Brittany Maynard e la nostra morte

In questi ultimi giorni si è parlato moltissimo, su tutti i media, di Brittany Maynard, la ragazza americana che ha scelto di morire con un suicidio assistito, prima che il tumore che le aveva invaso il cervello le impedisse di vivere una vita da lei considerata degna. Si è trattato di un suo diritto, riconosciutole nello Stato dell’Oregon. Inutile dire che la sua storia, come tante altre di vite con destini tanto tristi, ci commuove. Brittany non ha solo scelto di morire, ha voluto rendere pubblica la sua morte. E da quel momento in poi, non è più di lei che stiamo parlando, ma di noi.
Due sono le questioni a cui vorrei fare un rapido accenno.
a) Sul tema della fine della vita. Molte firme si sono spese per commentare l’accaduto. Ne citerò solo due: la Pontificia accademia per la vita, per bocca di monsignor Carrasco de Paula, che ha condannato il gesto (non la persona) come non dignitoso. E il giurista Zagrebelsky che, nell’articolo pubblicato sulla Stampa dell’altro ieri si chiede se sia legittimo vietare il suicidio assistito (e implicitamente risponde di no). Un passaggio mi è parso particolarmente interessante: “E’ difficilmente accettabile l’argomento secondo il quale occorre vietare a tutti, perché qualcuno potrebbe non essere pienamente consapevole e quindi libero”. E’ infatti molto complesso il rapporto tra la probabile illegittimità di vietare e la mancanza di una cultura della morte nel nostro paese (che rende fragile la libertà che si intende difendere). E’ un aspetto, questo, di fronte al quale cerco, faticosamente, giorno dopo giorno, di riflettere senza schierarmi. Tutti i miei lettori possono immaginare quanto sia difficile questa posizione, soprattutto in Italia, dove il dibattito su questi temi è ammesso solo per coloro che sono al fronte, da una parte o dall’altra, e l’incertezza, il confronto profondo non hanno diritto di cittadinanza. Fatta questa premessa, mi colpisce che si possa parlare di morte solo davanti a un caso eclatante, che implica il suicidio o l’eutanasia, mentre è ancora tanto raro un dialogo aperto sul quotidiano morire di ciascuno. Non dimentichiamo che suicidio ed eutanasia riguardano lo zero virgola della popolazione, e che è un paradosso disinteressarsi dell’altro 99 per cento.
b) E con questo veniamo al secondo punto. Troppe persone muoiono ancora male, soffrendo fisicamente e spiritualmente, senza cure palliative appropriate, in luoghi non idonei, senza i loro cari accanto, senza sapere neppure cosa chiedere per una morte più dolce. Il fatto che otto milioni di persone abbiano visualizzato il video di Brittany parla chiaro. Tralasciamo il versante morboso della spettacolarizzazione del dolore, che forse esiste per molti, ma che è difficile da analizzare e quantificare. Diciamo invece che tanti sentono l’esigenza di capire, di parlare della fine della vita propria e altrui, ma non trovano sedi e momenti opportuni per farlo. Ricordo che il New York Times pubblica una media di tre/quattro lunghi articoli alla settimana sull’approfondimento della riflessione sulla morte. Anche il Washington Post non è da meno. Dove sono i nostri giornalisti? Sanno che metà degli italiani ritengono che le cure “palliative” siano quelle che non servono a niente, o ritengono che siano solo per i malati di cancro? Interessa ai direttori dei giornali che i cittadini non sappiano pertanto pretendere ciò che è già un loro diritto, ossia essere accompagnati, non soffrire, poter scegliere e sentirsi vivi fino alla fine, finché la malattia lo consente? E inoltre, di conseguenza, non lasciare parenti distrutti da un lutto devastante, carichi di immagini di dolore e di sensi di colpa per essere stati impotenti di fronte alla morte dei loro congiunti?
Parliamo pure anche di quei casi in cui le cure palliative potrebbero non rivelarsi sufficienti. Parliamone in un ampio dibattito pubblico, tutti insieme: palliativisti, bioeticisti laici e cattolici, giuristi, antropologi, psicologi, sociologi, ma soprattutto cittadini. Facciamolo attivando la nostra capacità di ascolto e mettendo tra parentesi i nostri pregiudizi, e anche le nostre battaglie politiche; e ricordiamo che si tratta di casi probabilmente mai universalizzabili, per via dell’incancellabile specificità dell’individuo umano. Se quindi dovrà essere poi stabilita qualche norma di carattere generale, è possibile auspicare che ciò accada dopo questo dibattito, e che si tratti di un diritto lieve e gentile, che entri il meno possibile in quel sistema di relazioni che è la vita delle persone?
Cosa ne pensate?

