E’ possibile preparasi alla morte da laici?

Nel corso del Novecento ci sono due posizioni filosofiche contrapposte, l’una che dà una risposta affermativa a questo interrogativo, l’altra negativa.
Per Martin Heidegger (Essere e tempo, 1927), l’uomo è un essere che si sente sempre incompleto, inappagato, angosciato. Può cercare di zittire la sua angoscia esistenziale facendo progetti e gettandosi nel vortice della vita. Nella frenesia del fare, l’uomo si dice: la morte verrà nel futuro, ma non mi riguarda ora, nel mezzo dell’esistenza, che è volta alla realizzazione. Tuttavia, questo modo di affrontare la vita è per Heidegger inautentico: l’unico modo autentico di vivere è comprendere che siamo votati alla morte. Non per piangerci sopra, né per trovare una consolazione religiosa. Ma per accettare la finitezza, con consapevolezza, senza fuggire nella dimensione dello sterile affaccendarsi e del conformismo. Pertanto l’uomo che vive appieno medita sulla morte.
Agli antipodi sta l’approccio di Jean-Paul Sartre (L’essere e il nulla, 1943), il quale negò che la morte riveli qualcosa di essenziale sull’essere umano. E’ impossibile, dice, mettersi in relazione con la propria morte, che è un evento indeterminato, portato dal caso, che rappresenta l’annientamento delle umane possibilità.
La morte, anzi, appare assurda, contingente, indipendente da ogni umana possibilità; e, lungi dall’attribuire senso alla vita, è ciò che la priva del suo significato. La morte ci parla solo del fatto che gli esseri umani sono organismi biologici a termine. Sartre fa un paragone: afferma che tutti gli uomini sono come dei condannati a morte, che attendono la fucilazione nel braccio della morte, e che tentano di prepararsi a questo evento. E intanto vengono spazzati via da un’epidemia di influenza spagnola.
Mi rendo conto di proporvi, anche un po’ provocatoriamente, due posizioni estreme. Ma come siete orientati? Può esistere una preparazione laica alla morte, un pensiero della morte che ci fa crescere, come pensava Heidegger, oppure non è possibile mettersi in relazione con la propria morte, come riteneva Sartre, ed è più saggio non pensarci?

18 Risposte a " E’ possibile preparasi alla morte da laici? "

  1. Nicola Ghezzani scrive:

    Se la morte non fosse quella stupida sofferenza che i governi e le religioni ci impongono, si potrebbe fare una “festa di morte” nella quale il morente verrebbe gratificato di piacere per le belle cose fatte in vita, le persone amate, gli amici, un bilancio globale della vita. Un momento di verità e di confluenza nella sua personale comunità d’amore.

  2. Fernando Guidi scrive:

    Due minuti prima di leggere questo post, discutevo con la moglie di questa mia eterna insofferenza per le vidende del mondo circostante e, allo stesso tempo, dell’inutilità di questa discussione: la vita scorre ugualmente, quindi conviene viverla leggera e lasciar scorrere il nostro torrente, corso d’acqua più o meno impetuoso, tanto prima o poi arriva al mare! Ripensando alla mia vita, passata quasi per intero negli ospedali, lavorando, studianto e laureandomi sulla morte, valuto ora come sia stata una mia utopia quella di “insegnare a morire meglio”, nel senso di far conoscere la naturalità della morte, senza condizionamenti religiosi o politici, per giungere alla consapevolezza di poter MORIRE VIVENDO. E mi chiedo: perché non sono riuscito a trovare canali giusti, persone, istituzioni (penso alle scuole!) che accettassero il confronto su questo tema? Ho vissuto come l’uomo di Heidegger ma ho incontrato solo uomini alla Sartre?

  3. Arrigo Chieregatti scrive:

    Io credo che Heidegger ha potuto scrivere quelle parole sulla morte: “Per accettare la finitezza, con consapevolezza, senza fuggire nella dimensione dello sterile affaccendarsi e del conformismo” come esperienza umana, nella constatazione della realtà in cui viviamo. Mi sembra che questa posizione faccia parte della sua filosofia: attenerdi all’esistente e alla consapevolezza della finitezza della vita. Inoltre credo che sia fondamentale la consapevolezza dei limiti umani nella considerazione che esiste una parte della vita che è invisibile, che è “la parte essenziale dell’esistenza” come dice Saint Exupery. E tutto questo nella semplice considerazione umana, che è la vera esperienza religiosa.L’esperienza dell’invisibile purtroppo non fa parte della educazione nella nostra cultura occidentale. Penso che il razionalismo, che comunque ci ha dato la possibilità di stupende scoperte, abbia misconosciuto l’esperienza della parte “nascosta” della nostra vita. Il razionalismo rischia di ridurre la realtà alle nostre possibilità della ragione. Credo che il pensiero di altre correnti filosofiche, anche in altre culture, possa dare, non certo una risposta definitiva, ma elemeti di riflessione e di consapevolezza maggiore..

