Avere a che fare con la sofferenza: stare nella ferita è possibile? di Marina Sozzi

Distress and suffering with a human eye crying a single tear drop with a screaming facial expression of anguish and pain due to grief or emotional loss or business burnout.Il nostro tempo lotta contro il dolore, non riconosce nella sofferenza un valore o un sacrificio da offrire alla divinità per la propria salvezza, ha respinto il memento mori. Ha finalmente allontanato il dolorismo, per via della secolarizzazione e dei progressi della medicina, che hanno aumentato la nostra aspettativa di vita. Tuttavia, non per questo il nostro rapporto col dolore e la sofferenza è diventato più sano. Anzi. Non dico nulla di originale affermando che, all’incirca dagli anni Ottanta del XX secolo, in Occidente ha vinto un’ideologia edonista, che ha cercato di espungere completamente la sofferenza dall’esistenza dell’uomo. Tale ideologia, che è quella del capitalismo avanzato, ha come valori di riferimento il benessere, o decisamente la ricchezza, il dinamismo, la bellezza, la giovinezza.

Ma in cosa consiste l’eliminazione della sofferenza che perseguiamo? Forse ci spendiamo per ridurre l’ingiustizia sociale, causa di male e dolore, a livello locale e geopolitico? Non direi che l’impegno in questa direzione sia molto diffuso. Ci si lava semmai la coscienza con una donazione per l’Africa, o con un euro lasciato a un mendicante, ma non si permette alla nostra mente di toccare emotivamente, e neppure di pensare, né il proprio né l’altrui dolore.

Piuttosto, siamo inclini a pensare che nella nostra società ciascuno debba fare per sé, salvarsi da sé, trovare il modo per emergere e avere successo: chi soffre è un perdente. Questo modo di pensare (spesso impietoso anche nei confronti di noi stessi) ha vinto quando hanno perso slancio i movimenti sociali del dopoguerra e degli anni Sessanta e Settanta.

Essendo il benessere, e non più il dovere, scopo della vita, la persistenza del dolore, della sofferenza e dell’infelicità sono interpretati come residui arcaici, che la medicina e il progresso tecnologico possono e devono sopprimere, in un ideale di razionalizzazione perfetta del mondo. Il dolore fisico, quello psichico, la sofferenza originata nella storia familiare o sociale, tutto resta sullo sfondo, silente, senza diritto di cittadinanza.

In quanto residui, il dolore, il lutto, la malattia costituiscono zone d’ombra, luoghi di scarsa elaborazione culturale: “impensati” e impensabili. La sofferenza non dicibile diventa allora per l’individuo tabù, non-senso, realtà senza nome di cui ci si vergogna, intollerabile. Siamo probabilmente la prima società nella storia, come scrive Pascal Bruckner in un bel libro dal titolo L’Euphorie perpetuelle, in cui la gente è infelice di non essere abbastanza felice. Non riusciamo a specchiarci nella patinatura della pubblicità, e ci sentiamo inadeguati, imperfetti, sbagliati in qualche misura. Quel che accade è che, in barba al tentativo di negarlo, e forse proprio in virtù di tale tentativo, il dolore si moltiplica, spunta sempre di nuovo, come gramigna infestante, a livello individuale e sociale.

Espungere la sofferenza non è possibile: il tentativo di farlo ci ha allontanati dall’autentica umanità dell’uomo, che sta nell’assunzione della comune vulnerabilità e mortalità (e su questo ha scritto parole interessanti la femminista americana Judith Butler). Lo sforzo del diniego ha fatto sì che, a fronte dell’immenso progresso tecnologico, l’uomo non abbia compiuto un solo passo verso un più alto livello di umanità.

Occorre allora riprendere l’elaborazione culturale intorno all’umana sofferenza, e per farlo sono necessari alcuni cambiamenti di rotta nella mentalità comune.
Intanto, dobbiamo rivedere la nostra diffusa concezione dell’individuo come monade, entità semplice e unitaria, chiusa in se stessa e senza finestre sul mondo. In quest’ottica, infatti, ci illudiamo di poter essere indipendenti dagli altri, mentre è vero il contrario: ciascuno è strutturalmente in relazione con i suoi simili, e con il resto del pianeta, uomini e natura, non fosse altro perché è nato in un determinato paese, in una famiglia, in un contesto sociale, da cui non può prescindere, e che ne segna l’esistenza.

Se io fossi consapevole dell’interdipendenza degli esseri, dell’inter-essere (come lo definisce il monaco buddista vietnamita Tich Nath Han), saprei che parte della mia sofferenza è ineliminabile perché fa parte della mia storia, così come una quota di sofferenza fa parte anche di tutte le storie degli altri uomini: è la porta per poter provare compassione per sé e per gli altri.

