A che punto siamo con la negazione della morte? Seconda puntata, Il lutto, di Marina Sozzi

Prendo spunto da una lettera pubblicata recentemente su Famiglia Cristiana. Il titolo era: Mandata in vacanza per nascondere la morte di papà. È la storia di una famiglia che ha subìto la grave perdita di un giovane padre, morto in un incidente in montagna. La bambina è stata allontanata da casa e inviata da amici, per tenerla distante dal momento doloroso dei riti e della disperazione. Ora la bimba tornerà a casa, ignara, non troverà più il padre, e la madre, devastata dal lutto, non sa come parlare alla figlia. La lettera era di un’amica di famiglia, che chiedeva consiglio ad Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta.  C’è infatti spaesamento sul comportamento da tenere in tragedie come questa, e l’esigenza di affidarsi a competenze psicologiche. Abbiamo delegato la gestione della morte alla medicina, e quella del lutto alla psicologia.

La bella risposta di Pellai è riassumibile in queste parole: “La mamma deve progressivamente sentirsi in grado di far arrivare alla sua bambina il messaggio: anche se ci è successa una cosa bruttissima, io e te abbiamo un futuro. La vita rimane aperta davanti a noi.”

Su questa storia triste resta però un’analisi da fare che non è psicologica: dobbiamo riflettere sulla difficoltà che abbiamo a condividere il dolore, la morte, il lutto, in famiglia e nella maggior parte degli ambienti sociali. La cosa che più colpisce è che sia stato ritenuto giusto impedire a questa bambina di salutare suo padre e di piangere insieme a sua madre, a causa di un malinteso sentimento di protezione, che forse ha creato a quella bimba ancora più sofferenza.

Ciò che ci interessa, però, al di là del caso specifico, è che lo spettacolo della morte sia ancora troppo spesso pensato come impossibile da sostenere, per gli adulti e a maggior ragione per i bambini. La situazione non pare migliorata negli ultimi vent’anni, a causa forse del processo di frammentazione sociale, o forse dei martellanti valori della nostra epoca, benessere, dinamismo, giovinezza, salute, spensieratezza.

Chi subisce una perdita continua a sentirsi molto isolato. Le relazioni precedenti spesso si allentano, e solo talvolta accade di costruirne di nuove. Tuttavia, chiedere aiuto è difficile, sia perché menzionare il tema della perdita è poco accettato, sia per il diffuso ritegno ad ammettere di non riuscire a superare da soli lo sconquasso che il lutto porta nella vita. Peraltro, l’aiuto disponibile è scarso, assente in molte realtà del nostro paese. Le poche associazioni che si occupano di sostegno al lutto, con gruppi condotti o di auto mutuo aiuto, difficilmente sono finanziate e non sempre riescono a offrire risorse di qualità. Erroneamente, i progetti sul lutto sono ritenuti a scarso impatto sociale sia dagli enti pubblici sia dalle fondazioni di erogazione. Eppure, non si tratta solo del dolore individuale (e non sarebbe irrilevante), ma di giornate di lavoro saltate, di maggiori rischi per la salute, di grave solitudine soprattutto per molti anziani.

Il nostro disagio nei confronti del lutto si rende evidente anche attraverso l’assimilazione del lutto a una patologia: chi non riesce a tornare al lavoro si fa scrivere dal suo medico un periodo di mutua (che è un’istituzione che copre gli episodi di malattia); il lutto è stato inoltre inserito nel DSM, ossia nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. E, secondo uno dei paradossi da cui è attraversata la nostra cultura, il dolente viene visto come un malato, ma nulla viene fatto per prevenire i lutti bloccati o patologici.

C’è chi sostiene, come ad esempio Marzio Barbagli (Alla fine della vita), che oggi l’elaborazione del lutto avvenga attraverso i social network e i siti dedicati. Davide Sisto (La morte si fa social) si interroga sul significato e sull’utilità delle comunità virtuali di sostegno, e con cauto ottimismo segnala il forte incremento delle interazioni, sulla pagina Facebook dei dolenti, di messaggi volti a sostenerli.