  4. Sergio Nano scrive:

    Dice il saggio: “L’importante è che la morte ci trovi vivi”. La morte fa parte della vita: non ci sarebbe morte senza vita e viceversa. Il mio modo di prepararmi alla morte è canticchiare la più bella canzone sulla morte che io conosca: SAMARCANDA di Vecchioni.

  5. Stella Proce scrive:

    Penso che la morte sia parte della vita. La morte è la conclusione del viaggio, la chiusura del cerchio della vita.

  6. maria laura cattinari scrive:

    Prima di tutto bisorrebbe forse chiarire cosa si intende dire per “laici” perchè laico non vuole dire “ateo” e nemmeno non religioso. Se guardiamo il vocabolario troviamo che “laico” indica la Persona che non ha cariche ecclesistiche, che non è un chierico ma che può essere benissimo una persona profondamente religiosa. Quindi cosa si vuol dire? Se dunque la domanda è invece come ci si può preparare alla morte da atei la risposta la dà chiaramente Sartre e certamente oggi aggiungerebbe ciò che con chiarezza ha indicato, nel primo post che compare, Nicola Ghezzani. La morte è l’unica certezza per tutt* ma come ci sono mille diversi modo di agere vitam, così penso ci siano infiniti modi di prepararsi o meno alla morte, compreso quello di “negarla” come se non esistesse affatto. Ma quanto diversa sarà la nostra vita se noi si sarà propensi a vederla estendersi all’infinito per dilatarsi nell’eternità o piuttosto se la concepiremo come fugace meteora. ……….ma, naturalmente, sarà ciò che pensiamo della nostra vita e ciò che ne facciamo la vera preparazione a quella fase estrema che sarà il nostro morire e a quella realtà ad essa successiva che chiamiamo morte. Per altro anche per me, come per Saint Exupery, già ricordato, il visibile procede dall’invisibile. Grazie a Marina e a tutt* le/gli intervenut*. Sempre molto interessante.

  7. sipuodiremorte scrive:

    Grazie per le vostre riflessioni. Provo a rispondere a Maria Laura, ma anche a tutti coloro che hanno parlato di un invisibile da cui procede il visibile.
    Vi parlo di me.
    Per me essere laica significa adottare un atteggiamento intellettuale caratterizzato dal lasciare (e dall’avere, almeno così spero) libertà di coscienza, ossia libertà di conoscenza, di credenza, di critica e di autocritica. Non ho mai avvertito (non ho mai fatto esperienza, se volete) l’esistenza di qualcosa di trascendente. Per questo sono agnostica dal punto di vista intellettuale, ma il mio cuore non anela all’alto, ma all’Altro (nel senso di Lévinas): l’umano è il vero punto di riferimento di ogni mio ragionamento.
    Quindi, da un certo punto di vista, credo sia più arduo prepararsi alla morte da “laici”, perché occorre creare, non si hanno tradizioni alle spalle su cui poter riposare.

  8. Sandro scrive:

    Per un laico e’,da un lato,più facile prepararsi alla morte,da un altro più difficile. Provo a spiegarmi. Un credente ha la via di fuga “nell’altra vita”. Il laico no. Il credente può aspirare ad un posto vicino alla Beatitudine, a patto che un Sacramento lo raggiunga anche solo un istante prima del trapasso. Anche dopo un’intera vita di nefandezze. Un laico no. Altre religioni prevedono più possibilità ,vedi la reincarnazione, per un laico one shot! Altre religioni ancora prospettano paradisi popolati da avvenenti fanciulle. Al povero laico nulla di tutto ciò. Per cui e’ più difficile prepararsi non già a ” tornare alla casa del Padre” ma semplicemente al cessare del proprio esistere. Al povero laico,che non ha voglia di filosofeggiare ne’ con Sartre,ne’ con il più ostico Heidegger, rimane il più facile compito di rispondere ,ogni giorno, alla propria coscienza. In piena libertà e con la consapevolezza della propria ineluttabile finitudine. Senza un “trascendente” padrone. Ma con un tiranno assai più duro: noi stessi. Accontentare questo difficile “principale” e’ un buon modo per vivere e per prepararsi a …non più vivere.

