Death positive generation: i Millennials hanno meno paura della morte? di Davide Sisto

Lo scorso 22 gennaio, la giornalista Eleanor Cummins ha pubblicato un interessante articolo sulla rivista online Vox.com, in cui definisce i Millennials americani come “death positive generation”. Sostiene, cioè, che le generazioni più giovani, a differenza dei boomer, abbiano meno timore a parlare della morte, a pianificare anticipatamente il proprio funerale e le proprie memorie, nonché a predisporre il testamento biologico (l’articolo – in lingua inglese – può essere letto qui).

Cummins riporta uno studio del 2017, pubblicato sulla rivista Health Affairs, il quale evidenzia come solo un americano adulto su tre pianifichi le proprie volontà in caso di malattia o di morte prematura. Addirittura, solo il 21% degli americani adulti predispone con i familiari i riti funebri da osservare e la divisione dei suoi beni post mortem. Sembra che le persone nate negli anni Cinquanta e Sessanta siano ancora profondamente segnate dal processo di rimozione sociale e culturale del morire, per cui continuano a tenere la morte a debita distanza.

In contrapposizione a ciò, sono indicati numerosi esempi e studi che, invece, dimostrano una maggiore consapevolezza giovanile del ruolo della morte all’interno della vita e, dunque, la necessità di prendere decisioni anticipate. Da una parte, vengono menzionati i risultati di uno studio, condotto da un ricercatore della California State University Long Beach, relativo alla capacità di ottantaquattro Millennials di parlare liberamente della morte. Da un’altra, sono descritte una serie di iniziative giovanili, sviluppate per lo più online, le quali sono finalizzate a facilitare la gestione delle attività post mortem, in caso del lutto di un parente, o semplicemente a discutere senza eccessivo timore della perdita di una persona amata o della propria mortalità.

La giornalista riconduce questo cambiamento in corso a due principali fattori: il primo riguarda la precarietà economica ed esistenziale delle generazioni più giovani, le quali – volenti o nolenti – si sentono più predisposte ad affrontare gli aspetti dolorosi della vita. Il secondo riguarda, invece, la presenza massiccia delle tecnologie digitali nella vita dei Millennials, in grado di offrire spazi inediti per discutere degli argomenti considerati generalmente tabù. Dal mio punto di vista, trovo una consonanza con il ragionamento esposto nell’articolo, se penso a un semplice esperimento che ho svolto recentemente online. Digitando su YouTube, in inglese, i termini appropriati per indicare – per esempio – la perdita di un genitore, ho trovato oltre 230.000 video. Soprattutto di adolescenti che raccontano la loro esperienza. C’è un video di una adolescente italiana che racconta la morte di sua madre. Il video supera il milione di visualizzazioni e conta oltre diecimila commenti. Un simile supporto – più o meno superficiale – latita del tutto nella dimensione offline.

Se teniamo poi conto dell’incredibile successo avuto da Caitlin Doughty, menzionata nell’articolo di Cummins e di cui si è occupato anche il nostro blog (qui trovate tutti i riferimenti necessari), possiamo veramente cogliere delle differenze generazionali in merito al rapporto con il fine vita e con il lutto.

Detto questo, a mio avviso, è necessario aggiungere alcune considerazioni fondamentali: in primo luogo, i Millennials, essendo nati tra il 1981 e il 1996, non sono più la generazione degli adolescenti. Quindi, l’analisi dei cambiamenti in corso deve considerare anche le differenze sostanziali tra i Millennials e le generazioni successive, di modo da avere un quadro aggiornato e puntuale. In secondo luogo, sarebbe interessante capire se le osservazioni svolte nei confronti dei giovani americani valgono anche nel resto del mondo occidentale. In terzo luogo, infine, bisogna monitorare con attenzione il modo in cui le tecnologie digitali mediano il legame tra le generazioni più giovani e il fenomeno della morte. Motivo per cui è sempre più utile porre al servizio di psicologi, operatori sanitari, educatori, ecc. figure professionali esperte delle tecnologie digitali attualmente in uso.

Aggiungo una considerazione conclusiva. Se veramente c’è un atteggiamento più positivo nei confronti della morte, questo dipende dal lavoro svolto dai tanatologi e da tutti coloro che quotidianamente si impegnano a superare, nello spazio pubblico, la rimozione sociale e culturale del fine vita. Lavoro che andrebbe maggiormente considerato nei diversi percorsi di studio, sia in ambito scientifico sia in ambito umanistico, di modo che in un futuro prossimo tutti i cittadini siano in grado di scendere a compromessi con la propria mortalità.

Voi cosa ne pensate? Vi pare che ci sia questo cambiamento in corso? Attendiamo i vostri commenti.