Dal mio punto di vista, pur cogliendo questi segnali che provengono dal mondo virtuale, occorre comprendere perché si riesca a manifestare vicinanza a una persona in lutto solo da dietro lo schermo del proprio computer o smartphone, e che si provi invece un forte senso di inadeguatezza (cosa gli dico, come mi comporto?) quando si incontra per strada quello stesso dolente al quale si sono scritte parole di cordoglio e supporto.

Il fenomeno di una comunicazione che passa soprattutto attraverso il web e i social network è, mi rendo conto, generalizzato, e non è certo applicabile solo al lutto. E’ vero senz’altro che queste iniziative online possono essere utili, come succedanee delle comunità reali che si sono frantumate e non funzionano più. Purtroppo, nel dolore, nella solitudine di chi ha perso un congiunto, la modalità virtuale non è sufficiente, perché, al contrario, ciò che aiuta è la presenza fisica degli altri, i loro visi e sorrisi, il tempo dedicato, le emozioni, il contatto.

Occorre, probabilmente, un nuovo codice comunicativo, una sorta di nuovo galateo, che permetta agli individui l’incontro con chi soffre nella società reale, e riduca il timore di essere fuori luogo o di non avere nulla da dire. Bisogna infrangere l’idea che la sofferenza non sia affrontabile, sia esorbitante le capacità umane, perché tutti possano averne meno paura, e trovare un modo per stringersi l’un altro nella cattiva sorte, come richiede la nostra stessa storia evolutiva.

Cosa ne pensate? Vi è capitato di sentirvi particolarmente soli dopo una perdita? Avreste desiderato maggiore vicinanza dai vostri familiari o amici? Utilizzate molto i social network per fare le condoglianze? E per parlare del vostro lutto?

6 Risposte a " A che punto siamo con la negazione della morte? Seconda puntata, Il lutto, di Marina Sozzi "

  1. vera Mornatta scrive:

    Ritengo che più di un nuovo codice comunicativo occorra una riscoperta della capacità di compassione fisica: tornare ad avere “il coraggio” di stare vicino a chi soffre senza dover necessariamente dire qualcosa. Uno sguardo, un gesto, il prendere tra le proprie la mano di chi sta soffrendo e lasciar fluire tra le dita il nostro affetto, il nostro cordoglio.
    In un mondo dove si deve per forza dire qualcosa, non si sa più mostrare un silenzio empatico e composto.
    Purtroppo molti di fronte alla sofferenza altrui, e soprattutto alla morte, provano un imbarazzo ed un nervosismo scomposio e dannosi… e così ci si sente ancor più soli e dolenti!

  2. Davide Sisto scrive:

    Come ben sai, il mio cauto ottimismo probabilmente è – anche – generazionale. In fondo, l’abitudine a utilizzare i mezzi del web per comunicare in vita porta anche a cogliere i vantaggi della comunicazione in presenza della morte e, dunque, del lutto. Sono, per esempio, convinto che per le generazioni più giovani, nate – bene o male – con gli smartphone tra le mani, proprio questi mezzi digitali possono essere uno spunto importante per ripensare il nostro rapporto con la morte e con il lutto. Accanto a ciò si pone un grande problema: perché siamo sempre meno capaci di comunicare e creare comunità mediante la presenza fisica? Perché abbiamo allontanato in modo così potente il corpo dalle nostre relazioni? Il processo è stato graduale e questo rende senza ombra di dubbio la nostra esistenza monca e malinconica. Perché alla fine, in tutte le situazioni che contano davvero, la presenza corporea è fondamentale. Eppure ci imbarazza. Temo, per un pessimismo innato, che il corpo sarà sempre meno presente con il passare degli anni. Quando, in realtà, occorrerebbe coniugare i vantaggi di una comunicazione virtuale per migliorare la nostra convivenza “corporea”. Questo nella realtà di tutti i giorni e ancor più in presenza del lutto. In definitiva, pur essendo rispetto a te più ottimista nei confronti della comunicazione via social, condivido i tuoi dubbi a riguardo.

