Cure palliative: tutt’altro che un palliativo.


Ho ricevuto, dalla dottoressa Silvia Francone, alcune pagine di un diario delle sue prime esperienze da infermiera in cure palliative. Silvia ha lasciato un lavoro gratificante dal punto di vista economico e sociale per fare l’infermiera. Ed è approdata alle cure palliative.
Pubblico volentieri qualche stralcio di questo diario: troppe persone ignorano cosa siano le cure palliative, e le parole di chi ci lavora con passione parlano meglio di mille trattati.

Lunedì e martedì in hospice.
Le cure palliative costituiscono un universo a parte. In hospice, fra mura di colori caldi, le finestre diventano affreschi verdi e il tempo non è kronos ma kairos, si dilata e profuma di sacro. I pazienti sono pochi, al massimo otto, ma la loro presenza riempie ogni angolo di quello spazio, con il loro respiro, con i loro ricordi, con sguardi che accarezzano e si lasciano accarezzare, con la loro stanchezza che è raccoglimento, bisogno di staccarsi da ciò che è al di fuori per avvolgere il proprio io interiore. Un distacco che solo chi ha potuto risolvere ogni sospeso riesce a vivere sereno, permettendo al corpo di abbandonarsi, agli occhi di chiudersi, in un riposo che chi è intorno sa rispettare e proteggere. Chi si prende cura di loro lo fa in punta di piedi, con un’attenzione delicata, cercando di cogliere, e accogliere, il più piccolo disagio. Tutti operano con lo stesso obiettivo: permettere ai pazienti di vivere quel tempo al meglio. Tutto è colore: i disegni sulle lenzuola, le coperte, le tazze. Si prova a dare colore e calore a kairos, parola che in greco significa momento opportuno, e tempo/spazio sacro.
L’attenzione ai dettagli la si legge, letteralmente, nelle cartelle: riportano l’essenziale ma anche ogni particolare, ogni risveglio, ogni posizione assunta, ogni visita: ciò che provoca dolore e ciò che dà o può dare gioia.
Sulla lavagna, nello spazio comune, è segnato l’imminente compleanno di due pazienti. Va festeggiato, non per allungare quantitativamente una vita ma perché rappresenta una progettualità vicina, realistica. Lo stesso impegno mettiamo nel trasformare il desiderio di una paziente di “ritirare la pensione”, o di rivedere il proprio cane in obiettivi realizzabili.
C’è un aspetto organizzativo particolare: è l’equipe dei curanti che gira intorno alle esigenze del paziente, e modifica la propria organizzazione per adattarsi ai ritmi della persona assistita. il personale evita di svegliare chi dorme rimandando le cure igieniche e le terapie non essenziali al suo risveglio. Il paziente è davvero posto al centro, e con lui la sua famiglia.

Mercoledì cure palliative domiciliari.
Oggi altra esperienza: entrare nella casa di persone morenti, respirarne gli odori, osservare le foto disposte un po’ ovunque che ritraggono l’originale di corpi di cui resta solo l’ombra. Istanti di vita sospesi che si offrono a chi è disposto ad aprirsi ad essi.
La prima visita è a un signore seduto accanto ad un caminetto spento in una casa calda, i modi eleganti come i mobili, io su una poltrona accanto alla sua. Per un istante la mia collega si allontana, seguita dalla moglie e lui mi dice: “Speravo fosse più veloce, finisse prima”. Parole che aspettavano l’occasione di diventare suono, parole che una moglie sempre presente non saprebbe accogliere. Lo guardo negli occhi, poso la mia mano sul suo braccio, gli rispondo: “Forse ci sono ancora delle cose che deve fare”.
“Non posso più far niente”.
“Può parlare, con suo figlio…con altri”.
“Ma io non ho fatto le scuole alte”.
“La saggezza non si acquisisce a scuola, e nei suoi occhi è scritta”.
Silenzio. La moglie premurosa ed attenta è arrivata.

Vorrei chiedere ai miei lettori di raccontare qualche brandello di esperienza nelle cure palliative. Esperienze da curanti, o anche da familiari.