19 Risposte a " Brittany Maynard e la nostra morte "

  1. Paola scrive:

    Ho scelto il suicidio assistito e sono in attesa della “luce verde”. Non tanto perchè voglio morire ( ma la mia malattia non mi lascia molte speranze) ma soprattutto perchè devo sentirmi libera di interrompere le sofferenza se non ce la facessi più. Mi rattrista il pensiero di essere da sola (non voglio che nessuno sia accusato di istigazione al suicidio). Mi sento prigioniera di un paese che non sa darti un aiuto, ma eventualmente ti punisce.

    • sipuodiremorte scrive:

      Paola, grazie per aver commentato così, con semplicità, parlando di sé e del suo rapporto con la vita e con la morte. Le sue parole mi rattristano molto, non per la sua scelta, ma per la sofferenza che sta loro dietro. Lei parla della stessa libertà che rivendicava Marco Aurelio, quando chiedeva di poter uscire dalla vita se questa fosse diventata per un lui “una stanza piena di fumo”. Ancora grazie.

  2. Lorenzo Pizzi scrive:

    Se non ricordo male Marco Aurelio voleva affermare che non è eticamente corretto il suicidio di chi lo mette in atto con la noncuranza di colui che trovandosi in una stanza che odora di fumo decide di uscirne. Non è questo certamente il caso della cara Paola cui mi sento molto vicino vivendo una condizione assai simile ed essendo orientato ad analoga scelta. Di Marco Aurelio mi resta un’altra frase che se non erro recita “Ti dei imbarcato, hai fatto il tuo viaggio, sei arrivato in porto, ora sbarca.” Un invito, mi pare, utile a ridimensionare l’eccessiva enfasi con cui si commentano – e si vivono – tali scelte estreme che, se affrontate con sano pragmatismo e come tali spiegate affettuosamente ai propri cari, possono riaquistare una dimensione sanamente e saggiamente umana.

  3. Cristian Riva scrive:

    Nel mio libro racconto, in almeno un paio di storie, quanto le cure palliative, se fatte a dovere, rispettino sino in fondo la scelta della persona. Scelta che può solo che essere accolta, ascoltata e messa in atto. Non sto parlando di scelta eutanasica ma di tutti quegli atti medici e non che hanno l’obiettivo unico e univoco di togliere la qualsiasi tipo di sofferenza. Parlo di sofferenza e non di dolore. Poiché è la sofferenza di un corpo che ad un certo momento pare ti abbandoni, ti costringa a dipendere da tutto e da tutti. E la dignità si sbriciola.
    Mi sono detto che se avessi avuto in cura Brittany, così come tante ragazze che ho seguito, nel momento in cui la sintomatologia (fisica e psicologica) avrebbe prevalso su tutto il resto è proprio la stessa Brittany che avrebbe avuto tutto il diritto di chiedere aiuto. Brittany sarebbe sicuramente entrata in sedazione palliativa terminale per alleviarla completamente da ogni tipo di atrocità. Ritornando al libro in un percorso palliativo efficace e condiviso, spesso è la persona stessa che decide quando essere sedata. È il classico grido di aiuto “non ce l’ha faccio più”. Ecco perché sottolineo che la centralità della persona in cure palliative è garanzia di dignità e di rispetto in condizioni di malattia terminale.
    Tutti sempre mi chiedono: ma sei favorevole all’Eutanasia? Semplicemente dico che sono favorevole alla libertà dell’individuo di scegliere per se stesso soprattutto senza essere solo e abbandonato, ma accompagnato sia dal punto di vista palliativo che dall’amore di chi lo circonda.
    Un abbraccio forte a chi ha scritto prima di me. Grazie.

