Cremazioni rituali a Varanasi (India)


Passeggiando per le contorte anguste e affollatissime viuzze di Godaulia, la parte vecchia della città sacra per gli induisti, Varanasi (Benares), tra botteghe della seta e dei gioielli, venditori di spezie, the e yogurt, templi seminascosti tra le abitazioni, negozi di noce di betel e pasticceri, mucche e motociclette che suonano il clacson per passare facendo lo slalom tra i pedoni, di tanto in tanto si sente risuonare un mantra ripetuto in modo cadenzato, rama nama satya hai, (il nome di Ram è verità). Nessuno si sposta, né interrompe la propria attività o compie alcun gesto, neppure quando, poco dopo, si vede passare un breve corteo di uomini, alcuni dei quali portano sulle spalle una lettiga, su cui giace un cadavere avvolto in coloratissime rilucenti sete, giallo arancio, rosso, oro e argento. I bambini continuano a giocare e gli adulti a occuparsi dei loro affari. I morti vengono portati per la cremazione rituale al Ghat di Manikarnika, il più antico, o a quello più nuovo di Harishchandra, alle spalle del quale esiste anche un moderno crematorio elettrico, poco usato.
Il rito deve svolgersi secondo la tradizione induista, e occorre seguirne scrupolosamente ogni passaggio. Non ho visto nessuno piangere nei luoghi della cremazione, e neppure nei cortei funebri. Ho chiesto come mai al bramino che mi ospitava, e sia lui che la moglie parevano concordare sul fatto che il rito richiede una grande concentrazione, non è il momento per lasciarsi andare al dolore. Avvicinandosi a Manikarnika, l’atmosfera si fa densa e oscura, pare di essere piombati in un aldilà mitologico, tornano in mente le rive dello Stige e i gironi di Dante. S’incontrano venditori di legna, di sacchetti di polvere di legno di sandalo, di burro chiarificato, di serici sudari funerari, di urne di terracotta. L’odore dei corpi bruciati e il fumo nero che si leva dalle pire fa bruciare gli occhi e tossire. Ma qui vita e morte sono strettamente intrecciate, e morire fa parte della quotidianità come vivere, gioire e soffrire. Un paio di volte, nel traffico soffocante e rumoroso della città, ho visto passare, fissato con corde sul tetto di un tuk tuk, tipica vettura pubblica indiana (un’ape a tre ruote gialla e verde, chiusa sopra e aperta ai lati) un cadavere diretto ai crematori, sulla sua lettiga.
In alto, salendo una ripida scala del Ghat Manikarnika, vi è un edificio che conserva un fuoco sempiterno, e sempre alimentato: è da questo fuoco che viene tolta la scintilla con la quale si dà fuoco ai corpi. La legna costa cara, soprattutto quella di sandalo, che generalmente è utilizzata solo per personaggi importanti. Altrimenti, si usano altri tipi di legna, più a buon mercato: l’importante è saper calcolare il peso della legna che occorre per bruciare completamente il corpo, operazione che richiede almeno quattro o cinque ore.

Quando ci si affaccia sul Ghat pare di essere stati trasportati in un tempo antichissimo. Le pire, soprattutto la sera, sono impressionanti, e rivelano parti di corpi scuriti e deformati dal fuoco, mentre colossali mucche nere camminano incuranti nella cenere e nel fango. Accanto, uomini e donne lavano i panni su pietre poste sul Gange. Continuamente arrivano nuovi corpi addobbati e scintillanti, che stanno in attesa del loro turno di cremazione. Quando il corpo arriva al Ghat, per prima cosa viene lavato nel Gange, immergendolo fino alle ginocchia. Poi è adagiato sulla pira, con la testa a nord e i piedi a sud. Parte della legna viene posta sopra al corpo, che viene cosparso di polvere di legno di sandalo, di burro chiarificato, il ghi, e di qualche goccia di acqua del Gange. Il figlio maschio maggiore, che è la persona deputata a condurre il rito, compie cinque giri intorno alla pira e poi l’accende, a partire dai capelli. La testa e il volto del defunto sono scoperti.
Quando la cremazione è terminata, si getta acqua per spegnere il fuoco e il figlio raccoglie le ceneri nell’urna, che poi devono essere restituite al Gange.

12 Risposte a " Cremazioni rituali a Varanasi (India) "

  1. Erica Demuru scrive:

    Molto interessante. Tempo fa ho letto un libro (Dying the good death di Chistopher Justice) un’etnografia condotta a Varanasi, negli hospice o “case di liberazione”, dove si racconta la vita e la sua fine nella città sacra, esplorando le concezioni della morte e le storie di chi sceglie di affrontare lunghi viaggi per recarvisi nella credenza che, solo morendo in questa città, si possa ottenere il moksha, la liberazione dal ciclo di morte e rinascita.
    Dalle parole di questi “pellegrini della morte” e dei loro familiari si esplorano esperienze e credenze per scoprire come convivono con la realtà della morte, dandole un senso religioso, sociale, culturale. Dev’essere molto emozionante vedere di persona qual è l’atmosfera di questa città e assistere ai rituali che descrivi. Grazie Marina per aver condiviso la tua esperienza, è stato bello leggerti.