  3. Marina Sozzi scrive:

    E’ vero. Sia il commento di Davide che quello di Vera vanno sostanzialmente nella medesima direzione. Le ragioni di questa scomparsa del corpo dalle relazioni sono senz’altro molte, e spesso imputabili all’uso della tecnologia. Ma non solo, a mio parere: in parte si tratta di qualcosa che viene da più lontano, dall’urbanizzazione, dalla famiglia divenuta nucleare, dall’evoluzione dei costumi raccontata da Norbert Elias: la civiltà delle buone maniere, estremizzata nel Novecento, fondata sulla privacy e sul rispetto dell’intimità altrui; e inoltre da quella frammentazione così ben descritta da Bauman. L’anonimato delle nostre società urbane, troppo grandi perché sia possibile conoscersi all’interno, ha ristretto il numero delle persone con cui si ha un contatto anche fisico, e l’abitudine a usare i social network fa il resto.
    Se poi questa situazione si intreccia con una realtà negata, il dolore, la morte, il lutto, la distanza corporea diventa una potente difesa, a cui facciamo fatica a rinunciare.

  4. Claudia scrive:

    Scopro questo blog solo oggi, e menomale che esiste! Grazie cari autori, grazie.
    Ho quasi quarant’anni eho perso mio padre all’età di sedici per un tumore che lo ha fatto soffrire per anni. Quando lui è morto mi sono sentita sola, una solitudine che credo di portari dentro anche oggi e che non mi abbandonerà mai. Mi sentii sola non perché i miei non mi fossero vicini, ma percvhé credo che ognuno abbia vissuto quella perdita in modo diverso, e questo ha portato a non essere proprio vicinissimi. Mia madre er distrutta, lo aveva assistito costantemente, i miei nonni, ovvero genitori di mio padre, anziani ma ancora in forze erano devastati, e mia sorella, come me, giovane figlia senza più il padre.
    Oggi che vi scrivo anche i miei nonni sono morti, e purtroppo mia mamma invecchia. Allora ci furono un po’ di amici, ne avevo certo, ero una ragazzina. Oggi ne ho pochissimi, e chissà, non so dire sei nei momenti di vero dolore ci sarebbero, perché spesso ci si allontana anziché avvicinarsi.
    Non faccio spesso le condoglianze sui social, non mi piace molto, e qundo anche mia nonna è morta ho evitato questi mezzi. Hoi avvertito le persone più vicine tramite messaggio o telefonando. Forse può sembraare che tanta gente ci stia vicino se lo pubblichiamo su facebook, ma in realtà si alimenta solo la lontanaza tra le persone, secondo me.

  5. Luciano scrive:

    L’ho pubblicato nella rubrica ” quando il lutto non vuole finire”, lo ripropongo.

    Voi che provate il dolore straziante del “distacco”, la separazione dall’amata, dall’amato, leggete: vi sentirete meglio.
    Ho dato fondo alle esperienze e riflessioni di chi ha vissuto anche 2000 anni fa.
    Sono approdato per caso alla lettura, nel tentativo di trovare una spiegazione sul perche’, dopo aver tenuto il capo dell’amata, priva di vita, adagiato sul braccio, accarezzandola e coprendola di baci, lacrime e parole di disperazione,poi, giunto il momento della separazione, da allora non ho provato alcuna sensazione di timore, di negativita’ verso la morte. Anzi.