    Cristian Riva
    http://www.coraggioepaura.com

  4. Cristian Riva scrive:

    Nel mio libro racconto, in almeno un paio di storie, quanto le cure palliative, se fatte a dovere, rispettino sino in fondo la scelta della persona. Scelta che può solo che essere accolta, ascoltata e messa in atto. Non sto parlando di scelta eutanasica ma di tutti quegli atti medici e non che hanno l’obiettivo unico e univoco di togliere la qualsiasi tipo di sofferenza. Parlo di sofferenza e non di dolore. Poiché è la sofferenza di un corpo che ad un certo momento pare ti abbandoni, ti costringa a dipendere da tutto e da tutti. E la dignità si sbriciola.
    Mi sono detto che se avessi avuto in cura Brittany, così come tante ragazze che ho seguito, nel momento in cui la sintomatologia (fisica e psicologica) avrebbe prevalso su tutto il resto è proprio la stessa Brittany che avrebbe avuto tutto il diritto di chiedere aiuto. Brittany sarebbe sicuramente entrata in sedazione palliativa terminale per alleviarla completamente da ogni tipo di atrocità. Ritornando al libro in un percorso palliativo efficace e condiviso, spesso è la persona stessa che decide quando essere sedata. È il classico grido di aiuto “non ce la faccio più”. Ecco perché sottolineo che la centralità della persona in cure palliative è garanzia di dignità e di rispetto in condizioni di malattia terminale.
    Tutti sempre mi chiedono: ma sei favorevole all’Eutanasia? Semplicemente dico che sono favorevole alla libertà dell’individuo di scegliere per se stesso soprattutto senza essere solo e abbandonato, ma accompagnato sia dal punto di vista palliativo che dall’amore di chi lo circonda.
    Un abbraccio forte a chi ha scritto prima di me. Grazie.

    Cristian Riva
    http://www.coraggioepaura.com

    • patrizia scrive:

      Sono d’accordo con Cristian. Assolutamente. Personalmente credo che non sia opportuno ed educativo parlare di permesso di eutanasia o di suicidio assistito quando non è ancora conosciuto dalla maggior parte delle persone il significato di cure palliative. Urgente testimoniare e promuovere le cure palliative. L’11 novembre, giornata di San Martino , si raccolgono le firme per promuovere e far conoscere la Legge 38/2010 che finalmente le introduceva in modo ufficiale in Italia

      • Lorenzo Pizzi scrive:

        Se si ritiene che “non sia opportuno ed educativo parlare di permesso di eutanasia o di suicidio assistito” allora devo scusarmi per il messaggio precedente. Ho l’impressione tuttavia che il fastidio che questo tema a volte suscita anche in coloro che encomiabilmente si prodigano per la diffusione delle cure palliative sia prevalentemente di natura “politica” e “tattica” e ciò mi lascia perplesso e sul piano umano piuttosto deluso. Deluso poichè i casi della vita – si tratti anche solo dello zero virgola della popolazione – si incarnano pur sempre nella sofferenza e nella legittima problematicità di persone reali.

        • Cristian Riva scrive:

          Scusate ma non credo proprio di avere scritto che sia diseducativo o non opportuno parlare di eutanasia. Anzi. Semmai proprio il contrario poiché la chiarezza diventa fondamentale e, ribadisco, la libera scelta dell’individuo di decidere in prima persona cosa fare della propria vita, anche alla fine della stessa.
          Preciso anche che ne mi occupo di politica ne mai me ne occuperò. Sono un semplice operatore che assiste a domicilio da 14 anni bambini e giovani adulti alla fine della vita.
          Scusate la precisazione, credo dovuta.

          Cristian Riva
          http://www.coraggioepaura.com

          • Lorenzo Pizzi scrive:

            Il mio commento infatti era esclusivamente riferito al messaggio di risposta al suo post che certamente non giustificava in alcun modo la posizione espressa nel successivo commento.
            Con stima e simpatia..