23 Risposte a " Cure palliative: tutt’altro che un palliativo. "

  1. Maria Laura Cattinari scrive:

    nel leggere mi è venuto in mente quanto mi disse tempo fa Nathalie. Nathalie è una cara amica belga impegnata nella ADMD (associazione per il diritto di morire), mi disse: “io non vorrò le cure palliative”. In Belgio, come in Olanda, queste cure sono da anni sviluppate e diffuse assai più che in Italia. Non v’è dubbio che deve essere fatto tutto il possibile perché diventino anche qui una realtà diffusa, ma poi la scelta dovrebbe essere lasciata ad ogni singola Persona. In Belgio, Nathalie, se domani dovesse trovarsi ad affrontare un male incurabile, potrà scegliere tra un’assistenza palliativa o un’eutanasia attiva volontaria. “Speravo fosse più veloce, finisse prima” sono parole pesanti e che dicono molto….e sarebbe opportuno, kairos, che anche Lui potesse scegliere, come Nathalie, tra l’aiuto a vivere la propria malattia fino la fine e l’aiuto ad accelerarne la fine. Certo oggi in Italia sarebbe già tanto se riuscissimo a far capire che ciò che ha dichiarato aver fatto il prof. Sabelli all’ospedale Gemelli di Roma non è eutanasia ma solo rifiuto o interruzione di terapie non volute, in altre parole autodeterminazione terapeutica. Sarebbe già un bel risultato se il Parlamento normasse la materia del fine vita dettando le regole più semplici e meno onerose per il singolo e la collettività a garanzia del rispetto della volontà della Persona e a tutela dei medici che quella volontà intendono rispettare.

  2. Ennio Ranaboldo scrive:

    Bene fa, Silvia, a raccontare della conversazione a due con il suo paziente: ogni parola, suono o silenzio, conta, e non sempre i famigliari, comprensibilmente, sanno ascoltare quelle o rispettare questo. Quello che ho visto fare da un team straordinario (Luce per la vita), e che più mi ha impressionato è la compassionevole ed esperta regia totale della cura: dagli aspetti medico-terapeutici alla rassicurante quiete che sanno creare intorno al morente, una bolla di refrigerio, una misura ed una lezione per tutti. Non c’è “servizio” che mi paia più necessario, e più cruciale – le cure palliative – e solo fa il paio con le mani esperte della levatrice che libera alla vita un neonato. E in fondo, a ben guardare, si tratta dello stesso mestiere.

  3. enrica scrive:

    io pratico il Reiki e ho fatto trattamenti a tantissime persone……….che oggi non ci sono più, alcune mi confidavano che avevano capito che era arrivato il momento……..ed io col sorriso sulle labbra ho sempre risposto, se è così io sono qui x prenderti x mano e accompagnarti, comunque non sarai solo/a. e dando la mia mano credo di aver trasmesso un pochino di serenità,

  4. Ignaziana scrive:

    Lavoro in un hospice, dove c’è il progetto di fare cure palliative come sopra raccontato, ma siamo purtroppo in balia di risorse economiche ristrette (quindi anche il personale è al minimo) e sempre di corsa, dietro ad ogni bisogno prevalentemente medico o infermieristico…. Cerchiamo, tutti , di fare del nostro meglio, ma a fine giornata, spesso, torno a casa e mi sento insoddisfatta, perché pur avendo colto la necessità di affrontare in modo diverso la giornata con quel particolare paziente , purtroppo non mi è stato possibile….Ad ogni modo, mi sento di raccontare di un uomo, 50 anni, R., arrivato da noi per un tumore al polmone, metastatizzato. Grande difficoltà a respirare e altrettanta grande serenità. Il primo giorno mi disse: “non importa che io viva ancora un poco o muoia, quello che mi preme è saperlo, perché mi sembra di essere in un guado e non riesco ancora a capire se davvero la mia malattia potrà stabilizzarsi o meno”. Un paio di giorni dopo, iniziò a peggiorare. Andai da lui e gli dissi “R, ciao. TI ricordi di quanto ci siamo detti la volta scorsa e di cosa mi avevi chiesto?” e lui “si, a che punto sono con questo guado? perché mi sembra di andare ad una riva”. Ed io “si, stai andando a riva. Il Signore ti sta chiamando a gran voce”. Era, infatti, un uomo molto credente. Mi chiese quindi di tornare il giorno dopo, dopo avermi ringraziata per l’onestà. Quando arrivai, era ulteriormente peggiorato. Chiese di chiamare sua moglie, i suoi figli e nipoti e di farli venire tutti insieme per le 17. Mi chiese poi di fargli la barba, di sistemargli i capelli, di mettergli una particolare camicia e pantalone. Anche se era allettato, voleva salutarli “dignitosamente” disse, “da uomo”. Poi mi diede un biglietto e mi chiese di portare, il giorno dopo la sua morte, una pianta di azalea a casa sua, per sua moglie. Arrivarono tutti i suoi cari e lui li salutò, come aveva voluto. Morì la sera stessa, poco prima della Mezzanotte, con i suoi familiari accanto a lui. Il giorno dopo, mi presentai a casa loro con la pianta e il biglietto. Nel salutarli, aveva dato anche precise istruzioni a suo figlia, su dove avrebbe dovuto essere piantata l’azalea. Oggi, ogni volta che ripenso a R, nonostante lo abbia conosciuto per pochissimi giorni, lo ringrazio di cuore. Perché è stato lui in realtà a guidare il suo morire e non i medici né gli infermieri. Era consapevole del suo morire ed era sereno. Una buona vita, una buona morte.

