Biancaneve e la morte apparente oggi

Avete mai riflettuto sul fatto che la bellissima favola dei fratelli Grimm, Biancaneve, è in sostanza la storia di una morte apparente? Biancaneve nella bara trasparente, i nanetti che piangono, e il principe che la risveglia dal sonno della morte con un bacio? Biancaneve è stata scritta, a partire dal folklore popolare della Franconia, nel 1812, in un’epoca in cui il tema della tafofobia (il timore di essere sepolti vivi) era molto presente. Benché il secolo XVIII e XIX abbiano rappresentato l’apice dell’attenzione per il fenomeno della morte apparente, sia nella trattatistica medica che nella letteratura, forse l’inquietudine sul confine tra la vita e la morte non è ancora oggi completamente placata.
Ma cosa alberga dietro la paura? E’ la difficoltà che la medicina ha incontrato nello stabilire un criterio definitivo, univoco e indiscutibile, di definizione della morte, e di identificazione dei segni della morte. Il fatto che la morte sia un processo, e non un interruttore che si spegne, complica le cose.
Paradossalmente, l’avanzare della scienza e degli strumenti di verifica non ha avuto una funzione decisiva nel tranquillizzare gli animi. In epoca premoderna e moderna si metteva una candela sul petto del presunto morto per verificare la presenza del respiro. Era un segno forse manchevole, ma si aveva fiducia nella chiamata divina. Era Dio che stabiliva la vita e la morte, richiamando l’anima a sé, e per l’uomo si trattava soltanto di constatare: Dio non sbaglia.
Da quando, all’incirca alla metà del Settecento, si è cominciato a vedere nella morte un passaggio umano, che riguarda il corpo, e poco per volta il medico è divenuto la figura centrale della “constatazione della morte”, ci si è sentiti più insicuri.
Il medico, uomo come me, può errare. E se dichiara che io sono morto mentre non lo sono ancora? Da questo allarmante interrogativo nasce un profluvio di letteratura: i medici ragionano sulla necessità di attendere l’inizio della putrefazione per seppellire un corpo, e quindi sull’esigenza di stabilire luoghi adeguati di attesa. I letterati narrano storie di presunti cadaveri che si risvegliano grazie a particolari situazioni: il portatore della bara inciampa e il cadavere si sveglia; i ladri aprono la tomba per rubare un anello e salvano il malcapitato sepolto vivo, che torna a bussare alla porta della propria casa… e così via. Inutile ricordare la centralità del tema nella narrativa di Edgar Allan Poe.
Nel Novecento c’è stata una pausa di maggiore serenità tra gli individui, dovuta alla centralità data al criterio cardio-circolatorio, misurabile attraverso un tanatogramma di venti minuti, unito comunque al Regolamento di Polizia Mortuaria che, ieri come oggi, prevedeva che venisse rispettato un dato periodo di osservazione fino alla comparsa di fenomeni tanatologici certi.
Ma con il 1968, e l’introduzione del criterio cerebrale di accertamento della morte, si è rischiato, dal punto di vista della comprensione dell’uomo comune (le discussioni riguardano soprattutto i non specialisti) di ricreare ansie e incertezze. Il “cadavere” tenuto in vita da macchine, il cosiddetto “cadavere a cuor battente”, così fondamentale per la medicina dei trapianti, fatica a essere concepito come tale dai suoi cari. Non è intuitivo pensare come cadavere un corpo che respira, è caldo, e a cui batte il cuore. Ed ecco quindi una nuova paura, quella della “predazione” d’organi, che non è altro che un travestimento della vecchia tafofobia.
Quello che è arduo comprendere, a livello di mentalità, è l’idea processuale della morte. Si entra in un processo di morte, e a un certo punto si può constatare l’irreversibilità di tale processo. Non si tratta di identificare un istante cruciale.
Sul tema della definizione della morte la riflessione socio – culturale non abbonda. Due pietre miliari esistono comunque, anche in Italia: il libro di Carlo Alberto Defanti, Soglie, 2007 (Bollati Boringhieri); e, recentissimo, ampio e avvincente, il volume a cura di Francesco Paolo de Ceglia, Storia della definizione di morte, 2014 (Franco Angeli)
Si tratta di opere di approfondimento, con taglio culturale, per coloro che hanno un interesse per questo tema: l’ampia ricerca coordinata da de Ceglia ha anche il pregio di indagare molte culture, antiche e contemporanee, non solo quella occidentale.
C’è però un aspetto che mi piacerebbe approfondire con una ricerca (chissà, magari in futuro), ed è: noi oggi abbiamo ancora paura di essere sepolti vivi? E in cosa consiste la nostra contemporanea tafofobia? A cosa pensiamo quando proviamo questa inquietudine? Ai nostri organi? Alla possibilità di svegliarci nella tomba, o di percepire dolore nel fuoco durante la cremazione? Alla presunta incompetenza dei sanitari che ci dichiareranno morti? O invece abbiamo una paura completamente nuova e opposta, ossia di essere tenuti artificialmente in vita come cadaveri a cuor battente, a discapito della nostra dignità di essere umani?
Cosa ne pensate?
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6 Risposte a " Biancaneve e la morte apparente oggi "

  1. Elena Finelli scrive:

    per me quello della morte appartente e del conseguente timore di essere sepolta viva è l’incubo più grande, la morte più spaventosa, non riesco a pensarci senza sentirmi male, soffro di claustrofobia, non sono riuscita a sopportare nemmeno esami medici che comèportavano il fatto di avere il corpo rinchiuso senza potermi liberare…

  2. Marta scrive:

    Nessuna paura di essere sepolta viva o sentire il fuoco mentre mi cremano, ne che mi portino via gli organi troppo presto. La morte (a tempo debito!) mi affascina, ho solo paura di non essere accompagnata come si dovrebbe. Da infermiera, sono esigente! 🙂

  3. anna maria vurchio neuropsichiatra scrive:

    Se clinicamente possibile,donare gli organi e’ l’ unica scelta giusta! La tafofobia deve essere superata,anche con l’aiuto di specialisti8nasconde certo paure inconsce profonde.

  4. Elena scrive:

    Non ho mai avuto paura della morte, la accetto come processo naturale della vita e sotto questo aspetto sono abbastanza razionale, quindi non soffro di nessuna di queste paure/fobie/ansie. Fatta questa doverosa premessa non posso però negare che quando i medici hanno dichiarato ufficialmente deceduta una persona a me cara il primo pensiero che mi è passato per la testa è stato “è morta per davvero?”. Razionalmente sapevo che era così, erano giorni che ci preparavano a quel momento, ma l’istinto (o meglio quella che io chiamo “pancia”) andava verso la sopravvivenza facendomi chiedere se non si stavano sbagliando. L’accettazione in un momento simile difficilmente è immediata, anche quando siamo pronti, anche quando sappiamo bene cosa sta succedendo.

  5. Paola scrive:

    Ho il terrore della “non-vita”, quello della “non-morte” mi sembra più adatto ad un film di Dario Argento.

  6. Giovanna scrive:

    Ho provato a parlare di “dignità del morire” con i parenti di una signora che è da 1 anno in coma con encefalogramma

    piatto e senza alcuna speranza di risveglio. il marito va da lei ogni giorno e le parla e spera. Le persone con cui ho parlato mi hanno dato della cattiva e ma hanno chiesto se fosse mia parente cosa farei. non so se staccherei la spina.

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