Bella Addormentata di Marco Bellocchio

Bravo Bellocchio. Era difficile, anche se sono passati più di due anni, parlare degli ultimi giorni di Eluana Englaro. Il film Bella Addormentata lo fa lasciando sullo sfondo la vicenda vera e propria, per parlare alla nostra intelligenza e alla nostra sensibilità, e per farci riflettere sul clima incandescente di quei giorni del febbraio 2009, dove un’Italia che non pensa mai alla morte si divideva tra pro e contro l’alimentazione e l’idratazione artificiale, dissertava di eutanasia e testamento biologico. Spesso senza sapere, senza il sapere dell’aver vissuto.
Bellocchio ci dice che le questioni di vita e di morte non si risolvono a colpi di ideologia, ma attraverso piccoli e grandi gesti di amore, di dedizione, di rispetto. Tutto il resto è cinismo (di chi ha sfruttato a fini politici una tragica vicenda umana, come Berlusconi e i personaggi che incarnano i politici di Forza Italia). Spesso si è trattato anche di incomprensione esaltata dall’ideologia, come quella di chi ha gridato «assassino» a Beppino Englaro. Ma esaltazione cieca è anche quella di un altro personaggio del film: una ricchissima attrice (Isabelle Huppert) si è ritirata dal palcoscenico dopo aver vissuto il dramma del coma profondo della figlia, tenuta in vita da un ventilatore. Cattolica e amica di prelati, finge anche con se stessa di vivere in funzione del risveglio della figlia. Ma non c’è amore in lei, e non ci convince: trascura l’altro figlio e il marito, e sa di non avere fede. La sua preghiera è fredda e assomiglia a una pantomima. Così non ci stupisce quando nel sonno recita la famosa battuta di Lady Macbeth che prova a lavare via l’immaginaria macchia di sangue dalle sue mani.
Invece, quando i sentimenti e la loro prepotente realtà si insinuano nelle pieghe delle ideologie, queste ultime si disintegrano. Il senatore di Forza Italia Uliano Beffardi (Toni Servillo) è disgustato dal cinismo dei colleghi nei confronti di Eluana, al punto da decidere le proprie dimissioni. La sua differenza sta nell’esserci passato, attraverso l’esperienza del dolore, della perdita, della ricerca del senso della vita e della morte. Ha sofferto dell’agonia troppo lunga della moglie, e quando lei gliel’ha chiesto, l’ha aiutata a morire, lui che avrebbe voluto averla viva ancora un giorno, ancora un minuto…
Sua figlia Maria (Alba Rohrwacher), cattolica fervente, lo sospetta, ed è furiosa con lui. In fondo è per questo che va a Udine, a manifestare e pregare contro l’interruzione dell’alimentazione artificiale a Eluana, e non risponde mai alle chiamate del padre.
A Udine però si innamora, e il suo punto di vista si addolcisce: «l’amore cambia il modo di vedere le cose», dice al padre. E il senatore, dopo anni, riesce a confessare alla figlia ciò che ha fatto, senza parlare, consegnandole i fogli del proprio intervento in Senato. Un intervento che non ha pronunciato perché Eluana è morta prima, facendo slittare il dibattito a data da destinarsi. Il film si chiude così, su questa riconciliazione non narrata tra padre e figlia, che lo spettatore intuisce, auspica. Maria si allontana leggendo. Rispettare le posizioni diverse dalle nostre è possibile, se si comprende la profonda buona fede dell’altro, se si è certi che è guidato dall’amore e dal rispetto e non dall’egoismo.
Altre storie si intrecciano con questa vicenda principale, per dirci ancora e diversamente che la capacità di amare è l’unica risposta alle questioni che riguardano la vita e la morte. In un ospedale di Udine è ricoverata una donna tossicodipendente (la bellissima e brava Maya Sansa), salvata dal suicidio dal medico Pallido. Il primario vuole dimetterla, abbandonarla a se stessa, è solo una tossicomane, e vivrà altri dieci anni rompendo le palle a tutti quanti, dice al dottor Pallido: è quello stesso primario che tuona contro l’interruzione delle cure a Eluana, in stato vegetativo permanente. Ma il dottor Pallido non si arrende: resta accanto alla suicida, nella sua stanza, a vegliare il suo sonno, giorno e notte, le parla, e Rossa (questo il nome della donna interpretata dalla Sansa) poco per volta si intenerisce: la vicinanza umana fa scemare il desiderio di morire.
Quanto vale una vita, ci chiede Bellocchio? Perché usiamo due pesi e due misure? Alcune vite valgono più di altre, a volte anche per ragioni simboliche, come nel caso di Eluana. E altre meno, o perchè i soggetti di quelle vite sono tra i dannati della terra, e muoiono a centinaia di migliaia (e come posso rappresentarmi centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini che muoiono di fame, senza conoscere le loro storie?). Oppure perché hanno sbagliato, o sono deboli, incapaci di reggere il ritmo della nostra cultura consumistica, e stanno pertanto ai margini della nostra società: i poveri, i tossici, gli stranieri, i senzatetto, gli alcolisti, tutta gente che non ci riguarda…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*