    • sipuodiremorte scrive:

      Grazie a te, Erica. E’ stata davvero un’esperienza intensa, questo viaggio a Varanasi. A proposito di bibliografia, mi permetto di aggiungere: G. Giuseppe Filippi, Mrtyu. Concept of Death in Indian Traditions, Printworld Ltd, New Dehli, 2005 e J. P. Parry, Death in Banaras, Cambridge University Press India, New Dehli, 1996.

  2. Eliana scrive:

    Complimenti per la stupenda descrizione. E’ da molto che vorrei andare a Varanasi ma continuo a rimandare forse per paura.. Posso chiederti qualche consiglio?

  3. maria laura cattinari scrive:

    Nel leggere, cara Marina, la tua bellissima relazione di viaggio mi è venuto spontaneo osservare che, ovviamente, a Benares la morte è un tutto uno con la vita, città sacra dell’India dove i pellegrini giungono da ogni dove per bruciarvi i resti mortali delle loro persone care. Non ci vuole molta fantasia ad immaginare anche che tutto questo sia fonte di commercio e di rendita. Insomma, brutalizzando, potrei dire che è una “grande impresa d’onoranze funebri”. Mi ha stupito leggere che hanno aperto anche un forno crematorio elettrico, che preferisco chiamare “ara cineraria”. Tutte le tradizioni sono degne di rispetto purchè a loro volta rispettose delle altre. Per chi poi si soffermi anche solo un attimo a riflettere veramente su questo breve nostro esser qui e sull’immensità d’altra parte di ciò che ci circonda e supera davvero l’Oltre si apre e si disvela……..se poi abbiamo esperienza d’ Amore senz’altro abbiamo appreso che la sua dimensione è l’eternità. Grazie

    • sipuodiremorte scrive:

      Grazie a te, Maria Laura. In effetti è probabilmente così,”una grande impresa d’onoranze funebri”, Varanasi; soprattutto per i venditori di legna. Ma l’atmosfera della città (inquinamento insopportabile a parte) è di una grande spiritualità. Per il resto, condivido. Ogni religione ha la sua grandezza e i suoi limiti, ma è degna di rispetto quando rispetta le fedi altrui, e l’altrui laicità.

  4. selene scrive:

    india india india…..una giostra di profumi,colori,vita e morte si scprono parte della stessa danza……………….sarebbe bello tornarci insieme mari!!!!

  5. JOSEPH scrive:

    Ho avuto la fortuna di trascorrere alcune indimenticabili settimane in nepal ed accostarmi alle loro ritualità . A Pashupatinah ho assistiti al rito cremazione e la descrizione che ne dai mi fa ricordare e rivivere con emozione quei momenti: il silenzio, la dignità e soprattutto la leggerezza con cui si svolge un rito così arcaico e così profondo. Quanta ricchezza e quanta saggezza possiamo “ricevere” da questa popolazione. Grazie

  6. Giovanni scrive:

    Marina è stata bravissima nel descrivere. Ma per capire veramente Varanasi, bisogna andarci. Sulle prime, mi è parsa un incubo inenarrabile, che ha popolato molte mie notti. Poi, col tempo, ho capito l’India, ma son dovuto tornarci altre tre volte. Come ben coglie Marina, là la morte – così come la malattia, storpi e lebbrosi – è (per noi impudicamente) esposta, permea la vita quotidiana, e non c’è alcuna separazione fra il sacro e la attività di tutti i giorni. L’India mi è parsa una grande madre, che nel suo immenso abbraccio unisce bene e male, il sublime e l’orrore, bellezza e devastazione. E, sui nostri steccati, paure, rimozioni, ha un impatto devastante. Se alla fine si accetta di zampettare il quel fango, si accorge che la nostra asettica “purezza”, là non conta niente, pure capita di sentirci liberi e felici. Là ha valore la vita tutta, quando si mescola in tutti i suoi aspetti belli e brutti, riassunti in un’unica visione. Ed è una grandissima elezione.

    • sipuodiremorte scrive:

      Grazie Giovanni, è esattamente quello che ho provato di fronte agli storpi che chiedevano la carità per le strade. All’inizio mi mettevano fortemente a disagio, chiamavano all’appello il mio sviluppato senso di colpa occidentale. Dopo alcuni giorni mi sono sentita viva come mai nella vita…

  7. wilma campaner scrive:

    sono appena ritornata dall’india, e devo dire che che è stato un viaggio abbastanza difficile,ma che mi ha lasciato nel cuore
    delle emozioni indescrivibili, ho vissuto 15 giorni cercando di vivere l’India nella sua cultura e nelle sue usanze , nei profumi e nei colori e dei loro templi.

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