  5. Anna Maria Vurchio scrive:

    Sono neuropsichiatra mio figlio è rianimatore/anestesista. Nell’agosto 2010 mio marito è morto per un cancro al pancreas.E’ veramente una consolazione,in questo grande dolore,sapere che,grazie alle cure di mio figlio,è morto nel suo letto,senza estranei a occuparsi di lui,tra le cose che ha amato tutta la vita,con gli amici che venivano senza essere vincolati a orari di ospedali. Il dolore veniva mitigato,con terapie sempre aggiornate da Marco e non potrò dimenticare la fiducia e la richiesta di non soffrire che gli rivolgeva. nella nostra città non esiste un hospice,ma il palliativista dell’oncologia è una persona eccezionale,con cui collaboravamo.Anche il medico di famiglia,un amico, ha sempre prescritto immediatamente qualunque farmaco servisse.Se l’avessi portato in Ospedale sarebbe stata un’esperienza tragica,come sento raccontare da conoscenti o ex pazienti,per l’accanimento che purtroppo anima tanti colleghi e la loro ‘parsimonia’ nell’uso degli analgesici oppiacei. Ringrazio mio figlio e la sua apertura mentale (si interessa attivamente di bioetica).

  6. Silvia Francone scrive:

    Bello leggere le vostre riflessioni, grazie! …risvegliano ricordi e stimolano mille argomenti da condividere e su cui confrontarsi. Grazie per avermi offerto la possibilità di farlo.
    Uno fra questi: l’importanza di dire la verità alla persona malata. Solo chi conosce la verità sulla propria prognosi può impossessarsi del tempo che rimane e viverlo con consapevolezza, appropriandosi della sua morte e chiudendo ogni sospeso.
    La giurisprudenza, il codice deontologico dei medici e quello degli infermieri, la carta europea dei diritti del malato, la carta dei diritti dei morenti citano che il paziente in grado di intendere e di volere ha il diritto di conoscere la verità e che i famigliari non possono arrogarsi il diritto di decidere per lui. Unico limite a questo obbligo può essere dettato dalla stessa volontà del soggetto di rinunciare alla conoscenza del suo stato.
    Ma talvolta la congiura del silenzio scatta ugualmente, perché si teme che il paziente, privato di speranze, crolli, non abbia dentro di sé la forza per far fronte alla situazione, si teme che la consapevolezza possa da sola uccidere. Oppure si vuole ancora una volta proteggere sé stessi?
    Negando alla persona la verità la si priva della possibilità di vivere quel tempo che le resta e che le appartiene.
    Spesso i famigliari che credono che il malato non abbia la forza per sopportare la verità, non si rendono conto che invece egli già sa, e se potesse condividere questa verità ne condividerebbe anche il peso che invece sta portando da solo. La solitudine peggiore per chi sta morendo è non poter annunciare a chi ama che sta per morire. Lui sa, ha solo bisogno che lo si aiuti ad esprimerlo.
    E’ importante accompagnare lungo il cammino della verità chi lo desidera: se la verità viene celata il malato avverte uno scollamento fra quanto i discorsi dicono e quanto invece dice il suo corpo ed il suo sentire se stesso; con la verità e la chiarezza si ristabilisce la coerenza.
    E’ spesso il timore dell’angoscia di chi lo circonda che gli impedisce di parlare, è il tentativo di proteggere gli altri dal dolore che la consapevolezza comporta. E’ solo parlando in modo diretto della propria morte, pronunciando il suo nome, che il malato potrà vivere la morte da protagonista, senza subirla, potrà organizzare la propria dipartita secondo i suoi desideri, si approprierà anche dell’ultima fase e la vivrà con i suoi cari.
    Per questo talvolta diventa più semplice parlare con una persona vicina, ma ritenuta non così vicina da soffrire per una verità condivisa.