  5. Silvia scrive:

    Grazie per questa riflessione.Faccio parte di coloro che di fronte alla sofferenza di un proprio caro sono stati colti di sorpresa . Il dolore inatteso, imprevisto in balia di strutture anonime e indifferenti . Non me lo perdono , non mi perdono il non aver potuto accompagnare come avrei voluto chi ho amato. Non si dovrebbe più tacere il diritto ad andarcene con dignità

  6. Federica scrive:

    Leggendo i vostri commenti e questo blog, spesso mi sento meno sola nelle mie riflessioni sul fine vita. Lo stesso non mi accade molto di frequente nella vita di tutti giorni e nelle discussioni con conoscenti e amici. Eppure tutti i follower del video di Britaney testimoniano un interesse per il tema, un bisogno di capire, volerne sapere di piú. Tra poche settimane terró un seminario di antropologia del fine vita a un’associazione che accompagna i malati terminali: ci sono gruppi illuminati di impavidi e coraggiosi che non hanno paura o diffidenza davanti alla morte, ma che anzi, scelgono di sedersi insieme e imparare condividendo al meglio ció che possono. Questo mi fa sentire bene, coraggiosa e fiduciosa nei confronti dell’Italia e dei tanti italiani che sono pronti ad iniziare questo dibattito.

  7. Alessandra Musoni scrive:

    Cara Marina, come sai, non solo concordo, ma il 1/1/2015 smetterò le cure…come forse ti avevo accennato tempo fa. Mi sarebbe piaciuto il convegno “La Morte in Vacanza” per aprire con fiducia questo tema che tutti ci riguarda e che è uno degli ultimi tabù di questo tempo… So che ce la farai! Animerai, anzi ri-animerai giornalisti e media sul tema e te ne sarò grata. Se potrò, parteciperò volentieri! Comunque partecipo con metta e vi abbraccio tutti!!! Alessandra

  8. daniela scrive:

    Mi associo a quanto ha scritto Silvia; anche io, ed ho già 50 anni, sono stata colta di sorpresa mesi fa prima dalla malattia e poi dalla morte di mio padre a causa di un tumore. A differenza però di Silvia ( ma solo per puro caso e non per capacità e discernimento personali- ci tengo a precisarlo) la mia famiglia ha avuto la fortuna di essere indirizzata ad una struttura di cure palliative ove nostro padre è stato accolto, dove non ha conosciuto il dolore oncologico ed ha potuto, all’ultimo , entrare in in sedazione palliativa terminale. Nonostante ciò sono a pezzi perché assolutamente non ero preparata a niente di tutto questo, proprio perché cresciuta anche culturalmente in un ambiente dove di morte non si parlava quasi mai. La mia frustrazione è davvero grande perché, al di là del dolore e della mancanza, sento di non essere stata in grado di essere davvero vicina a mio padre. Io credo che, al di là degli aspetti legislativi, ove spesso siamo come nazione molto indietro, in Italia, andando oltre l’atteggiamento ottuso ed ipocrita di chi ci governa, i tempi siano ormai maturi per affrontare i temi del fine vita a partire da una consapevole “educazione al morire”. O almeno questo mi auguro davvero, forse anche per alleviare ( egoisticamente) almeno un po’ del mio dolore. Grazie a Marina per aver creato questo spazio di confronto e di “conforto”.

  9. elisabetta scrive:

    Ho ascoltato la storia di Brittany durante la colazione del mattino… e sono andata a prendere una matita e un foglio per scrivere questa frase “Oggi e’ il giorno che ho scelto per morire con dignita’”… sicuramente quello che avrebbe detto mia madre se la malattia non le avesse tolto anche la liberta’ di esprimersi.

  10. Luca Perilli scrive:

    Anzitutto un caro saluto a Cristian Riva e un grazie per tutto quel che fa e per quel che pubblica.
    Una osservazione generale e forse parzialmente o.t.: frequento questo sito da poco grazie alla segnalazione di Loredana Lipperini e ho notato che i feedback agli articoli sono principalmente femminili. Vuol dire qualcosa? Noi uomini ci sentiamo estranei alle riflessioni su dolore e morte? O forse non siamo capaci di “lessicalizzarle”? Nell’uno o nell’altro caso ci sarebbe materiale su cui riflettere profondamente.
    Quanto al post specifico, noto che il dibattito su questi (e altri) temi è monopolizzato-soffocato da un soggetto molto ingombrante in Italia che ha posto un vero e proprio veto: la Chiesa Cattolica. Per fortuna molti cattolici si sentono liberi di poter riflettere al di fuori degli angusti veti posti dalle ottuse gerarchie, ma è un dato di fatto che in Italia non si riesca a intavolare un dibattito pubblico, ancor meno un dibattito pubblico approfondito e condotto “con grazia”. I mass-media, poi, stretti tra ricerca di sensazionalismo e ossequio alle autorità d’Oltretevere, sono totalmente incapaci di “dettare un’agenda” proponendo un confronto di idee pacato. Ben vengano spazi come questi (sito semplicemente encomiabile!), ma temo siano ancora troppo piccoli per il nostro Paese. Purtroppo.