    La morte è requie dalle impressioni dei sensi e dagli impulsi che ti fanno muovere come una marionetta.
    Adatta te stesso alle cose a cui la sorte ti ha assegnato. E ama, ma veramente, gli uomini coi quali il destino ti ha unito. ( Marco Tullio)
    Requie: Riposo, calma, pace, nelle fatiche e nelle sofferenze fisiche o morali.
    La ruota è un cerchio, una circonferenza che può essere tracciata solo in modo tale che l’inizio corrisponda alla fine e se la si segue in continuazione non si trova mai un estremo, un termine ultimo.
    Ciò, fuor di metafora, significa che ogni cosa che muore rinasce in altra forma o in un’altra dimensione da sempre per sempre
    Così anche per l’uomo che quando muore in questo mondo rinasce in un altro mondo e quando muore in quello nasce di nuovo in questo.
    Se con la morte, infatti, la coscienza si stacca, si separa, da questo mondo materiale, l’anima ‘nasce’ contemporaneamente, cioè ‘compare’, ‘risorge’ nella dimensione spirituale.
    E quando poi, esaurita l’esperienza oltremondana, ritorna alla vita in questo mondo, si ‘re-incarna’ è costretta a ‘morire’ in quel mondo spirituale, cioè ad abbandonarlo ‘precipitando’ nel mondo delle forme materiali.
    Questo è il ciclo della ‘metempsicosi’(metempsýchosis) o ‘metensomatosi’ (metensomátosis), termini che letteralmente significano che l’anima, alternativamente, va oltre (metà) il corpo con la morte ‘fisica’ e poi vi ritorna (la preposizione èn corrisponde al latino in) con la morte ‘psichica’.
    Nella concezione ciclica del mito, sia cosmologica che antropologica, vale il principio sotteso che ‘nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma nella Ruota del Tempo’ per cui il Mistero della Vita è lo stesso che quello della Morte. Per questo chi non conosce la Vita non conosce neanche la Morte e viceversa perché ogni Inizio è anche, per altri versi, una Fine.
    I racconti mitologici legati, poi, alle tre Parche non fanno altro che sottolineare ed insegnare la precarietà della condizione umana: Cloto, Láchesi ed Atropo, divinità oltremondane, presiedono al destino degli individui: la prima fila, la seconda avvolge il filo all’aspo, la terza lo recide imprevedibilmente.
    Il mito ‘insegna’, insomma, che la Natura è regolata da leggi inesorabili e da una successione ciclica degli eventi, essa è il Regno della Morte ma insegna anche che l’Uomo, pur soggetto alle leggi della Natura in quanto dotato di un corpo, ha nella propria coscienza un principio sovrannaturale che sopravvive alla sua dissoluzione e che appartiene quindi al Regno dell’Immortalità.
    I Misteri dicevano che per conoscere la Morte bisogna ‘provarla’, ‘sperimentarla’ già da vivo acquisendo la capacità di uscire lucidamente e deliberatamente dal corpo, anticipando quell’esperienza che ciascun uomo dovrà fare al termine della propria esistenza.
    Poiché, però, quella straordinaria esperienza poneva l’adepto al confine tra la vita e la morte esse era e doveva rimanere rigorosamente ‘esoterica’, cioè riservata a persone dotate di una particolare capacità e qualificazione.
    In effetti la convinzione che l’anima dell’uomo possa distaccarsi dal corpo già nella vita terrena è al fondamento della religiosità arcaica pre-filosofica dell’Ellade, cioè a quel periodo che gli studiosi indicano come caratterizzato dallo ‘sciamanesimo’. Con tale termine, originario della lingua tungusa siberiana, si fa riferimento ad un’epoca remota in cui vissero in Grecia alcuni ‘sciamani’, cioè veggenti, sacerdoti, maghi, guaritori che svolgevano il compito di fare da intermediari tra il mondo materiale e quello spirituale. Si tratta di straordinari personaggi, a metà strada tra la storia ed il mito, che si dimostrarono dotati di poteri sovrumani, divini, come quello della telepatia, dell’ubiquità, della preveggenza, della guarigione psichica, dell’estasi, della resurrezione ed apparizione post-mortem ed altri ancora. E’ molto significativo il fatto che le cronache che a distanza di tempo ne raccontarono le straordinarie imprese li abbiano appellati come ‘sofoi’, cioè sapienti, saggi, oltre che ‘filosofi’ e ‘teologi’: si tratta di ‘uomini divini’ (così, per lo più, venivano appellati) come Aristea, Epimenide, Abaris, Ermotimo ed altri.