    Enrica scrive “col sorriso sulle labbra ho sempre risposto”, rispondere con la verità significa rispetto per la persona, riconoscerne il valore e la dignità. A volte la domanda è ancor più diretta: “sto morendo?”, la mia risposta arriva dagli occhi, che cercano ed incontrano gli occhi dell’altro, e da un lieve cenno del viso che diventa un muto SI. Una notte I, giovane donna, manda fuori dalla stanza le due sorelle, mi chiede di restare un istante. Avvicino la sedia al letto, appoggio la mia mano sulla sua, mi chiede “sto per morire vero?…è ora”. A lei la voce sa, e può, rispondere “si”, intanto la mia mano strige più forte la sua. Mi chiede una promessa “continua a fare quello che stai facendo ora…io ti proteggerò”, le dico semmai di non proteggere me ma i miei bambini. Mi chiede di recitare una preghiera insieme…lo facciamo. Al mattino la saluto, un abbraccio lungo, una carezza, consapevoli che non ve ne saranno altre. Muore la sera stessa. Ancor oggi, quando guardo brillare le stelle, saluto lei e molti altri serenamente e, può sembrare assurdo, ma sento che in qualche modo un po’ mi proteggono. I, donna fantastica, anche poco prima della morte ha saputo pensare ad altri. Questo è uno dei doni della consapevolezza.
    Non va dimenticato però che ogni malato, in ogni momento della sua vita, è in grado di scoprire, accettare, comprendere, affrontare, elaborare una sua verità ed anche la negazione può essere un bisogno e come tale deve essere identificato, assecondato, rispettato.
    Quella di cui ho scritto sino ad ora è la consapevolezza della mente, credo però esista un’altra consapevolezza che definirei “dello spirito”. Avevo letto di casi in cui persone malate inaspettatamente sentono il bisogno di salutare qualcuno, di telefonare o di curare il proprio aspetto; ecco che telefonano alle persone care, oppure indossano un vestito particolare e poco dopo muoiono, in un momento per gli altri del tutto inaspettato. Una mattina A cerca di radersi con il rasoio elettrico, cosa che non fa mai al mattino, di solito lo fa la sera aiutato dal figlio. Non riesce, è in piedi davanti allo specchio, ma il rasoio è troppo pesante, lo aiuto…mi chiede quindi di pettinarlo e lo faccio, mi chiede di aiutarlo ad indossare il “pigiama bello”. Scherzando gli chiedo “per chi si vuole fare bello?”, lui risponde “per Maria” e poi mi chiede se ho tempo per recitare un’Ave Maria con lui. Non avrei il tempo, ma per lui è importante, lo faccio…è morto, del tutto inaspettatamente, quella stessa mattina. Si era preparato, inconsapevolmente lo sapeva.
    Un altro tipo di consapevolezza è quella di chi “non riesce a morire”, la sua agonia si protrae a lungo, evidentemente sente che sta per morire ma non se la sente di lasciare i suoi cari. In questo caso consiglio alle persone vicine di dargli il permesso “di andare”, di dirlo con la voce e con il cuore. Talvolta l’obiezione è “ma non può sentire”, è vero probabilmente i 5 sensi l’hanno abbandonato ma si aprono altri “canali” per comunicare, lui sente e lascia la presa, si abbandona, muore…e qui si aprirebbe un altro tema.

  7. Psola scrive:

    Grazie Silvia, parole bellissime che infondono coraggio e serenità. Paola

  8. Sabina scrive:

    Sono accanto a mia madre BPCO grave, mentre scrivo.
    Sto cercando qualcuno che mi aiuti nelle cure palliative per un paziente terminale come lei, ma non oncologico.
    Cosa difficilissima a quanto pare. È allettata da mesi, in ossigenoterapia, non riesce quasi più ad alimentarsi o a bere, abbiamo da poco risolto due decubiti… Eppure non c’è un medico che l’abbia visitata che mi abbia proposto di accompagnarla e non di bombardarla di farmaci..sono disperata.