Inoltre, occorre trovare nuovi modi per pensare e per condividere socialmente la sofferenza, adeguati al nostro mondo e al nostro tempo: comprendendola, dandole quindi un significato, è possibile farne un’opportunità di crescita personale. Per far questo dovremmo, appunto, stare nella ferita, guardarla, medicarla, averne cura, senza mettere in atto le innumerevoli strategie di fuga possibili, che ci fanno solo stare peggio, aprendo nel nostro intimo voragini di vuoto e rimandando l’approfondimento del nostro dolore a data da destinarsi.

Comprendere l’importanza dell’accoglimento della sofferenza è cruciale: non possiamo essere compassionevoli nei confronti degli altri se non accogliamo la nostra sofferenza. Molte e diverse correnti culturali parlano oggi, con terminologie diverse ma che curiosamente si intersecano, dell’esigenza di essere consapevoli di ciò che viviamo.

Ce lo insegnano le neuroscienze, ambito di studi interdisciplinare interessantissimo e ancora in crescita, che hanno, tra l’altro, contribuito a chiarire il funzionamento delle emozioni, e i gravi danni che derivano dal tentativo di ignorarle. Ce lo suggerisce la psicologia buddista, che ci chiede di stare nel dolore e di comprenderlo, per depotenziarlo. Ce lo confermano alcune correnti della psicologia occidentale più recente, che non a caso hanno messo al centro dell’attenzione le emozioni, e che ritengono che il processo di guarigione sia possibile se fondato sul ritorno al nostro sé bambino, sofferente, per accoglierlo e abbracciarlo come non è stato accolto da piccolo.

In conclusione, varrebbe la pena capire che senza la sofferenza non è possibile né un’autentica umanità, né la felicità stessa. E al contempo che, proprio nell’accoglimento della sofferenza esistenziale di ciascuno, siamo chiamati a vivere come scandalo la sofferenza inflitta, dovuta all’ingiustizia sociale e alla disuguaglianza.

Cosa ne pensate? Qual è il vostro rapporto con la vostra sofferenza esistenziale e con la sofferenza in genere?

19 Risposte a " Avere a che fare con la sofferenza: stare nella ferita è possibile? di Marina Sozzi "

  1. Teresa Righi Riva scrive:

    Trovo molto profonda questa meditazione sul dolore. E di questo la ringrazio. L’argomento mi tocca personalmente,ma addentrarmici qui non me la sento e sarebbe un dibattito lungo e impegnativo..come rimediare non so…faccio anch’io parte di “libera uscita” magari ci si incontra …

  2. D.D. scrive:

    Pensavo anch’io recentemente che il “progresso” tecnologico sta portando un regresso emotivo. Nella società vittoriana, il lutto per la morte di un genitore era come minimo di un anno, si comprendeva la necessità di prendersi del tempo (per i ricchi, ovviamente, però si capiva) . Io invece, in teoria avrei dovuto tornare al lavoro dopo quattro giorni dalla morte di mia madre e non sto parlando di ambienti poveri, ma di regole scritte del mio contratto di lavoro “privilegiato”.

    Visto che la velocita’ e l’utilitarismo mercantile sono alla base della nostra società, perché “perdere tempo” per la morte di un’anziana? Non “serve” a me, tantomeno al mio datore di lavoro che vuole che mi “renda utile”. Invece il dolore e la malattia ci spingono al di fuori dal mondo “normale”, ci obbligano a tempi diversi e più lenti.

    La velocità è una parte crudele della società odierna. Pur essendoci meno violenza diretta, c’è la discriminazione quasi impalpabile del malato, del vecchio, di chi è emotivamente o fisicamente vicino alla morte.

    Tempo fa lessi il libro di Hitchens, Mortality, e proprio all’inizio parla di come la scoperta di avere un cancro lo trasportò in un paese diverso e separato da quello dei normali. Da quando è morta mia madre mi sento anch’io “in transferta”, sia pur privilegiata, in un paese dove al momento devo risiedere.

    I primi giorni volevo scappare, stavo troppo male, pensavo di non riuscire più a ragionare in maniera coerente. Adesso, dopo un mese e mezzo, sto facendo conoscenza con il territorio. Rileggo libri sul funzionanento della mente, testi buddhisti, testi sul lutto. Guardo le foto della mamma, a volte piangendo, altre volte no. Sto cominciando ad accettare il fatto che mi tocchera’ vivere qui per un po’. Forse a lungo, ma con la speranza di diventare una persona – spero – migliore.

    L’unica cosa che mi disturba e’ un certo senso di isolamento dagli altri, i “normali” che vivono – o pensano di vivere – in un territorio sicuro dove non esistono sofferenza, vecchiaia, malattia e morte. L’uomo e’ un animale sociale e il conforto altrui mi è necessario.