    E’ fondamentale ricordare che alcuni dei principali filosofi del periodo pre-socratico ebbero la stessa fama di maghi ed iniziati: ad esempio Empedocle e persino Pitagora, colui che, secondo alcuni, inventò lo stesso termine ‘filosofia’.
    E Apuleio fa dire ad un iniziato sostanzialmente le medesime cose collegando l’esperienza del distacco dell’anima dal corpo con la ‘visione’ mistica ottenuta con il santo rito. La teletè permette agli iniziati di non avere lo stesso terrore della morte che prova l’uomo comune poiché essi l’esperienza della morte l’hanno provata già da vivi e sanno che essa è solo un passaggio ed il preludio di una possibile felicità ultraterrena nel mondo degli dèi:
    “Tutte le anime che non sono state iniziate provando un grande tormento si allontanano dalla visione dell’Essere e, essendosi del tutto distaccate dalla Verità si nutrono con il cibo della opinione (basata sui sensi). Ma a causa di ciò esse provano una grande e tormentosa difficoltà a vedere la pianura della verità e scoprire dov’è: il pascolo che si addice alla parte migliore dell’anima si trae appunto dalla prateria di lassù, e di questa si nutre la natura delle penne e delle piume da cui l’anima, resa leggera, viene sollevata”
    (Platone, Fedro, 244 e – 245 a. Trad. dell’aut.)
    “E la Bellezza era fulgida a vedersi nel tempo in cui vedemmo, assieme al coro felice, la beata apparizione e visione, noi nel corteggio di Zeus e altri al seguito di un altro dio, ed eravamo iniziati in quella che è giusto chiamare la più beata delle iniziazioni, quel rito segreto che celebravamo, noi stessi integralmente perfetti e sottratti a tutti i mali che ci attendevano nel tempo successivo, mentre integralmente perfette e semplici e senza tremore e felici erano le apparizioni – entro uno splendore puro – in cui eravamo iniziati e raggiungevamo il culmine della contemplazione: puri noi stessi, senza essere sigillati nella tomba che ora appunto portiamo in giro e chiamiamo ‘corpo’, avvinti strettamente a lui con l’ostrica al suo guscio”.
    ( Platone, Fedro, 250 b-c; Colli, I, p.103)
    “ Il morire è una di queste due cose: o uno stato per cui il morto non è più nulla e non ha più sensazione di nulla, oppure è, come dicono certi, una sorta di cambiamento o di migrazione dell’anima da questo luogo terreno ad un altro. Dunque, se il morire vuol dire davvero assenza di percezione ed è paragonabile ad un sonno all’interno del quale non si vede più nulla neanche in sogno, è allora un guadagno meraviglioso. Penso che se qualcuno dovesse, dopo aver scelto nella sua mente tale notte in cui si è addormentato tanto profondamente da non sognare neanche e poi, dopo aver confrontato a questa notte i giorni e le altre notti della sua vita, dovesse, con ponderazione, dire quanti giorni e notti egli per tutta la vita ha trascorso più felicemente di quella, allora penso che questi, sia un uomo qualsiasi o addirittura il Gran Re di Persia, ben poche anche lui ne troverebbe di questi giorni e queste notti. Se allora questa è la morte, io posso serenamente affermare che è un guadagno, anche perché l’eternità della morte non appare per nulla più lunga di un’unica notte. Del resto, se morire vuol dire andare da un luogo ad un altro, ed è vero quello che si dice, cioè che là si ritrovano effettivamente tutti i defunti, qual bene maggiore di questo potrà esserci o giudici?… Ad un uomo perbene non può capitare alcun male né da vivo né da morto… Ma è ormai tempo di andare via, io a morire e voi a vivere: chi di noi vada verso la miglior sorte è oscuro a tutti, tranne che al dio.”( 40 c-e, 41 c-d)