    • Cristian Riva scrive:

      Grazie Luca.
      Ho seguito in questi anni uomini che rivestivano un ruolo ecclesiastico molto importante (vescovi e altrettanti parenti) e anche tante suore e preti. Concordo con ciò che scrivi anche se nell’intimità della propria sofferenza ho potuto apprezzare l’uomo inteso come tale, senza alcuna differenza di fronte al dolore o alla richiesta, ad esempio, della sedazione terminale. Ho altresì scoperto che sicuramente la fede, quando è sana, aiuta molto ( ecclesiastici e non), ma solo quando la stessa è sentita con il cuore, é vera e pura nella sua semplicità. Laddove ho incontrato una fede che io definisco “malata” la stessa purtroppo fa perdere il senso della realtà e, a conti fatti, poco aiuta o peggio ancora viene utilizzata come biglietto da visita quasi a voler apparire, agli occhi degli altri, migliori con l’unico risultato di una morte brutta e non dignitosa. Ripeto e ribadisco che la fede é un’ottima terapia se ben dosata e utilizzata con intelligenza.
      La sofferenza ci pone tutti sullo stesso piano. (Per fortuna)
      Grazie e un caro saluto a tutti.

      Cristian Riva
      http://www.coraggioepaura.com

      • Luca Perilli scrive:

        Ciao Cristian!
        Purtroppo la doppiezza cattolica si dipana anche in questo: una posizione spesso crudele e intransigente fuori, una grande “duttilità” quando la sofferenza o il “peccato” colpiscono nell’intimo. È forse il principale motivo per cui mi sono irrimediabilmente allontanato dalla Chiesa Cattolica. Detto questo, io ho sempre distinto tra “uomini (o donne) di fede” e “uomini (o donne) religiosi”: i primi/le prime hanno un cuore grande e una capacità empatica notevole, i secondi/le seconde sono rigidi e spietati (anche con se stessi) e idolatrano l’istituzione della quale si sentono parte; forse hanno paura e usano la struttura come una stampella per reggersi in piedi. Va da sé che tale struttura deve essere ovviamente la più rigida e la più solida possibile per non farli cadere!
        Resta immutato il problema dell’intralcio che quella struttura genera anche in chi non ne fa parte e i grossi ostacoli che pone alla crescita delle persone che ne subiscono l’influenza: l’idolatrazione della vita biologica ad ogni costo ne è solo un tragico esempio (peraltro pure antievangelico, visto che rischia di configurarsi come un non accettare la chiamata del Padre!).

  11. Lorenzo Pizzi scrive:

    C’è in alcuni uomini una fede che è misericordia e profonda e sincera umanità che tanto può insegnarci; c’è poi un dirsi credenti che è fariseismo strumentale ad un tornaconto che è partecipazione alla gestione di un potere che investe e permea tutti i campi del sociale, dalla politica alla sanità. Non potrò mai dimenticare le molte voci violente, volgari, strumentali ed insulse intorno ai casi Welby ed Englaro. Credo, da ateo, che con i primi non solo sia possibile ma anzi sia necessario dialogare fraternamente mentre con i secondi bisogna pragmaticamente accettare che si tratta di contrapporsi in termini di rapporti di forza poichè, esercitando essi un potere, non concepiscono altro terreno di confronto. Per tali ragioni credo sia “opportuno ed educativo” dialogare anche intorno a testamento biologico, eutanasia e suicidio assistito con quella “grazia” e “delicatezza” che già sono state evocate certo, ma anche con la necessaria fermezza.

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