 

7 Risposte a " Death positive generation: i Millennials hanno meno paura della morte? di Davide Sisto "

  1. Antonella Cuomo scrive:

    Davide Sisto, col suo articolo, ci fa riflettere non solo sull’evoluzione della psicologia collettiva, ma anche sulla distanza fra i fatti e la civiltà giuridica. I sessantenni come me, più vicini alla morte per evidenti ragioni biologiche, ma ancora tenacemente ancorati alla gestione del potere, hanno ritardato la possibilità di disporre largamente di registri comunali per le DAT, hanno troppo spesso confinato nei corridoi degli ospedali le discussioni chiarificatrici sulle cure palliative, hanno lasciato alla buona volontà di organizzazioni del terzo settore delle responsabilità che sarebbero nodali nel sistema sanitario nazionale di un paese senescente.
    Però rilevare la maggiore consapevolezza dei giovani adulti non basta, se gli stessi giovani adulti non son messi in condizione di contare nel mondo del lavoro e della politica. Non basta che essi non siano più adolescenti, se la visione del loro ruolo non supera lo stereotipo del precario a vita, dell’assegnista con figli, troppo gravato da problemi di ordinaria sopravvivenza per assumersi anche responsabilità pubbliche.
    Il mutamento reale che auspichiamo (e che noi anziani dovremmo desiderare più di chiunque altro) dipende dall’ingresso di questa consapevolezza nel farsi del diritto. Io temo, lo confesso, che la dimensione virtuale funga da valvola di scarico per energie benefiche di trasformazione, le quali invece sarebbero indispensabili nel confronto diretto dell’agorà. Riconosco quanto illusoria e pericolosa possa essere la retorica politica, ma temo che la spoglia essenzialità del dialogo virtuale si trasformi in assenza di peso e di significato, a meno di non trasferire tutta la vita sociale e politica in Second Life ed eleggere Isaia Carter come Presidente del Consiglio.
    Potrebbe essere un’idea eccellente. Però c’è un problema (Houston!): si muore in carne e ossa.

    • Davide Sisto scrive:

      Grazie mille per la tua bella riflessione, che condivido in gran parte. Un solo appunto sul finale: il dialogo virtuale sta assumendo una funzione molto diversa per le generazioni più giovani rispetto a chi ha vissuto buona parte della propria vita in assenza di internet. Questa diversità dialogica è ancora tutta da esplorare, tuttavia non la si può più inserire in un contesto che separa il reale dal virtuale. Faccio un esempio molto banale: domenica, tornando da Roma, ho condiviso la mia carrozza con una scolaresca che da Napoli rientrava a Torino. Tutti avevano il cellulare in mano e, al tempo stesso, tutti comunicavano tra loro. Le due cose non si escludevano in alcun modo. Penso che il dialogo virtuale apra degli spazi che è più difficile aprire offline. Ora, questi spazi vanno ovviamente integrati e non resi esclusivi. La sfida è tutta qui: rendere inclusivo il nuovo, di modo da trarne dei vantaggi. Se lo si trasforma in una semplice alternativa, gli effetti sono quelli che tu hai scritto.

  2. Monica Cornali scrive:

    Buonasera a tutti. Il tema è certamente complesso e interessante. Butto lì solo uno spunto: può esserci una correlazione tra l’ “apertura” alla tematica della morte dei giovani menzionati e il loro minore coinvolgimento relazionale, affettivo ed emotivo nei confronti delle persone? Sarebbe da verificare se l’atteggiamento positivo nei confronti della morte non sia dovuto anche ad una scarsa capacità relazionale: una maggior freddezza che consente di parlare di un tema così “forte”proprio perché umanamente poco coinvolti…..

    • Davide Sisto scrive:

      Contando che l’articolo evidenzia soprattutto la tendenza a predisporre il proprio lascito, credo che la chiave di lettura sia invece quella di una maggiore consapevolezza, dettata anche dagli effetti visivi dei morti online. La tendenza a pensare al proprio testamento digitale diventa il punto di partenza per pensare al proprio testamento biologico. Aggiungo che non mi pare, generalmente, nel mondo adulto una maggiore capacità relazionale (anzi, basta vedere i comportamenti nel mondo del lavoro).

  3. Ferdinando Garetto scrive:

    Riflessione importante, grazie. Sul finire degli anni ’90 o primi anni 2000 (purtroppo non ricordo il riferimento preciso) la Società Italiana di Cure Palliative aveva riportato uno studio in cui risultava che l’85% degli adulti (genitori e insegnanti) riteneva “pericoloso” (in quanto traumatizzante) parlare di malattia e morte con i ragazzi delle scuole superiori, mentre il 90% dei giovani di quelle stesse scuole rispondeva di sentire “l’assoluta necessità” di poter condividere quegli argomenti di cui nessuno parlava loro. La generazione è quindi più o meno quella dei millenials nati dopo il 1986. Proprio in quegli anni iniziava un cambiamento anche grazie alle esperienze che hanno portato a parlare di cure palliative e fine vita nelle scuole (dalle materne alle università): esperienze sempre di grande ricchezza e profondità quando noi adulti evitiamo i due grandi rischi: il giovanilismo (tipico dei boomers) e il paternalismo. Quest’anno, al congresso nazionale sempre della SICP, nella sessione giovani ricercatori è stata premiata una eccellente e toccante esperienza di “cura della memoria” in cure palliative pediatriche, con i compagni di scuola di bambini morti in età scolare. Ovviamente ciascuno di noi può raccontare solo impressioni e sensazioni di questi incontri con i giovani (“veri” millenials, nati negli anni 2000), col rischio di enfatizzarle, ma studi come quello riportato sembrano confermare come ci sia una potenzialità generazionale tutta da scoprire. Vale la pena di parlarne …innanzitutto con loro.

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