    Sembra che ci sia un sentiero (quello filosofico) che ci porti, mediante il ragionamento, direttamente a questa considerazione: che, cioè, fino a quando noi possediamo il corpo e la nostra anima resta invischiata in un male siffatto, noi non raggiungeremo mai in modo adeguato ciò che ardentemente desideriamo, vale a dire la verità. Infatti il corpo ci procura innumerevoli preoccupazioni per la necessità del nutrimento; e poi le malattie, quando ci piombano addosso, ci impediscono la ricerca dell’essere. Inoltre, esso ci riempie di amori, di passioni, di paure, di fantasmi di ogni genere e di molte vanità, in modo che, come suol dirsi, veramente per colpa sua, non ci è neppure possibile fermare il nostro pensiero su alcuna cosa. Infatti guerre, tumulti e battaglie non sono prodotti da null’altro se non dal corpo e dalle sue passioni. Tutte le guerre nascono per brama di ricchezze, e le ricchezze noi dobbiamo di necessità procacciarcele a causa del corpo, essendo asserviti ai bisogni del corpo. E così noi siamo distolti dalla filosofia, per tutte queste ragioni. E la cosa peggiore di tutte è che, se riusciamo ad avere dal corpo un momento di tregua e riusciamo a rivolgerci alla ricerca di qualche cosa, ecco che, improvvisamente, esso si caccia in mezzo alle nostre ricerche e, dovunque, provoca turbamento e confusione e ci stordisce, sì che, per colpa sua, noi non possiamo vedere il vero. Ma risulta veramente chiaro che, se mai vogliamo vedere qualcosa nella sua purezza, dobbiamo staccarci dal corpo e guardare con la sola anima le cose in se medesime. E allora soltanto, come sembra, ci sarà dato di raggiungere ciò che vivamente desideriamo e di cui ci diciamo amanti, vale a dire la conoscenza suprema: cioè quando noi saremo morti, come dimostra il ragionamento, mentre, fin che si è vivi, non è possibile…E nel tempo in cui siamo in vita, come sembra, noi ci avvicineremo tanto più al sapere quanto meno avremo relazioni col corpo e comunione con esso, se non nella misura in cui vi sia imprescindibile necessità, e non ci lasceremo contaminare dalla natura del corpo… Se queste cose sono vere grande speranza ha colui che giunge là dove io sto per andare, di venire in possesso, là appunto e pienamente, se mai in qualche luogo è possibile, di ciò per cui ci siamo dati tanto da fare nella vita passata; così che questo viaggio nell’al di là, che mi viene ora comandato, si compie con buona speranza, e per me e per chiunque altro ritenga di aver preparato la sua mente a questo in modo da averla purificata…”(66 b-67d-e).
    Non altro vuol dire quindi l’ammonimento socratico-platonico a ‘separare l’anima dalle cosesensibili e dal corpo’ per ‘isolarla’ e farla così ‘volgere verso il mondo intellegibile’
    Nel Fedone (67 c-d)si dice che con tale prassi si opera una ‘catarsi’ che è “la stessa dell’antica dottrina (chiaro riferimento alla sapienza sacra ed in particolare, forse, a quella misterica e orfico-pitagorica) e consiste appunto nel separare il più possibile l’anima dal corpo e nell’abituarla (e ciò presuppone una costante prassi meditativa) a raccogliersi e a restare sola in se stessa (la ‘con-centrazione’ !) e a rimanere per il tempo presente (nella vita ‘terrena) e futuro (dopo la morte) sola in se medesima, sciolta dal corpo come da catene. Tale condizione infatti è importante mantenerla anche dopo il decesso poiché l’anima di chi rimane ‘attaccato’ al corpo, dice Platone, non riesce ad allontanarsi dal piano di esistenza da cui è appena ‘uscita’ e precipita in una condizione di angoscia e di turbamento.

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