  3. ferdinando garetto scrive:

    Proprio così: è un tema che più si condivide più allarga gli orizzonti e porta sempre “oltre”. Grazie a Marina Sozzi anche per la sua presenza al congresso di dialogo fra credenti e non credenti di pochi giorni fa a Castel Gandolfo. Partendo da una domanda “il senso nel dolore?” (a cui non abbiamo dato risposta, ovviamente) ci siamo addentrati in territori in parte inesplorati della comune umanità. Un’esperienza multiculturale e internazionale dai cinque continenti, ma anche di rapporti personali veri e autentici. Varrà la pena di continuare, è un bisogno di tanti, forse di tutti…

  4. sipuodiremorte scrive:

    Grazie Teresa, grazie D.D. per il prezioso contributo. Ricordiamo, però, che chi pensa di vivere in un territorio scevro da sofferenza spesso soffre, in modo diverso e non sempre meno acuto di chi è consapevole del proprio dolore. Occorre cambiare la mentalità, ed è lavoro lungo e dall’esito non certo. Ciascuno di noi può mettere solo qualche piccolo seme nella terra. A volte germoglia, a volte no.

    Grazie Ferdinando di aver ricordato in che contesto ha preso forma questo post. Il convegno del movimento dei focolari a Castel Gandolfo, interreligioso e internazionale, quest’anno ha messo l’accento proprio sul tema del dolore: “stare nella ferita” è stato il titolo del mio intervento. Devo molto, nella riflessione che sto facendo, a tutti i contributi e a tutte le testimonianze che ho ascoltato.

    • D.D. scrive:

      Non sapevo del convegno. C’e’ materiale disponibile sul “senso del dolore”? Chiedo perche’ è una delle domande che mi sto ponendo ultimamente e nei testi che leggo pare che le emozioni umane abbiano un senso nel contesto dell’evoluzione e di una società di “hunters/gatherers”, ma non trovo niente sullo sviluppo del dolore per lutto.

      Anzi, caso mai il contrario, perché se la malinconia può darci tempo per rallentare e riflettere, il dolore per un lutto, con la sua lacerante presenza non da’ tregua, non aiuta la riflessione e veramente non sembra servire a niente. Porta a raggiungere la conclusione che è meglio essere psicopatici e non affezionarsi a nessuno, piuttosto che soffrire in maniera così acuta, prolungata e inutile.

      L’unica alternativa a questa sofferenza è smorzare l’autocoscienza, l’egocentrismo e l’approccio soggettivo alla vita. Ma la realtà è filtrata dal mio punto di vista e la meditazione mi è sempre riuscita difficile, per cui, spengere la mente senza stordirla artificialmente risulta difficile,

  5. Roberto Tadei scrive:

    Cara Marina, mi sono ritrovato molto nel tuo scritto e l’ho molto apprezzato.
    L’accoglimento della sofferenza è fondamentale. Quando mi sono ammalato di cancro ho cercato di non considerarlo un nemico, ma un ospite scomodo con il quale dovevo comunque convivere e questo mi ha aiutato molto. La nostra disposizione mentale nei confronti della malattia, della morte e della sofferenza in generale condiziona fortemente anche il nostro stato fisico. Parli giustamente dell’uomo come di un animale sociale, che ha bisogno di relazionarsi con i suoi simili. Nella malattia, nella sofferenza, nel lutto la nostra ricerca di senso e di significato trova una risposta, a mio parere, nella riscoperta dei rapporti umani autentici. Un abbraccio, Roberto

  6. Stefania Gori scrive:

    Trovo giusto dire che prima di stare con gli altri bisogna comprendere il proprio dolore. Io non riesco. Il mio dolore mi ha chiuso in me stessa. Penso che gli altri non possono capirmi. E non voglio fare pena ciò che invece vedo nell’ facce della gente. Hai comunque ragione quando dici che alla società chi soffre fa paura. Molte persone quando mi vedono si girano. Hanno paura di affrontare il mio dolore. Grazie

  7. Marina Sozzi scrive:

    Grazie a tutti per i vostri commenti. Grazie Roberto.

    A D.D. vorrei dire che, nella mia esperienza, anche il dolore del lutto, come ogni dolore esistenziale, è suscettibile di essere trasformato in consapevolezza e in crescita. Però ci vuole tempo, e occorre accogliere la sofferenza che c’è, e anche il fatto che appaia (o sia) lacerante e senza senso. Forse, la solitudine con cui spesso si affronta questo dolore non aiuta. Non so dove lei abiti, le ricordo che Infine Onlus ha un progetto gratuito di sostegno alle persone in lutto, volto alla condivisione e alla consapevolezza. Altre iniziative simili esistono anche in altre città d’Italia.