  9. laura scrive:

    Condivido in toto le riflessioni di Sandro, ma aggiungo uno spunto luminoso a questa finitudine terrena che per tanti versi rende la vita dell’ateo più inquieta di quella del religioso … Parlo di me, ex credente convinta e praticante: da quando ho abbandonato la fede nell’aldilà, per me questa vita è diventata più importante, sicuramente più pericolosa, ma anche più affascinante, più bella, più densa. E’ un pò come sapere che ti giochi il tutto per tutto. Qui. Ora.
    Sapere e riflettere sul fatto che esiste una morte che pone fine al vivere, a me da energia. E’ un aiuto a non perdermi troppo spesso per strada. Tra Heidegger e Sartre, scelgo Heidegger … ammetto di non aver letto nè l’uno, nè l’altro, quindi grazie di cuore per gli spunti!

  10. Filippo scrive:

    Scusate il mio breve intervento, per motivi di tempo. Io sono più tranquillo di fronte alla prospettiva del mio decesso da quando mi sono iscritto ad una società torinese che aiuta all’eutanasia assistita. C’è anche una organizzazione a Roma e forse in altre città. Ritengo che non avrei sufficiente assistenza nè dai parenti serpenti, nè dalle struttura sanitarie in Italia.
    Una mia sorella (K al cervelletto) ed in seguito suo figlio (colpito da SLA) hanno scelto l’eutanasia con la comprensione di tutti quelli che come me volevano il loro bene.
    Saluti
    Filippo

  11. Nicola scrive:

    Questa associazione torinese funziona davvero? Ne sa qualcosa? Quanto a Roma, io vivo a Roma ma non so niente di simile…. Può darmi un’indicazione?

    • sipuodiremorte scrive:

      Si esiste. Si chiama Exit, il presidente si chiama Enrico Coveri. Credo lo troverà sul web. L’eutanasia in Italia è un reato, Exit non può – sia chiaro – praticare alcune eutanasia: fanno lavoro di divulgazione e pressione sulle istituzioni, e danno informazioni riguardo a altri paesi. A Roma ci saranno sezioni locali delle associazioni nazionali, ad esempio Libera Uscita.

  12. Filippo scrive:

    Ovvio, Exit -di cui non ho informazioni recentissime- non pratica l’eutanasia, ma aiuta (informazioni …… ) a raggiungere il paese estero dove morire. E non è poco per chi è disperato !!!
    Spero che anche in Italia arrivi questa possibilità di andarsene quando non c’è speranza e solo sofferenza.
    Come ho raccontato tempo fa, in Italia può succedere “l’eutanasia all’italiana” come ad una mia sorella: in pieno luglio, caldo umido pazzesco, l’hanno trasferita da reparto climatizzato e supercontrollato (Rianimazione) a normale reparto sapendo che – come è successo- sarebbe andata incontro ad edema polmonare e morte sicura: il venerdì sera, sapendo che poi il sabato il personale medico e paramedico (ridotto al minimo) non avrebbe potuto seguirla.

  13. anna scrive:

    Grazie ancora una volta per l’occasione che ci offri per riflettere sulla morte e sul senso della vita, osservata attraverso la lente della sua finitezza. Forse varrebbe la pena chiedersi cosa significa “prepararsi alla morte”. La nostra cultura ha certamente espulso (rimosso?) il pensiero della morte e del “limite” e credo che dovremmo ricominciare a produrre un discorso su quel limite, inteso come ciò che dà valore e rende autentiche le possibilità nella nostra mortalità. Evidentemente, nella scelta un po’ estremizzata che ci proponi, “tifo” per Heidegger! Credo che oggi siano molte le sensibilità che vanno in questa direzione: penso ai tanti giovani ecologisti, decrescisti, a nuove generazioni che – lontane dall’essere oscurantiste e barbare – non hanno tuttavia un culto cieco del progresso e dell’onnipotenza umana. Continuare a riflettere e confrontarci su questi temi, prima ancora che consentirci di morire “meglio” potrebbe aiutarci a vivere con meno ansia, con più pienezza e forse anche con più umanità (più solidarietà, più comprensione per le nostre e altrui debolezze). Mi rendo conto però che questo è un pensiero tutto di testa che non coinvolge le emozioni più profonde. Se prepararsi alla morte significa anche trovare un modo per affrontare/accettare le nostre paure, allora mi sento molto meno sicura e più smarrita. E’ davvero possibile prepararsi alla morte in questo senso? Forse potrebbe essere interessante vedere come altre culture elaborano codici e riti per aiutare ad accettare pienamente e vivere come naturale questa dimensione di finitezza.

