wiesemann, non dipende da una proprietà originale della sostanza vivente, e non può essere considerata come una necessità assoluta determinata dalla natura e dall‘essenza stessa della vita.”. (…) La biologia ha scoperto che la morte non era un necessità della vita organica”. (pagg. 297/99)
    (Un esempio in questo senso è la medusa di cui si narra nel recente film “Spira mirabilis” che quando sta per morire, si trasforma dando vita a dei “cloni” di se stessa: individui assolutamente identici a lei).
    Ma la risposta più significativa al quesito di Marina sta in queste righe (pag. 312):
    “Il tabù osceno della morte fa abbassare lo sguardo che vorrebbe cercarvi un segnale nuovo. Come osare immaginare il declino di questa morte onnipresente? Come che sia, l’intelligenza senza pregiudizi non può, per una questione di metodo, lasciarsi incatenare ai limiti del presente. Giacchè il futuro, se non è mai scritto in anticipo, non è neppure un abisso aperto davanti a noi.” (…) “Il procedimento più legittimo dello spirito è quello che si sforza di cogliere, più vero ancora delle cose, il movimento delle cose”.

  6. Mauro scrive:

    Anch’io come Serena e Andrea penso che occorra scindere il destino del corpo da quello dell’anima. Il corpo (materia) è perituro. Possiamo rallentarne l’invecchiamento, non interromperlo. L’anima (spirito) è eterna, immortale e infinita. La nostra vera identità non è corporea – legata a razza, età, genere, nazionalità, ecc. – ma spirituale: mente, intelletto, coscienza e personalità appartengono all’anima, sono “nostre” per sempre e sopravviveranno (in altri corpi, cioè in altre incarnazioni, in altre vite) alla finitezza di questo corpo, di questa vita.

  7. Daniela scrive:

    Non so se la discussione è ancora aperta, ma io non capisco chi vorrebbe vivere “per sempre”. L’eternità non esiste nemmeno per l’universo. Il problema è che nessuno vive completamente separato dagli altri e in una dimensione di atemporalita’. Siamo il prodotto della nostra personalità, ma anche del nostro tempo, delle nostre esperienze e dei nostri legami.

    Le emozioni e le esperienze umane sono varie e interessanti, ma limitate. Non ci si può innamorare “per la prima volta”, più di una volta. Si possono ripetere gli stessi percorsi, ma con entusiasmo diverso (e meno energia). La vita è un’esperienza preziosa, ma l’idea di attraversare secoli (o millenni) è spaventosa.

    A volte penso ai miei nonni, nati all’inizio del millennio scorso, quando a malapena esistevano telefoni e automobili e a tutti i cambiamenti a cui si sono dovuti adattare. Lo stesso per i miei genitori, che di internet e di smarphone si rifiutavano di interessarsi. Reliquie del passato? Oppure, dobbiamo forzatamente accettare ogni modifica della società, graniticamente acorati al “diritto” di vivere per sempre? E se l’invecchiamento e la morte sono evitabili e curabili, inevitabilmente la riproduzione non avrebbe più senso….

  8. patrizia scrive:

    Mi dispiace ma non mi convince affatto.
    La morte dà senso alla vita. ??? Ciò che conta è la qualità e non la quantità. ???

    Io so che la perdita è una cosa terribile, così come l’idea di spegnersi e tornare polvere… quelle che ho sentito non sono che grandi banalità, frasi fatte ripetute al solo scopo di ingoiare il boccone più amaro di tutti…
    Penso che in un mondo senza malattia, disabilità e morte, nessuno ne sentirebbe la necessità.
    E questo accadrà un giorno: quando l’uomo non si arrenderà più passivamente a ciò che è ancora ritenuto ineluttabile, le sue energie saranno impiegate per liberarci da questi mostri, e infine ci riuscirà.
    Negare la mostruosità della fine non fa che rimandare quel momento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*