    Stefania, credo che lei abbia ragione nel notare la difficoltà degli altri ad accogliere il suo dolore. E’ una difficoltà molto diffusa nella nostra cultura. Viene spontaneo chiudersi e pensare di non poter essere capiti. E’ bene però non sottovalutare che talvolta noi non aiutiamo gli altri a capirci, perché siamo i primi a fuggire e a non affrontare il dolore. Non so se sia il suo caso, ma anche a lei mi viene spontaneo suggerire: chieda aiuto. Non è disdicevole avere bisogno di aiuto, anzi, è segno di maturità.

  8. Paola scrive:

    Grazie infinite, finalmente un pensiero cui mi sento di aderire totalmente,
    Paola

  9. Giovanni scrive:

    Cara Marina, mi viene da dire: grazie! Finalmente si centra un problema troppo a lungo accantonato. Perchè, oltre le teorie, le spiegazioni, indagini sociologiche, storiche e scientifiche sulla morte e la sua rimozione, oltre la razionalità, c’è il “vissuto”, ci sono il dolore, il male di vivere, l’infelicità, così come esistono le emozioni, anzi “resistono” anche là – anzi soprattutto – dove vengono negate, rifiutate o rimosse.
    “Stare nella ferita”, posso dire dalla mia storia, si può, di più: è necessario, perchè se non accolgo la mia sofferenza non posso accogliere nemmeno quella degli altri. Come dici tu, non siamo delle “monadi”: se siamo consapevoli del nostro dolore, se lo accettiamo, il tasso di empatia ci porta a capire e farci capire e ad aiutare anche gli altri.
    Non vorrei raccontare tutta quanta la mia storia (l’ho già fatto altrove), ma occuperò comunque un po’ del vostro spazio. Il più brevemente possibile, posso dire che nella mia infanzia che per anni ho rimpianto come l’Eden perduto, esisteva un buco nero. Un anno e mezzo dopo la mia nascita è venuto al mondo mio fratello, gravemente disabile. I mesi e gli anni seguenti hanno coinvolto lui e mia madre in una lunga crisi innanzitutto di salute (per mia madre anche di depressione) che mi hanno allontanato da lei. Questo precoce abbandono, direi anzi questa mia morte precoce, hanno segnato la mia vita, oltre al fatto che, anche dopo, tutti le attenzioni e gli affetti si sono concentrati sempre su mio fratello. Sono cresciuto come un essere troppo sensibile e profondamente ferito, ma chiuso nella corazza della timidezza e nella facciata, imposta, del bravo ragazzo, mentre in me covavano ribellione e malessere. Malessere che si amplificava ancora nelle perdite, nei lutti. A 6 anni ho passato notti insonni per la morte della gatta di casa. A 18 la morte di una zia e uno zio per brutte/improvvise malattie mi hanno fatto perdere una fede che credevo salda. A 28 ho perso mio padre e, anche se in quell’anno ho incontrato il mio compagno, il lutto derivato da un rapporto irrisolto, segnato da profonda ambivalenza e incomunicabilità è durato decenni. A 35 sono crollato e sono finito in analisi, anche perchè l’omosessualità all’epoca si poteva anche vivere, anche in coppia, ma lo stigma sociale era insostenibile: si finiva per introiettarlo e per sentirsi colpevoli come dei paria, dei fuorilegge. Ne sono uscito con una chiave in mano: quella della porta della mia sofferenza, una porta che mi ha aperto a me stesso ma anche agli altri. Da allora ho lasciato la mia ferita sanguinare, ma l’ho mescolata col sangue degli altri. E ho cominciato a parlare.
    Devo dire che già a scuola facevo il tifo per i Troiani contro i Greci, preferivo le squadre di calcio minori a quelle sempre vincenti. Non ho mai avuto paura – nemmeno prima dell’analisi – del lutto altrui: tallonavo, stanavo le persone per star loro vicino. Le sentivo compagne di viaggio, fratelli nella sofferenza. Ho solidarizzato con tutti i “diversi”: ebrei, gay, neri, indios, pellerossa, migranti. Ho saputo chiedere e trovare aiuto non solo nel mio analista, ma anche, recentemente, in un gruppo di sostegno per fratelli e sorelle di disabili. Per ridimensionare il mio “piccolo” dolore (così piccolo davanti a tanti disastri dell’umanità, non bisogna mai dimenticarlo), ho letto molto di psicoanalisi, moltissimo delle stragi del ‘900 (ma anche della tragica conquista delle Americhe), dai lager nazisti ai gulag e alle deportazioni comuniste in URSS e in Cina, ai saggi e la narrativa ebraica e russa sui sopravvissuti, ai desaparecidos in Cile e in Argentina. Ho avuto la fortuna di poter viaggiare molto, un po’ in tutto il mondo, amando di più i paesi più poveri ma anche più fieri e al tempo stesso più fragili e miti, come l’India, la Birmania, il Tibet, il Mali, e le città con una storia più tragica ma riconvertita in bellezza, come Berlino e Praga. Mi sono innamorato dell’Oriente, dal buddismo all’induismo al Giappone, dove l’ego non è così imperante, dove ci si piega di più alle leggi della natura e dell’impermanenza delle cose e si pratica la compassione, ma non rinnegando mai la mia origine occidentale. Ho amato l’arte, il teatro, il cinema, che a loro volta aiutano a comprendere e a conoscere la bellezza pur nella sofferenza del vivere. Non ho smesso mai di cercare di conoscere e capire gli altri e attraverso gli altri me stesso. Volevo soprattutto capire fin dove l’essere umano può arrivare nella crudeltà e nella violenza, cercavo di interpellare il Male (quello umano e quello metafisico, senza mai venirne a capo) e, dall’altra parte rendere omaggio al coraggio di altri esseri umani che ce l’hanno fatta a resistere nelle situazioni più estreme, trovando la forza di mantenere la propria dignità, di testimoniare, e anche – se mai possibile – di risorgere – la famosa “resilienza” -, mentre la loro storia, la loro identità stessa era un’enorme, insanabile ferita. Auschwitz è stata una meta imprescindibile. Scrittori come Primo Levi, Semprun, Amery, Kertesz, Vasilij Grossman, Salamov, Svetlana Aleksievic, Herta Muller, Galeano e fra i filosofi il grande Cioran, ma anche Amos Oz, Philip Roth, e prima ancora da Dostoevsky a Kafka a Proust a Virginia