  14. Patrizia scrive:

    La morte, per me che l’ho vissuta in me stessa con la fine anzitempo di mio marito, è per me, in questo momento, come il rapporto che ho col mio corpo di sessantenne in discreta/buona salute: non sentirlo o percepirne appena, nel pulsare del suo mantenersi in vita, il flusso ritmico. La mia morte mi spaventa più nell’ipotesi del dolore, della solitudine, dell’impossibilità ad essere autonoma come oggi mi trovo ad essere.
    Avendo perso il bene più grande nel momento in cui avrei potuto finalmente rilassarmi, fantasticando una vecchiaia in sua compagnia, e tutto il collegato di piccoli progetti, sogni, speranze, la mia “morte fisica”, in se stessa, non mi ripugna: anzi, la vedo più come un naturale epilogo, per certi versi liberatorio, da ciò che una vita comune perlopiù risulta essere: una gara, talvolta estenuante, volta alla trasformazione della propria ed altrui sofferenza.

  15. martinedentree scrive:

    Paura della morte? Sì, molta. È dura sapere che prima o poi tutto quello che percepiamo come “io” non esisterà più. Mi addolora profondamente sapere che io diventerò nulla.
    Ci si può preparare e sicuramente il vuoto allo stomaco e il battito accelerato (panico?) che provavo qualche tempo fa in maniera piuttosto frequente di notte ora mi accompagna molto più raramente e per un tempo molto più limitato (i.e. è capitato scrivendo la frase di sopra ma è già passato): forse ci si abitua semplicemente all’idea?
    La filosofia buddista basa quasi il proprio intero corpus sulla morte (e sul dolore) e può dirsi una filosofia laica. Si predica il distaccamento dalle cose e, in effetti, quando riusciamo ad allontanarci dai desideri o dagli affetti diminuiscono anche i dolori.
    Il problema è che i desideri e gli affetti sono una parte importante e bella della vita, forse sono la vita stessa, e rinunciarvi è un po’ come la storia dell’uomo che si castra perché la consorte lo ha tradito.
    Insomma, abituarsi all’idea senza scappare dal panico e imparare l’arte del distacco (magari attraverso la meditazione) possono essere strumenti adeguati per prepararsi alla morte.
    Non dimenticare che si deve morire è importante per non dimenticare che si deve vivere.

    em.il.

    http://martinedentree.wordpress.com/

  16. Alberto scrive:

    Buon giorno a tutti (so che sto scrivendo ad un post di piu di un anno fa) ma mi diverte provare a dare una risposta, anche se sono molto giovane.
    Come mi preparo alla morte? seguendo puramente la natura, cercando di portare altra vita. Morire sapendo di aver contribuito alla continuazione della vita, sia palesemente (con la generazione di figli e nipoti, o creazione di una familia) che meno direttamente, come con la realizzazione di azioni o opere che hanno contribuito a migliorare la vita di molti se non addirittura salvandola (che non é solo il caso di medici e ingenieri, chiunque puo contribuire).
    La morte sicuramente puo spaventare ma la paura é solo un meccanismo mentale e a mio parere va bilanciato con la gioia, non é affatto vero che non si sfugge alla morte, é molto semplice farlo, basta creare gioia, aiutare, avere amici e amore nel momento in cui si muore, cosí da continuare a vivere nelle proprie azioni compiute in vita nella memoria dei molti o dei pochi, addormentandosi allegro del fatto che una parte di te continuerá a vivere.
    Si puo vedere la morte anche come uno stimolo in piu per darsi da fare e trovare la forza di raggiungere i propri obbiettivi.
    É un discorso ovviamente semplificato, potrei discutere per giorni di questo argomento, ma l importante, come in ogni altro momento della vita é essere positivi, sempre, sempre, sempre, e prendersi cura di se stessi ma soprattutto degli altri, cosa che in natura da la piu grande felicità.

    Questo ovviamente é solo il mio punto di vista, ma magari gualcuno si ritroverá in cio che ho scritto.
    Saluti a tutti e Buon Anno 😉

  17. Pietro scrive:

    Nessuno può provare paura di un evento che non avrà modo di vivere. La morte annientando la vita non potrà mai essere un evento sensibile e come tale determinabile. Quindi la “morte” non fa paura, nè il processo che lentamente porta al distacco dal vivere. La paura risiede soltanto nel determinismo con cui questo processo si verifica, ovvero il “come si muore”. Spesso le fasi terminali di una vita sono associate anche a grandi momenti di dolore fisico e difficoltà di accettazione del distacco dal “piacere-vita”. La scienza medica e le terapie del dolore oggi aiutano molto a realizzare un trapasso sereno. Dispiace sapere di giovani vite spezzate, ma questa è un’altra considerazione. Di per sè la morte è per me un “evento”, imprevedibile certo, ma sempre un evento scontato. La penso quindi come Sartre, ovvero “poichè sò che verrà, in ogni caso, inutile stare ad aspettarla sull’uscio di casa, ….. meglio fare qualcosa di utile nel frattempo”. Buona vita a tutti e buon 2016.

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