  9. Marica scrive:

    Da cinque anni lavoro come infermiera nelle cure palliative e stare accanto a chi purtroppo è alla fine di un lungo e difficile percorso mi ha fatto crescere, capendo che sono proprio i piccoli gesti e le piccole cose di ogni giorno che dovremmo apprezzare di più. Per ogni persona ho dato un pezzetto del mio cuore piccolo o grande. .. perché ognuno di loro ha regalato qualcosa nella mia vita. Nessuno ci lascia veramente su questa terra se rimane nel cuore di chi resta

  10. Luciana scrive:

    Anche io (per mio marito mancato nel settembre 2012) ero ricorsa alle cure palliative prima a casa per 4 mesi poi in un centro per malati terminali dove mio marito ha trovato assistenza, dolcezza, allegria e tanto tanto altro per i suoi ultimi mesi di vita… tanto è vero che invece dei cinque mesi che gli avevano prospettato ne ha vissuti nove… ringrazio ancora adesso le ragazze e il dottore del centro di Orbassano del San Luigi… per avergli regalato quei mesi in più..

  11. vera mornatta scrive:

    Dopo aver fatto la mamma e la moglie per tanti anni, due anni fa ho desiderato tornare a fare il medico dedicandomi alle cure palliative. Perchè, tanti mi hanno chiesto, un pò inorriditi! Perchè dopo molte letture e riflessioni, ho capito che è la cura del fine vita che nobilita la professione medica, che solo accanto a chi sta per lasciare questo mondo c’è l’essenza dell’uomo. Quante persone, soprattutto in occidente, vivono disperatamente, dolorosamente, in solitudine questo momento che tutti ci accomuna. Ho fatto il medico volontario per un’anno e mezzo, sperando di potermi inserire dell’organico dell’equipe, ma le nuove normative (non ho una specializzazione e non ho anzianità nel settore) mi hanno di fatto “tarpato le ali”. trovo scandaloso che sterili requisiti cartacei determinino la possibilità di fare un Lavoro che come requisito principe dovrebbe avere la disposizione d’animo!
    Vorrei avere consigli su come, dove ed in che modo essere utile!
    Grazie, dr Vera Mornatta

    • Gian Piero scrive:

      Gentilissima Vera, (mi conceda di vederla come una persona e non come medico) So che è passato del tempo dal suo scritto, io sto elaborando il mio lutto e i miei tempi sono un po’ a rilento. Tornando al suo scritto il succo è l’amore per l’altro. Questo purtroppo non è un articolo che si trova in nessuna costituzione, regolamento, azienda e tantomeno nei parlamenti. Se penso a Tina Anselmi e la confronto con la attuale ministro mi viene la febbre pensando al futuro. Credo che misurando la vita con il denaro purtroppo la prima perde. La gente ha perso il senso stesso della vita, la consapevolezza, vive in un mondo virtuale e come se fosse “immortale” la fine della vita è un pensiero da “lasciare” agli altri… Mi perdoni per la disquisizione; ora mi rivolgo anche al medico:penso che la sua capacità debba assolutamente essere messa “sul mercato” mi perdoni l’espressione. Trovi una associazione o lo fondi Lei stessa, come/tipo INFINE credo che possa tranquillamente e proficuamente affiancare chi si occupa di chi vive i disagi della malattia, del lutto, dell’invecchiare con la sua presenza, con l’amore per l’altro e anche molto importante la sua professionalità. Di sicuro ci ha già pensato, coraggio non è mai troppo tardi. Giro gli ospedali dal 1963, e dal 2000 mi sono occupato di mio suocero, suocera e dal 2004 per un K squamoso mia moglie (dal 2010 assistita giorno e notte) conclusosi dopo gli ultimi 5 anni di inferno nel 2015. Abbiamo bisogno anche di Lei, coraggio a presto Gian Piero

  12. jaquaro scrive:

    Il malato va aiutato, in qualunque stadio della malattia. Non soppresso. Le cure palliative non aiutano. Non dovrebbero esistere. Accelerare la morte, o addirittura provocarla, con le cure palliative, nei confronti anche di malati gravi, senza la loro volontà, è OMICIDIO e CRUDELTA’. Chi in nome del palliativismo si è reso protagonista di questo, dovrebbe marcire in galera a vita.

    • Maggie scrive:

      Non si può neppure commentare una lettera cosi…bisognerebbe augurargli di essere uno di quei pazienti e non avere nessuno che ti prenda per mano e che il dolore ti faccia impazzire….poi vedi cosa sono le cure palliative….te lo auguro di cure

  13. Locci scrive:

    Non ci sono parole…o meglio ma va a fa in culo!!!