Woolf, alla Yourcenar a Elsa Morante, mi hanno forgiato e fatto capire che la vita non è mai una passeggiata, ma è sempre venata di ferite se non violenze e umiliazioni, e in un attimo può trasformarsi in tragedia. Da questo si può ricostruire ancora una storia, così come si può perdere la vita, che è così fragile ed esposta. Mi sento parte appieno e pienamente partecipe dell’umanità, passo buona parte della giornata a leggere il giornale su questo mondo in crisi, impazzito e sempre più travagliato. Non dimentico, per citare a caso quelli che mi hanno più colpito nell’orticello Italia, i giovani Ilaria Alpi, Stefano Cucchi, Valeria Solesin, Giulio Regeni, e i loro genitori e fratelli e sorelle. Non posso tirarmi indietro, sento un dovere morale di solidarietà e partecipazione in quanto essere umano, di fronte alle testimonianze dell’orrore, dei soprusi, della violenza, o anche, semplicemente, del dolore, ma anche della dignità altrui. E’ un dato che ci accomuna, perchè, anche se negata, la resa dei conti arriva per tutti: nè la sofferenza, nè la morte sono rimandabili all’infinito. In poche parole la mia fragilità e la mia ferita è diventata pane da condividere, la mia guida e perfino la mia forza.
    Nel frattempo a 50 anni sentivo che presto una porta si sarebbe chiusa: ho moltiplicato i viaggi, gli interessi, le energie. Infatti, a 53, è arrivato il cancro. E con quello il peggioramento di mio fratello, e di mia madre che per una decina di anni mi hanno portato ad essere caregiver di due disabili che mi giocavano anche contro (mia madre per la demenza, mio fratello per il suo carattere infantile e testardo); in più dovevo stare là, dimenticando la mia salute, dove la situazione simbiotica fra mia madre e mio fratello mi riportava continuamente alla mia ferita di sempre. Infine la morte di mia madre, che ho condotto in porto con estremo dolore, ma anche – posso dirlo – con la sensazione di aver fatto tutto quello che dovevo e potevo. Ho fatto pace con lei e, a ritroso, anche con mio padre. Dopo infiniti sforzi per trovare una situazione stabile per mio fratello con le sue dinamiche perverse e contraddittorie, lo lascio, per forza di cose, in mani altrui….
    Il cancro forse non è arrivato per caso: troppo stress, troppa sofferenza, ma non mi sono mai chiesto perché proprio a me? succede a molti, troppi. Il mio senso di immortalità e onnipotenza sono crollati. Sono tornato in crisi, ma oltre a leggere tantissimo di malattie e mortalità (lì, fra molto altro, ho incontrato i libri di Marina), ho preso a scrivere. Scrivevo, inconsciamente, come autoterapia. Dopo 7 anni il cancro è tornato con la recidiva. Le ultime prospettive lasciano poche speranze e non molto tempo, misurabile in mesi, forse un anno, forse qualcosa in più. Allora ci si volge indietro e si cerca di ripercorrere la propria vita e di abbracciarla. Ho scritto due libri autobiografici più un saggio sulla morte: i primi due sono depositati presso l’Archivio diaristico nazionale: a Pieve Santo Stefano ci sono persone meravigliose che, in tutta semplicità, accolgono le storie di tutti, a comporre un mosaico minore – ma non meno importante – dell storia del nostro paese. Qualcuno ha commentato che sono una persona timida ma tenace e determinata: mi ha fatto piacere perché mi hanno capito, e del resto so che è un’eredità di mia madre: lei non era timida ma altrettanto fragile e altrettanto tenace e determinata. Si può pensare: è stata una fatica, ma è stato anche bello, è stata una conquista ma anche una fortuna: non dare mai nulla per scontato. Alla mia vita ho dato un senso grazie al mio prossimo perchè da sola non l’aveva, e posso anche dire che l’ho vissuta, anche se molte cose restano in sospeso e mi piacerebbe ancora continuare a conoscere ed esplorare. Bisogna lasciare anche qualcosa di incompiuto per quelli che restano, perché il cammino continui in altri. Gli amici vicini ci sono ancora, altri si sono persi, per paura o per viltà: non li rimpiango. Ho anche un amico giovane che per me è come un figlio: credo di avergli lasciato più che qualcosa oltre l’affetto, che con lui può continuare. Mi resta l’ultimo scoglio, ed è ancora un abbandono: avrei preferito sopravvivere al mio compagno non per egoismo ma perchè forse me la sarei cavata meglio, ma forse anche no: chi può prevedere il dopo?. Questo stringerci l’un l’altro rassicura, ma rattrista anche, perchè la vita, la morte, impongono distacchi, e questo starsi vicini ci salva e ci accompagna ma li rende più dolorosi. Ogni affetto vero comporta un anelito di salvezza verso l’altro: ma contiene in sé anche il seme della perdita. Dura lex, sed lex. E questo è tutt’ora – nonostante tutto – quello che mi fa più male. Ma a morire ce la fanno tutti: occorre solo lasciar andare: scendere a patti e arrendersi all’ineluttabile non è un disonore, è un prendere atto delle cose che governano il mondo. Ce la farò anch’io a farlo con dignità: me lo auguro. Con la dignità che intendo io: niente calvari, niente accanimenti terapeutici. Non vorrei dare l’impressione di aver dipinto un autoritratto celebrativo: per chi non l’avesse capito, sto soltanto facendomi coraggio da solo: non esiste vero coraggio se non si riconosce la propria paura…
    Mi unisco a Marina nel dire a Stefania e D.D.: fatevi aiutare, finchè c’è vita uscire dalla sofferenza si può ma solo accogliendola come parte della nostra storia, e uscendone ci si apre anche di più agli altri. Grazie dell’ascolto, grazie a questo blog così prezioso, grazie a Marina, e anche a Davide, verso cui ho avuto qualche disputa ma anche molta stima. Posso dire che per questo blog, su cui ho tanto scritto (per voi ma anche per me, per chiarirmi su questi temi-cardine), questo è il mio intervento definitivo, se volete il mio testamento. Vi leggerò ancora, magari interverrò ancora, ma non più in questi termini… così definitivi. Ma chi può dirlo? Inshallah!

    • D.D. scrive:

      Giovanni, grazie per aver condiviso la tua storia che ho trovato interessante. La vita non risparmia nessuno, ma e’ anche vero che alcuni di noi hanno prove meno dure e altri devono vivere nella sofferenza molto più a lungo. Qualcuno trova conforto nell’idea che “ogni cosa ha un senso o succede per una ragione”. Per me e’ assurdo pensare che la sofferenza abbia una ragione o che alcuni debbano essere colpiti molto più duramente degli altri per “ragioni” misteriose.

      Io mi reputo una persona fortunata. A volte penso che la sofferenza per la scomparsa dei miei, anziani e in pessime condizioni, sia perfino eccessiva, considerando quanto succede al mondo e quante vite vengono distrutte in maniera precoce e ben peggiore.

      Ma non si può fare una “classifica” della sofferenza e stabilire chi soffre di più, meglio o non abbastanza. L’unica cosa che il lutto mi ha insegnato – finora – e che se vive abbastanza a lungo, prima o poi bisogna fare i conti con la perdita: di amici, parenti, genitori, della salute, dell’indipendenza, etc…

      Avevo gia’ letto dei testi buddisti in proposito, ma e’ proprio vero che tra la teoria e la pratica c’e’ un’enorme differenza. Forse il segreto per dare un senso alla sofferenza e’ di accettare che sia inevitabile e imparare a lasciare andare….