  14. Patrizia scrive:

    Solo pronunciare cure palliative a me fa paura! Mio padre sta morendo e niente e nessuno può farmi stare meglio! Certo le ho attivate ..non voglio che senta dolore..ma è orrendo …entrano nella tua privacy con tanti discorsi…come se fosse un paziente..Ma è una persona..una persona che deve morire a 73 anni dopo solo 2 mesi dalla scoperta del cancro…vederlo spengere giorno dopo giorno mangiato dalla malattia non è sopportabile..devo pregare o bestemmiare? Potrei fare tutto o niente ma non cambiarebbe il nostro destino…gli sto vicino..lo bacio e lo accarezzo..ridiamo o riflettiamo…pensiamo…tutto il resto ci gira attorno..che ci importa? È la fine…

    • sipuodiremorte scrive:

      Gentile Patrizia, spero che lei abbia attivato delle buone cure palliative specialistiche. Le cure palliative non possono liberarci dal dolore della perdita, ma dovrebbero farci sentire meno soli, almeno un pochino accompagnati, sostenuti. Intanto la sua vicinanza a suo padre, quella vicinanza preziosa per chi muore che lei gli sta dando in questi giorni, fa bene a entrambi, e farà bene a lei in futuro, quando dovrà elaborare il lutto. Mi permetto di mandarle un pensiero affettuoso.

  15. Max scrive:

    Purtroppo devo dire che la mia rsperienza e’ negatova, gia’ dal primo giorno di ricovero di mia moglie la dott.ssa del centro mi ha rimarcato la differenza tra un hospice e un ospedale dicendomi che non esiste rianimazione e altre cose facendomi capire che in caso di situazione spiacevole quello che e’ loro dovere e’ aiutate a mitigare i dolori e niente altro. In questo modo se una persona puo’ essere salvata in un ospedale in un hospice no.Mio zio e’ morto da poco e sinceramente devo dire che ho dubbi sull operato dello staff ,e’ brutto da dire ma se una persona fa fatica a respirare non bisognerebbe dargli l’ ossigeno? A cosa serve l’ antidolorifico?

  16. Leonardo scrive:

    Cosa faceva seduta davanti il caminetto del pover uomo…
    Una puntura di morfina?
    La chiesa è a conoscenza di ciò?
    Scusate la mia rabbia, non condivido questo metodo di morte.
    Finché ci sta vita si deve anche credere nella speranza, nella medicina, nelle cure sperimentali, ed operare con scienza e coscienza.
    Bisogna non abbandonare la persona malata a se stesso.

    • Pietro scrive:

      Giusto! Completamente d’accordo

      • Lucia scrive:

        Purtroppo dopo dieci anni mia madre ammalata di Alzheimer peggiorando ogni giorno ho deciso di portala in una struttura di cure palliative, al inizio ho creduto che mia madre potessi andare avanti per un anno i medici mi hanno ingannata ancora non riesco a capire la verità riguardo al suo decesso.mancanze di ossigeno o magari overdose.

  17. Francesca scrive:

    @Lucia, ti capisco, io ho preferito non portarla all hospice, me l avevano proposto come un posto dove sarebbe finita serenamente (cito testuali parole dell oncloga”si festeggia anche il compleanno”). dopo aver battagliato per la nutrizione artificiale all ospedale, nella più totale indifferenza dei medici perché un malato terminale é solo un pezzo di carne, ho detto a tutti “mamma finirà a casa e mi prenderò cura di lei, le avevano dato due settimane e invece passarono 3 mesi, in cui ho dato tutta me stessa, illudendomi di poterla salvare, dormivo 3 ore. Il dottore per le cure palliative é venuto a casa dietro pagamento di 200 euro, per consigliarmi di fare una flebo con 4 fiale di Valium… Non so come ho fatto a non impazzire, per tutto quello che ho visto e combattuto.. Se il ssn non abbamdonasse i malati terminali come spazzatura forse non saremmo neanche qui a discuterne. Il problema non é l hospice, é tutto quello che c é dietro, la solitudine, l inettitudine del personale medico, l approfittarsi di tanti infermieri che prendono fior di euro solo per cambiare una flebo.. Io mi sono dovuta organizzare imparando a fare tante cose, ma se una persona non é nelle condizioni di poterlo fare tante alternative non ci sono. Noi dobbiamo imparare a lavorare su noi stessi per accettare di aver fatto tutto quello che era nelle nostre forze, ma gli inetti che hanno abbandonato e continuano ad abbandonare i pazienti suggerendo pure l hospice.. riusciranno a capire la gravità delle loro azioni? O forse ci arriveranno quando saranno loro dall altra parte della barricata?

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