      Concludendo, mi e’ parsa molto bella l’idea di dare i tuoi libri all’Archivio diacritico. Non sapevo nemmeno che esistesse. Mi pare un modo bello e degno di donare parte di noi alla storia. Ti auguro il meglio che sia possibile e spero di leggere ancora i tuoi interventi.

  10. Elena scrive:

    Vi ringrazio per questo articolo, che tocca un argomento davvero cruciale.
    Per prima cosa, vorrei dare un grande abbraccio a Giovanni, che ha raccontato le numerose difficoltà e i dolori della sua vita, lasciando intravedere un animo davvero sensibile ed empatico….non so quale sarà il tuo futuro, o quanto durerà. Nemmeno chi non ha una malattia come la tua può saperlo, proprio perché la vita è imprevedibile e il dolore spesso arriva senza avvisare.
    Cercare di eliminarlo, di girarsi dall’altra parte per non vederlo è però davvero uno dei grandi mali del nostro tempo.
    Anch’io vorrei non averlo conosciuto. Quando ero adolescente mi reputavo una persona felice, con una famiglia che mi amava, pur con i suoi problemi, senza aver sperimentato perdite di persone care o malattie.
    Ora che anch’io sono stata toccata dal lutto in modo drammatico, rimpiango quei tempi, e mi piacerebbe non dover sentire il dolore. Ma so anche che mi ha insegnato ad essere più empatica e vicina alle altre persone, e a comprendere cosa davvero ha importanza e cosa no.
    A D.D. dico che la capisco perfettamente, sono passati quasi 4 anni da quando è morto mio fratello e poco meno da quando è mancato mio papà: quando penso a loro, piango e mi rattristo, ma sono anche grata per quello che ho avuto e so che loro vorrebbero che vivessi pienamente, perché erano persone che andavano sempre avanti. Coraggio!

    • D.D. scrive:

      Grazie Elena. Proprio perche’ nessuno sa cosa ci riserva il futuro, a volte mi sembra assurdo restare stordita dalla sofferenza e in un certo senso”sprecare” momenti che non torneranno più. Mi sembra di compiere un delitto contro la vita e so benissimo che mia madre non vorrebbe vedermi piangere cosi’ spesso.

      Sembra una frase banale, ma e’ verissimo che le persone che ci amano veramente non vorrebbero vederci soffrire. Ma al momento sono ancora in fase critica. Per due notti di seguito ho sognato che mia mamma era viva e che la notizia della sua morte era una falsità. La rivedevo com’era vent’anni fa e mi indignavo perché’ mi avevano detto che era morta. Poi mi sveglio e capisco che invece e’ vero il contrario… non posso controllare l’inconscio. per ora vado avanti cosi’, cercando di essere indulgente con le mie oscillazioni emotive, evitando l’eccesso di autoanalisi.

      Cerco di spostare l’attenzione su quanto ho avuto e quanto sono sono stata fortunata, invece che su quello che e’ perso….

      • Elena scrive:

        D.D. la tua mamma è mancata solo da un mese e mezzo? E’ un tempo piccolissimo per venire a patti con il dolore, ci vuole molto molto più tempo e comunque una parte di quella perdita non cambia mai, si impara solo a conviverci. Perché la verità è che dopo la morte di una persona cara la vita cambia per sempre, non si potranno più fare le cose di prima perché non si potrà più vedere quella persona ( per lo meno per chi non crede in un aldilà) e per alcuni abituarsi a questi cambiamenti radicali è molto più difficile…

        • D.D. scrive:

          Grazie Elena, so che ci vuole tempo. Solo che non pensavo sarei stata così male. Cerco di adattarmi alla vita del “dopo”. Ma la vita è fatta di talmente tanti momenti piccoli ma importanti che doverla ricomporre, quando mancano dei pezzi, sembra un’impresa disperata.

          Come volere completare un puzzle quando già sappuamo che parte dei pezzi è andata perduta. Noi siamo composti anche dai rapporti con chi ci ama. Quando loro muoiono, si portano via una parte di noi. Da qui anche la parte narcisistica, ma inevitabile, del lutto.

          La mamma era una parte di me – anche mio padre, nonostante i conflitti – adesso mi sembra di cominciare a diventare trasparente, a perdere realtà. Comincio a sparire anch’io, quindi devo inserirmi di nuovo nella realtà, ma mi manca l’energa.

  11. Giovanni scrive:

    Grazie a D.D. e a Elena per le parole affettuose. Riguardo al lutto, vorrei citare un concetto di Freud che può anche risultare antipatico. Il lutto per una persona cara è considerato da lui “una ferita narcisistica”, nel senso che non si soffre per chi non c’è più, ma per noi stessi che siamo stati abbandonati. Per questo ho sottolineato come un abbandono precoce abbia molto segnato la mia storia e mi abbia creato difficoltà nell’affrontare ogni sorta di abbandono: sopratutto la morte. Questo dato non diminuisce il dolore, ma ci rende almeno più consapevoli.
    E’ vero, fare un classifica delle sofferenze è cosa inutile, ma serve innanzitutto a ridimensionare, a capire che nella vita c’è anche quello, che comunque è ineliminabile e che ci sono catastrofi ben più devastanti nel mondo. Fare i conti con il Male, spesso gratuito – si pensi ai terremoti recenti, alle guerre e al fenomeno dei migranti, alle vittime del terrorismo, alle continue violenze sulle donne -, è un processo che non finisce mai, nè per lo più vi si trova senso alcuno. Però, se ho citato scrittori e superstiti di molti disastri della Storia, è per far capire che il dolore, se non uccide, se si trova il coraggio di accoglierlo ed elaborarlo – con qualunque mezzo: il dialogo (anche con un gruppo, o un professionista, se occorre), la condivisione, la scrittura, la creazione artistica ,- può renderci persone più ricche, adulte, sensibili ed empatiche verso quello degli altri. C’è chi lo nega e lo allontana, ed è più facile: c’è chi capisce e può essere un nuovo compagno di viaggio, cui ci lega un’umanità vissuta non più in superficie ma nel suo significato più complesso e profondo.
    Un abbraccio a entrambe.

    • Elena scrive:

      Caro Giovanni, pensa che io invece non soffro per essere stata abbandonata ma soffro per non sapere dove sono mio papà e mio fratello. Se sapessi con certezza, perché purtroppo la fede in questo caso è per me una speranza e non ancora una certezza, che loro sono felici in un altro luogo, questo lenirebbe di molto il mio dolore. Invece sapere che hanno sofferto, mio padre per la sua malattia, mio fratello per il suo incidente stradale nel quale è rimasto ucciso senza che nessuno fosse vicino a lui, o che non esista più nulla di loro, ecco questo mi annienta e mi addolora. Poi chiaro che mi mancano ed è buffo perché ad esempio mio fratello era molto impegnato con il suo lavoro, ci vedevamo poco e sentivamo poco, ma da quando è mancato non c’è giorno che non mi manchi

  12. Giovanni scrive:

    Cara Elena, capisco. Io non sono credente: non ateo, ma agnostico pessimista. Eppure, nel mio immaginario, mia madre e mio padre sono riuniti in una qualche dimensione (li ho pure sognati che si reincontravano felicemente), finalmente in pace dopo una vita tanto tribolata per il problema di mio fratello disabile. Questa “reverie” è evidentemente solo mia, perchè, oltretutto, razionalmente, penso che dopo non ci sia proprio niente. Della mia vita se n’è andato un pezzetto grande che è la presenza fisica, quotidiana. Eppure sono qui, introiettati dentro di me e anch’io, a distanza di 5 anni dalla morte di mia madre, dopo molto dolore e molto lavoro (il libro dedicato a lei), sono in pace. Questa è, in fondo, quella che si chiama “l’elaborazione del lutto”. Dai tempo al tempo, è nel tuo cuore, pur ferito, che li ritroverai, e sarà una ricchezza che farà più adulta la tua persona

    • D.D. scrive:

      Giovanni, ci ho pensato anch’io al lato narcisistico del lutto. Soffro perché qualcosa manca dalla mia vita, mentre mia mamma stava male già da mesi e l’opinione di amici e conoscenti è stata – ovviamente – “meglio così per lei, non era una vita dignitosa”.

      Non so che dire a riguardo: la mamma aveva avuto un infarto, le capacità fisiche ementali sempre più ridotte, a cui si era aggiunta l’incontinenza che la umiliava molto. Non voleva più mangiare e nelle ultime settimane si era distaccata sempre più da noi. Avevamo capito che la persona amorevole e affettuosa che conoscevamo era già “partita”.

      Però quando è morta non ho provato alcun “sollievo” per la fine delle sue sofferenze. Solo un vuoto e un’angoscia enorme. Si tratta di narcisismo? Può darsi… infatti spesso mi chiedo (e mi sforzo di pensare) che dovrei essere felice per tutto il tempo passato insieme. Per la fortuna di avere avuto una madre come lei. Per non vederla più umiliata e depressa come alla fine.

      Non so come immaginarla adesso. Spero che la sua mamma e i nostri gatti l’abbiano accolta in un’altra dimensione (se esiste). Quanto a mio padre, l’altro problema era che fino alla fine ci ha creato non pochi problemi e i rapporti con la mamma erano pessimi….

      Insomma, mi pare che ognuno abbia della situazioni diverse e cerchi di riconciliarsi con un’idea irriconciliabile a modo suo. Purché funzioni….

      PS scusa se mi sono inserita nel post per Elena

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